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Catastrofismo climatico o pandemico, è sempre voglia di lockdown

L'Ipcc, l'organismo Onu che si occupa dello studio del cambiamento climatico, giunge alla conclusione che il lockdown fa bene al pianeta, perché riduce le emissioni di CO2. Anzi, quel che abbiamo vissuto nei mesi peggiori della pandemia dovrebbe essere solo un piccolo contributo al raggiungimento degli obiettivi fissati dagli accordi di Parigi. Quindi si dovrebbe ricorrere ad un lockdown quasi permanente per raggiungerli. Si è completata così la fusione fra il catastrofismo climatico e quello pandemico. Entrambe sono forme di religione millenariste secondo cui il peccato (collettivo) è lo sviluppo economico e l'espiazione si ha con la paralisi dell'economia e la decrescita. 

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Greta e lo sciopero climatico ai tempi del Covid-19

Da tempo emergevano legami tra l'ambientalismo apocalittico “gretista” e i sostenitori della strategia dei “lockdown” generali adottata da alcuni governi occidentali prevalentemente in Europa, per contrastare il virus Covid-19. Molti ricorderanno certamente nei mesi scorsi, nel periodo di maggiori restrizioni dovuto alla pandemia, le dichiarazioni quasi trionfanti di organizzazioni “verdi” perché le foto dei satelliti dimostravano come in Asia, ma anche in Europa, l'inquinamento atmosferico fosse drasticamente diminuito, perché le emissioni di anidride carbonica si erano decisamente abbattute, o addirittura perché con il diradamento della presenza umana nelle aree urbane e suburbane la natura si stava “riprendendo i suoi spazi”.

Ma ora l'irresistibile attrazione degli ambientalisti perennemente in ansia per le sorti dell'ecosistema per il “restoacasismo” anti-pandemico viene rivendicata esplicitamente dalla principale fonte della campagna allarmistica in corso da quasi vent'anni sull'origine antropica del “riscaldamento globale”: l'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), agenzia ad hoc operante in seno all'Onu. In uno studio recentemente pubblicato da tale agenzia il climatologo Ralf Sussmann, dopo aver ricordato che durante il periodo di più intensi lockdown le emissioni di CO2 si erano ridotte del 17%, con un picco del 26%, sostiene che "per ridurre la concentrazione di CO2 nell'atmosfera nel lungo periodo, le restrizioni imposte durante la pandemia dovrebbero essere mantenute per decenni. Ma anche questo sarebbe ben lungi dall'essere sufficiente". Per rispettare gli impegni presi dai paesi firmatari dell'accordo di Parigi di fermare la crescita della temperatura media del pianeta a 1,5 gradi Celsius, continua lo scienziato, sarebbe infatti necessario adottare misure che raddoppino ogni anno la quota di mancate emissioni prevista per il 2020.

Insomma, secondo i profeti del climate change per riuscire a sconfiggere il riscaldamento globale non basterebbe fermare in tutto il mondo la produzione industriale, i trasporti aerei e via terra, la mobilità urbana per due o tre mesi all'anno, ma addirittura si dovrebbe estendere la paralisi generale sempre più nel tempo, fin quasi a renderla permanente. Certo, questa argomentazione già da sola dimostra come l'accordo di Parigi, come prima quello di Kyoto, sia stato una gigantesca farsa a scopo propagandistico. Ammesso e non concesso, infatti, esista davvero una corrispondenza tra emissioni di anidride carbonica e temperatura globale, l'umanità potrebbe raggiungere le mete in esso fissate soltanto attraverso un quasi suicidio collettivo, “spegnendo” l'industria, il commercio, le comunicazioni, e mandando praticamente in letargo miliardi di persone per un decennio. Ed è chiaro che le classi politiche dei vari stati aderenti, per quanto siano sensibili alle sirene del “gretismo”, non hanno (per ora!) nessuna inclinazione suicida, né alcuna voglia di tornare all'età delle caverne. Peraltro, se ne ricava l'evidente impressione che tutta la retorica sulla conversione green dell'economia mondiale sia aria fritta, e che l'impatto di quella conversione sul clima sarebbero minimi.

