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Brasile, la delusione è anche economica

Grandi aspettative, piccoli risultati. Il Brasile esce dai Mondiali con le ossa rotte. Massimiliano Trovato, ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, è autore di uno studio sull'impatto economico del campionato. E ci spiega il perché di un flop.

Dilma Rousseff

Consegnata la coppa alla Germania dalla presidente del Brasile, Dilma Rousseff, tornate le squadre negli spogliatoi, tirati i fuochi d’artificio, finita la festa a Rio e a Berlino, si è conclusa l’edizione più costosa in assoluto del campionato mondiale di calcio. Il Brasile ne esce con un pugno di mosche in mano. Non solo ha rimediato una sconfitta storica che più di così non si può (7-1 con la Germania, mai visto un punteggio simile in una semifinale del mondiale), non solo ha pure perso il terzo posto di consolazione con un 3-0 inflitto dall’Olanda, ma adesso si trova a fare i conti con un contraccolpo economico che già si profila all’orizzonte. Lungi dal fare da “volano” all’economia, i risultati che si preannunciano sono tutt’altro che buoni. Le manifestazioni contro la coppa degli sprechi hanno fatto parlare di sé fino al fischio di inizio della prima partita. Poi sono scomparse dalle telecronache. Ma adesso, a sconfitta incassata e flop in arrivo?

I costi sono stati veramente rilevanti e i benefici molto inferiori al previsto. Solo 36 grandi opere su 93 sono state portate a termine. I costi degli stadi, rispetto al budget redatto nel 2009, nella maggior parte dei casi sono addirittura raddoppiati. Ma i benefici? «Nel 2010, Ernst Young ha diffuso stime fantasmagoriche, ipotizzando che i Mondiali avrebbero garantito all’economia brasiliana una ricaduta complessiva di 63 miliardi di dollari, con un incremento del prodotto interno lordo pari al 2,2%, e generato 3,63 milioni di posti di lavoro l’anno nel periodo 2010-2014. Una recente ricerca di Euler Hermes ha ridotto l’impatto sul prodotto interno lordo allo 0,2% nel 2014 e quello sull’occupazione a circa 700.000 posti di lavoro complessivi nel periodo 2009-2014, rilevando peraltro un contributo consistente e sostenuto nel tempo all’inflazione». Lo scrive Massimiliano Trovato, ricercatore del think tank Istituto Bruno Leoni, nel suo studio “Brasile 2014: la vittoria dell’austerità” dove si analizzano puntualmente mito e realtà del Mondiale e di tutti i grandi eventi sportivi, come le Olimpiadi, sognati e agognati dai governi per rilanciare la propria crescita e rivelatisi trappole della spesa pubblica.

Il primo esempio che viene in mente è la Grecia. Raggiunto telefonicamente, Trovato ci spiega, prima di tutto, che «Oltre agli esempi singoli, come Grecia e Brasile, quel che si nota è un pregiudizio positivo, quasi una mitologia: i grandi eventi sportivi, visti come panacea economica. La letteratura scientifica in merito, al contrario, dimostra chiaramente che, nel migliore dei casi, le Olimpiadi o i Mondiali hanno un impatto minimo sulla crescita, ma nella maggior parte dei casi il risultato è apertamente negativo. Nel caso della Grecia, le Olimpiadi di Atene del 2004 hanno inferto un colpo molto duro a un’economia già fragile. Per il Brasile non ci si attende nulla di simile, perché, ovviamente, le dimensioni dell’economia brasiliana non sono neppure comparabili a quelle della piccola Grecia. Ma non assisteremo neppure agli effetti quasi miracolosi che certi analisti avevano previsto per il Brasile. In termini di Pil e occupazione, l’impatto positivo è, al massimo, paragonabile a un arrotondamento statistico».

