• L’ANNIVERSARIO

Čajkovskij e il rapporto tormentato con la fede

Il 7 maggio di 180 anni fa nasceva il compositore russo Pëtr Ilič Čajkovskij (1840-1893). Nelle sue lettere manifestava scetticismo rispetto alla fede, ma si rammaricava di non trovare «il porto della salvezza». Amava comunque la liturgia di San Giovanni Crisostomo. E ciò lo spinse a comporre il primo dei suoi rari lavori di musica sacra.

Un compositore russo tardo romantico, inquieto e sentimentale, nasceva 180 anni fa, il 7 maggio 1840, a Votkinsk, in Russia, nella regione degli Urali: Pëtr Ilič Čajkovskij (1840-1893).

Studiò composizione - si legge nella biografia - al Conservatorio di San Pietroburgo con Anton Rubinstein, pianista e compositore legato al romanticismo tedesco, e dopo il diploma insegnò armonia al Conservatorio di Mosca. Nel 1876 Nadežda Filaretovna von Meck, una ricca nobildonna amante della musica, gli garantì una pensione annua; durante i 14 anni di questa «relazione impropria», Čajkovskij scrisse i suoi più grandi lavori. Tra il 1877 e il 1891 si esibì in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1893 completò la Sinfonia n. 6 (Patetica), poco prima di morire, forse per suicidio, a San Pietroburgo.

Alla sua benefattrice, che gli domandava che cosa pensasse in fatto di religione, Čajkovskij risponde da Vienna a due riprese. In una lettera del 20 novembre 1877 egli manifesta il suo scetticismo rispetto alla fede: «Qui sta proprio la tragedia dello scettico: una volta che ha perduto i legami con la fede che ha ricevuto e, cercandone un surrogate, passa da una dottrina filosofica all’altra, sperando di conquistare così, nella lotta per la vita, quel supremo distacco che dà tanta forza ai credenti. Ha un bel dire, ma credere - non per difetto d’intelletto o per abitudine, ma consapevolmente, dopo esser riusciti a metter a tacere tutte le contraddizioni e tutti i dubbi mossi dalla ragione critica - resta la felicità suprema. Un uomo che abbia sia intelletto sia fede (e ce ne sono molti) è, per così dire, rivestito di una corazza che può resistere a tutti i colpi del destino. […] E lo sa? Mi sembra che Ella si interessi alla mia musica proprio perché anch'io come Lei sono continuamente assillato dalla nostalgia dell'ideale. Le nostre sofferenze sono le stesse; i Suoi dubbi altrettanto forti i miei. Siamo entrambi alla deriva nel mare sconfinato dello scetticismo, senza trovare il porto della salvezza» (M. Tchaikovsky, The Life and Letters of Peter Ilich Tchaikovsky, London; New York: J. Lane, 1906, pp. 235-236).

In una lettera del 23 novembre 1877, appare disarmato di fronte al fascino estetico dei riti ortodossi: «Il mio atteggiamento verso la Chiesa è però del tutto diverso dal Suo. Per me la Chiesa conserva ancora molto del suo incanto poetico. Frequento molto le funzioni. Considero la liturgia di San Giovanni Crisostomo una delle più belle creazioni dell’arte. Se la seguiamo attentamente e penetriamo il significato di ogni gesto, è impossibile non restare profondamente commossi dalla liturgia della nostra Chiesa Ortodossa. Mi piacciono molto anche i Vespri. Restare nella penombra il sabato sera in una vecchia chiesa, avviluppati nei fumi dell'incenso; porsi gli immutabili interrogativi: perché? quando? dove? a qual fine?; poi risvegliarsi dalla propria meditazione mentre il coro inizia a cantare; essere portato via dalla suggestione di questa musica; essere compresi da un'estasi arcana quando le Porte d’oro dell’iconostasi si spalancano e si innalza il Te Deum. Oh, tutto questo mi è infinitamente prezioso! Una delle mie gioie più profonde! Quindi, vede che sono ancora fermamente legato alla nostra Chiesa. Ma d'altra parte ho - come Lei - perso da tempo ogni fiducia nei dogmi. […] Vede, mia cara amica, che c’è in me una grande contraddizione, […] e ci sarebbe da perdere la ragione se non esistesse la musica, questa preziosa consolatrice […]. Forse in paradiso la musica non ci sarà. Bene, viviamo sulla terra finché ci è concesso» (M. Tchaikovsky, Ibidem, pp. 237-238).

