• IL DIBATTITO

Cannabis, cascano tutti i pretesti della legalizzazione

Prima del dibattito alla Camera sulla legalizzazione della cannabis, nelle commissioni di Giustizia e Affari Sociali cominciano le audizioni degli esperti. Silvio Garattini smonta la tesi sull'urgenza della cannabis terapeutica, su cui la ricerca è già in corso. E Luca Navarini sottolinea la pericolosità per la salute.

Cannabis

In vista dell’inizio del dibattito alla Camera in calendario il 25 luglio, l’iter della proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis è cominciato con le prime audizioni degli esperti e dei soggetti interessati, che si stanno tenendo in questi giorni presso le commissioni riunite Giustizia e Affari sociali. L’indagine conoscitiva sta facendo emergere i vari aspetti problematici del ddl, primo tra tutti il rischio insito nella commistione tra il cosiddetto uso ricreativo della cannabis e i suoi eventuali usi medici. In questo senso si è espresso Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, secondo il quale “tutta la parte relativa all’attività medica dovrebbe rimanere fuori dalla proposta di legge ed essere lasciata alle autorità competenti, in particolare all’Aifa, che deve decidere se un prodotto ha o no valore terapeutico, perché altrimenti aumentiamo molto il fai da te”.

Tra l’altro, non c’è alcuna urgenza di norme per la ricerca a fini terapeutici sui cannabinoidi, in quanto questa è già ammessa: “C’è già un’attività in corso, svolta dall’Istituto chimico farmaceutico militare di Firenze, che ha il compito di coltivare e isolare i principi attivi della cannabis, per la preparazione di farmaci”. Dal momento che esiste un’attività pubblica di ricerca sugli usi terapeutici, si comprende quanto sia pretestuoso il tentativo di associare - nello stesso testo - la finalità medica alla coltivazione a scopo "ricreativo", veicolando la falsa impressione secondo cui per favorire la prima (già prevista) bisognerebbe anche legalizzare la seconda.

Garattini contesta poi l’idea alla base della proposta di legge e cioè che si possa parlare di droga leggera: “Non userei questo termine, perché tutte le droghe sono droghe. È chiaro che l’eroina e la cannabis sono diverse e che la prima è più dannosa, ma dobbiamo pure vedere la massa di persone che le utilizza, perché un rischio relativamente basso può diventare molto serio per la società quando i consumatori sono un numero elevato. E poi non c’è niente di leggero quando si ha a che fare con un cervello in via di sviluppo come quello dei giovani fino a 20 anni, per i quali è nota la maggiore incidenza di schizofrenia e malattie depressive che possono sopraggiungere anche 10-12 anni dopo il consumo”.  

Lo scienziato lombardo vede inoltre un pericolo nel fatto che lo Stato proceda alla legalizzazione di una sostanza che fa male ai suoi cittadini, per lucrarci sopra, senza peraltro considerare le ricadute sociali e sanitarie: “Mi sembra che questa legge sia un po’ ipocrita, perché uno degli aspetti principali è quello di raccogliere tasse e quando si avviano simili meccanismi diventa poi difficile fare delle significative attività di prevenzione per aiutare i giovani a non cadere vittime di questi comportamenti, che poi spesso si accompagnano all’uso di altri prodotti illeciti”.

Altri punti controversi del ddl sono stati messi in luce dal medico Luca Navarini, specializzando in Allergologia e Immunologia clinica e rappresentante del Centro studi Livatino, che nel corso dell’audizione ha spiegato come non stia in piedi la logica di chi giustifica la necessità di legalizzare per controllare meglio la qualità della sostanza e la sua percentuale di Thc (uno dei maggiori principi attivi della cannabis): “Se si segue questo ragionamento, dovrebbe valere per tutte le droghe d’abuso. Il problema è che parte dell’opinione pubblica considera i cannabinoidi sostanze innocue, ma non è così, perché gli eventi avversi documentati sono molteplici e vanno dalla maggiore probabilità di contrarre patologie polmonari al più elevato rischio di incidenti, fino agli effetti neurobiologici a lungo termine, con possibili modificazioni dell’allerta, dell’apprendimento e della memoria”.

Eventi avversi che riguardano tutte le fasce d’età, ma in particolar modo gli adolescenti, appunto, perché nel pieno del loro sviluppo cerebrale. Sebbene il testo preveda che la vendita della cannabis continui a rimanere vietata per i minori di 18 anni, inevitabilmente la spinta liberalizzatrice renderà ancora più semplice procurarsi la marijuana. “L’autocoltivazione porterà a una facilità maggiore a ottenere la sostanza: pensiamo agli adolescenti che vivono in case in cui verranno coltivate piantine di cannabis. E poi non dimentichiamo che il mercato delle organizzazioni criminali non scomparirà certo con la legalizzazione - aggiunge Navarini - ed è lecito pensare che proprio gli adolescenti saranno ancora più esposti”.

Il buonsenso e i riscontri medici evidenziano quindi tutte le fallacie argomentative dei promotori del ddl sulla legalizzazione della cannabis. Si tratta cioè dei soliti espedienti per far digerire gradualmente leggi di questo tipo, che mirano a normalizzare (magari con il pretesto di fini apparentemente nobili) comportamenti oggettivamente contrari al bene dell’uomo: in questo caso - giova ricordarlo - il consumo, la coltivazione e la vendita di una droga. Il tutto presentato come se fosse una strada obbligata o, come viene chiamato oggi, “il male minore”.