Tuttavia, l’Italia ricorda sempre con favore le Olimpiadi del 1960, che furono in pieno boom economico e aiutarono la nostra economia. «Questa tesi non può essere del tutto smentita né confermata – spiega Trovato – perché la letteratura economica su Olimpiadi e Mondiali si concentra soprattutto sugli eventi più recenti. Anche sulle Olimpiadi di Roma, però, occorre essere prudenti: in quegli anni era l’economia del Bel Paese abituata a crescere a ritmi ormai sconosciuti, con o senza Olimpiadi. I giochi del 1960 vanno contestualizzati in un epoca di boom economico».

Il Sudafrica, altra potenza emergente (esattamente come il Brasile) ha ospitato il Mondiale, nel 2010. In quel caso « … il costo per la realizzazione degli impianti è raddoppiato rispetto a quello preventivato, pur rimanendo inferiore rispetto a quello del Brasile. Gli accessi turistici, anche in quel caso, sono stati molto inferiori alle previsioni. Come avviene per tutti gli eventi sportivi, anche il Sudafrica ha affrontato un eccesso di spesa (rispetto alla previsione) e un impatto positivo molto inferiore rispetto al previsto».

Olimpiadi e Mondiali sono quasi sempre dei bilanci negativi, per le nazioni che le ospitano, salvo «limitati settori, come quello del turismo. Ma anche questi, in realtà, sono risultati discutibili. Nel caso delle Olimpiadi di Londra 2012, ad esempio, il maggior flusso turistico in entrata è stato quasi compensato da un maggior flusso in uscita: londinesi che sono andati via dalla loro città per “lasciar campo libero” a turisti e tifosi, fuggendo da giorni di congestione. I casi in cui si può parlare di un impatto positivo sull’economia sono molto rari. L’esempio più tipico è Barcellona 1992. Ma anche le Olimpiadi di Los Angeles 1984. Organizzare grandi giochi in modo efficiente è possibile. I giochi del 1984 sono stati finanziati quasi esclusivamente da sponsor privati, i costi sono stati inferiori al previsto e il bilancio finale è stato addirittura positivo». Quel che non fa funzionare un evento, è soprattutto una serie di incentivi allo spreco. «Prima di tutto perché queste manifestazioni globali sono amministrate da organizzazioni che operano in condizioni di monopolio, quali il Cio e la Fifa. Sono nella posizione di accumulare rendite notevoli, allocando costi agli organizzatori e tenendo per sé buona parte dei ricavi. La Fifa, nel quadriennio 2010-2014 ha avuto ricavi per 4 miliardi e mezzo di dollari. Nel prossimo quadriennio i ricavi sono preventivati per 5 miliardi di dollari. Chi sostiene le spese e chi ricava benefici, non sono gli stessi gruppi. Questo è vero anche all’interno dei Paesi ospitanti. Si può notare l’effetto complessivo, ma si deve ricordare che chi sborsa i soldi è l’insieme dei contribuenti, ma chi ne beneficia è, nella migliore delle ipotesi, solo la parte dei contribuenti che vive nelle città in cui si giocano le partite e una piccola parte di economia (turismo e alcuni servizi). Questa divaricazione fra chi paga e chi ne beneficia, fa presupporre che, in generale, ci sarà sempre un eccesso di spesa da una parte e, dall’altra, una sopravvalutazione (poi smentita) dell’impatto positivo sull’economia».

E allora che futuro prevede per la Rousseff e Blatter? «La Rousseff, ad ottobre, sarà nelle mani degli elettori brasiliani e saranno loro a pronunciarsi. Quanto a Blatter, invece, per motivi diversi non mi azzarderei a fare previsioni. Lo si dà per morto da anni, ma riesce sempre a portare a casa la pelle. Per motivi di gestione: dal punto di vista della Fifa è più che ottimale. E capisco, anche così, la longevità di Blatter. Dal suo punto di vista, questo è il migliore degli affari possibili: incassa diritti e sponsorizzazioni mentre qualche “fessacchiotto”, a spese proprie, mette in piedi lo spettacolo».