In quello che scriveva Čajkovskij troviamo i motivi che lo avevano spinto a comporre tra il 16 maggio e l’8 giugno 1878 il primo dei suoi rari lavori di musica sacra: la Liturgia di San Giovanni Crisostomo op. 41, per coro misto senza accompagnamento. Quella che porta il nome del grande Padre della Chiesa è una delle più ricche espressioni della Liturgia orientale, la cosiddetta «Messa ortodossa». Il musicista russo ha scritto una partitura articolata in 15 numeri per circa 50 minuti di musica, eseguita per la prima volta nella chiesa dellUniversità di Kiev nel giugno 1879.

Dopo il rito non pubblico della preparazione dei santi doni, inizia la Liturgia dei Catecumeni. I primi due numeri della partitura di Čajkovskij accolgono il momento liturgico in cui tre preghiere sacerdotali allaltare, accompagnate da tre litanie, si alternano a tre antifone, che raffigurano l’attesa del Vangelo nell’Antico Testamento. Il terzo numero corrisponde al cosiddetto «Piccolo ingresso»: il Vangelo è portato processionalmente, rappresentando Gesù Maestro che entra nel mondo. Seguono i tropari, che equivalgono agli oremus e commemorano la festa o il santo del giorno; il Trisaghion (inno «Tre volte Santo»), che chiude il n. 3; l’Epistola, con i versetti che la precedono e la seguono: e, da parte del diacono, il Vangelo (n. 4). Viene poi l’omelia e una grande litania per tutti (n. 5), compresi i catecumeni che, non essendo ancora battezzati, sono invitati ad andarsene dalla chiesa.

L’Inno dei Cherubini (n. 6), uno dei punti salienti della partitura, apre la Liturgia dei Fedeli (i cristiani battezzati); esso accompagna quello che corrisponde all’offertorio del rito latino, il «Grande ingresso» in cui, rappresentando Gesù vittima e sacerdote che entra nel mondo, il sacerdote e il diacono recano in processione all’altare il disco (la patena) e il calice. Si continua con la litania delle petizioni (n. 7), l’abbraccio di pace e il Credo niceno-costantinopolitano (n. 8). Similmente al Canone del Rito romano, siamo all’Anafora (numeri 9 e 10): Prefazio, Sanctus, Consacrazione, Epiclesi e Anamnesi. Un inno alla Madre di Dio è seguito dalla preghiera per il Patriarca, per i vivi e per i defunti (nn. 11 e 12). La litania della supplica precede il Padre Nostro (n. 13). Gli ultimi numeri (14 e 15) accompagnano la Comunione, il Ringraziamento e la Benedizione. Alla fine si distribuisce a tutti i presenti il pane avanzato, benedetto durante la Liturgia (antidoron).

Vogliamo ravvisare in questa partitura un atto di fede da parte di uno spirito inquieto, che con bonaria invidia il 31 ottobre 1884 scrive in una lettera al musicista Milij Balakirev, suo amico e profondo credente: «La conversazione che ho avuto con voi ieri mi ha toccato molto. Quanto siete bravo! Che autentico amico siete per me! Come vorrei che quell’illuminazione venuta alla tua anima scendesse anche su di me. Posso dire in tutta verità che aspiro più che mai a trovare conforto e sostegno in Cristo. Pregherò che la fiducia in lui sia affermata in me» (in M. Ritzarev, Tchaikovsky's Pathétique and Russian Culture, London 2014, p. 24).