Ma la cosa più sorprendente nelle argomentazioni di Sussmann, come in quelle di altri che condividono le sue granitiche certezze, è il fatto che costoro parlino degli effetti ambientali di eventuali nuove restrizioni alla vita collettiva come se queste ultime non avessero nessuna ricaduta sulla vita individuale e collettiva dell'umanità, sul Pil, sul reddito pro capite, sull'occupazione, sul welfare. Gli ambientalisti monotematici concentrati sul problema del clima e sulla “salvezza della Terra” sembrano venire da un altro pianeta, in cui non è necessario lavorare per vivere, in cui non c'è bisogno di produrre, distribuire, consumare, collegare, spostarsi per mantenere ed aumentare il tenore di vita medio delle popolazioni.

Immaginano, questi signori, che cosa succederebbe se davvero per un decennio l'apparato produttivo dei paesi industrializzati “spegnesse i motori”, o li tenesse accesi al minimo? Quale catastrofica reazione a catena di recessione, disoccupazione, aumento della povertà si genererebbe? Quali sarebbero i riflessi di tale dinamica sulla cultura, la scuola, la ricerca (incluso il settore dove lavorano i climatologi dell'Ipcc), la salute collettiva (altro che Covid-19!)?

Discorsi del genere confermano davvero i peggiori pregiudizi sulla tipologia di ambientalismo oggi più diffusa in Occidente: l'impressione, cioè, che per loro l'umanità rappresenti una variabile dipendente, un'entità trascurabile, se non addirittura soltanto un fattore di “disturbo” rispetto all'”ecosistema”, che pare essere la loro unica preoccupazione. Da questo punto di vista la connessione culturale tra “gretismo” e “lockdownismo”, tra ossessione climatica e pandemica, appare non episodica ma strutturale. Entrambi i fenomeni nascono da una radicale trasposizione sul piano secolare di tensioni tipiche delle religioni monoteistiche, e in primo luogo del cristianesimo: in particolare il millenarismo e l'attesa escatologica/apocalittica. Già maninfestatasi nelle ideologie otto-novecentesche, con la decadenza di queste ultime e l'accelerazione dei processi di globalizzazione tale trasposizione si è tradotta in Occidente in una tendenza sempre più diffusa e contagiosa alla psicosi collettiva. Una psicosi che si è riversata prevalentemente proprio sulle tematiche ambientali, dalla paura del nucleare all'”effetto serra” fino, appunto, al climate change, ma che ha più volte trovato sfogo già nei decenni scorsi nei timori di virus sconosciuti e nell'idea di una incombente pandemia.

Il catastrofismo ambientalista e quello pandemico condividono il trasferimento del senso del peccato e dell'espiazione dal piano trascendente a quello immanente: l'angoscia di individui senza più fede trova uno sfogo nell'idea che i propri personali comportamenti, il rispetto o meno di determinati “precetti”, possano contribuire in misura decisiva al destino del pianeta o a salvare l'umanità dal contagio. Ma soprattutto entrambe le visioni apocalittiche trasferiscono il senso di colpa dal piano individuale a quello collettivo, individuando nello sviluppo economico, nel capitalismo, nei consumi, nella crescita, persino nello svago e nelle attività ludiche le cause dei mali che si abbattono sull'umanità stessa.

Per questo da entrambi i punti di vista la paralisi dell'economia, la recessione, persino la limitazione delle libertà personali non vengono visti come un problema. Anzi, la mortificazione della civiltà umana, ed in particolare delle società industrializzate, soddisfa il divorante bisogno di espiazione, di sacrifici (umani) presente negli adepti di queste “religioni”.

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