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Brigit, la bimba che smaschera l’utero in affitto

Una bimba di 4 anni abbandonata dai genitori biologici e dalla madre surrogata perché disabile ora vive sola in un istiututo di Kiev. Un'infermiera che va spesso a trovarla e cerca una famiglia per lei ha rivelato l'egoismo che sta dietro a questa storia che non è l'unica. E che dimosta sia i mali della fecondazione artificiale sia dell'utero in affitto.

Per capire che l’utero in affitto non è il processo d’amore attraverso cui due genitori che vogliono figli ad ogni prezzo, ma un atto egoistico e violento basta guardare quello che ha mandato in onda Current Time a fine luglio e poi ripreso questo mese da RadioFreeEurope in seguito alla polemica scoppiata sulla clinica BioTexCom di Kiev che mostrava quasi cento bambini ululanti bloccati nel paese per via dei lockdown dei vari Stati.

Il documentario, che segnala in parte i problemi medici della pratica, parla anche di una nuova forma di schiavitù, di tratta degli esseri umani, dando voce al commissario ucraino dei diritti dei bambini, Mycola Kuleba: “Questa è una schiavitù legale, è una compravendita di bambini”. Ma siamo sicuri che non si tratti di amore e altruismo, come invece sostiene una madre surrogata, mentre l’altra ammette di non farsi problemi perché “con il mio corpo faccio quello che voglio”?

“Brigit è nata con delle disabilità da una madre surrogata. I suoi genitori biologici (quelli che hanno messo i propri gameti, ndr) l’hanno abbandonata”, fa notare il documentario mostrando una bimba di 4 anni bellissima ma con dei problemi motori e neurologici. “E’ stata lasciata sola ma non è chiaro di chi sia figlia”, spiega Maryna Boyko, un’infermiera pediatrica dell’orfanotrofio ucraino in cui la piccola risiede e che la visita spesso. La donna ha fatto di tutto per contattare le persone che hanno pagato per metterla al mondo, ma “mi hanno detto che se non li avessi lasciati stare mi avrebbero segnalato alla polizia. Questo è tutto. Non abbiamo più parlato e ho capito che non la vogliono più”. Nemmeno la donna (di solito sono poverissime) che l’ha portata in grembo per soldi è disposta ad accoglierla.

A raccontare questa vicenda era stata per prima l’Abc (quando ancora la BioTexCom non era nota a tutto il mondo) rivelando i nomi dei genitori americani della piccola, la cui madre ha 62 anni il padre 40 (al momento della nascita 58 e 36). Una coppia così scontenta della bimba che a 5 mesi dopo la sua nascita (avvenuta a 25 settimane di gestazione con il suo gemello morto prematuramente) avevano chiesto che fossero interrotte le cure (i sostegni vitali) affinché la piccola morisse. Così fu, ma Brigit riuscì a sopravvivere sebbene “dicevano che era sorda e muta", ha detto Boyko alla Abc. Invece la piccola reagisce sente e parla, probabilmente proprio grazie alle cure di questa infermiera che passa tutto il suo tempo libero con lei e che ora cerca una famiglia disposta ad adottarla (altrimenti a 7 anni finirà in un istituto senza più cure). Perciò, l’anno successivo, i genitori avevano dato il consenso per l’adottabilità della bimba. Nonostante ciò la Abc scoprì che la coppia era determinata ad avere un figlio sano per cui aveva stipulato un altro contratto con un seconda madre surrogata che portava in grembo altri due gemelli prodotti nella speranza che fossero sani.

Non è raro, in questi processi di fecondazione artificiale dove la selezione naturale salta e le coppie hanno età sempre maggiori, che i bambini nascano con delle anomalie genetiche o con dei problemi (lo stesso Kuleba chiarisce che ci sono “problemi legati al processo di fertilizzazione, alla gravidanza…”). Spesso i genitori che si sottopongono a questi percorsi accettano comunque i figli malati (sopratutto se il difetto viene fuori più tardi o se ci sono gemelli di cui almeno uno è sano), ma quanto è capitato a questa bambina e non solo a lei (ricordate il caso di Gammy rifiutato perché affetto dalla sindrome di Down mentre la gemella sana fu riconosciuta dalla coppia che li produsse?), fa comprendere bene che cos’è il figlio a tutti i costi per cui si permettono queste pratiche abominevoli: qualcosa che si fabbrica pur di averlo, perciò se non gli va bene così com’è il cliente può "gettarlo via". La legge permette infatti che gli acquirenti non siano costretti a ritirare il prodotto una volta pagato (la surrogata di Brigit e la clinica in cui è stata fabbricata hanno ricevuto il loro compenso e ora nessuno si preoccupa più di quello che le accadrà).

E’ tremendo dover parlare in maniera commerciale di un essere umano, ma è di questo che si tratta. Perché, anche quando il bambino viene ritirato, è chiaro che crescerà come un oggetto confezionato per soddisfare il desiderio di chi lo ha pagato, condannadolo a pensare di essere il frutto di una mera volontà umana.

Chi vive di questo business non può ammetterlo: Albert Tochylovsky della BioTexCom, su cui è aperto (ora bloccato) un processo per tratta dei bambini e falsificazione di documenti, spiega: “Brigit è il mio peccato. Abbiamo provato a contattare i genitori americani. Sono stato stupido, avrei dovuto contattare l’ambasciata americana...ma quando ho capito la situazione era troppo tardi”. Ma oltre a far notare l’ipocrisia, bisognerebbe domandare a questi arricchiti dall'utero in affitto cosa sarebbe accaduto alla piccola se i genitori fossero stati costretti a portarsela a casa: come sarebbe cresciuta con due persone che l’hanno pagata, fabbricata per poi tenersela come un peso costato loro migliaia di dollari? E con quale senso di abbandono crescerà ora, chiusa in orfanotrofio? Soprattutto bisognerebbe chiedere a chi sfrutta il desiderio di maternità, la povertà delle surrogate e le leggi abominevoli che permettono questo mercato, se davvero Brigit è il loro unico peccato. Sempre alla Abc, Kuleba ha parlato di altri dieci casi di abbandono a lui noti, che potrebbero però essere molti di più.

Nel documentario vengono mostrati nuovamente decine di bebè che gridano in maniera straziante senza sapere che cosa ci fanno al mondo strappati dai seni che li hanno generati. E alla fine viene inquadrata una coppia che ritira un bambino alla clinica e racconta di aver aspettato 16 anni prima di averne uno. Si chiude tutto con le lacrime, eppure se il dolore di non concepire è certamente uno dei peggiori, il dolore dei bambini viene sempre messo in secondo piano: chi pensa al loro diritto di non essere il frutto della volontà dai propri genitori, di non avere un prezzo (che per alto che sia è comunque limitato) e sopratutto di non venire al mondo con lo scopo di servire a qualcuno? Dov’è la libertà dei piccoli?

C’è chi dice che il figlio come oggetto dei propri desideri può essere anche dei genitori che concepiscono naturalmente, ma legalizzare queste pratiche significherebbe far diventare diritto una stortura egoistica. Una stortura che infatti produce esseri fisicamente più fragili, nel caso dell’eterologa persino con più genitori e nel caso dell’utero in affitto staccati dai grembi che li hanno partoriti e a rischio di abbandono se difettosi. Questo è l’utero in affitto: una barbarie. E non c’è sentimento o soddisfazione dei genitori che ricevono l’oggetto dei loro desideri capace di renderlo una pratica (costossissima) di carità.