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Blue Bayou, come ti spaccio l’immigrazionismo

Esce nelle sale Blue Bayou, pellicola americana che parla di immigrati e, con un uso sapiente di bambini, strappa le lacrime e spezza il cuore. Il fine: convincere che l’immigrazione senza regole sia buona.

Non c’è niente di meglio di un film per far cambiare idea al popolo. Per questo in una democrazia di massa chi ha i media ha tutto. Un film è meglio di Pannella: prende un caso limite e con esso afferra lo stomaco dello spettatore. Cioè, si rivolge alla sua emotività, sollecitando letteralmente le bibliche «viscere di misericordia» e ottenendo di farlo vergognare come un ladro se su certe questioni la sua razionalità è di parere opposto. Pensate a un anticomunista che vede un disoccupato chiedere l’elemosina: finirà col pensare che i comunisti in fondo qualche ragione ce l’hanno. E, poco a poco, il dato che i comunisti usano i poveri solo come scala si affievolirà nella sua mente.

Detto questo, sarà meglio risparmiare i soldi del biglietto d’ingresso e non andare a guardare il film americano Blue Bayou attualmente nelle sale. Parla di immigrati e, con un uso sapiente di bambini, strappa le lacrime e spezza il cuore. Com’è noto, il Paese che qualcuno ha definito «società per azioni armata», gli Usa, hanno un welfare che attrae i poveracci di tutto il mondo come il miele le mosche. Come l’Italia, certo, ma gli Usa non sono l’Italia e sull’immigrazione non transigono: hanno regole ferree che uniscono sia la destra che la sinistra. Il film in questione narra la triste istoria di un sudcoreano a suo tempo adottato da una coppia di americani, i quali sono morti e lui è solo al mondo. Il titolo vuol dire letteralmente «palude blu» ma anche «palude triste» e si riferisce a una lussureggiante zona acquitrinosa della Louisiana nella quale si svolge la trama. Ed è contemporaneamente il titolo di una vecchia canzone che gli americani conoscono benissimo, Blue Bayou di Roy Orbison, quello di Pretty Woman (altro titolo di film celebre), un cantante nomen-omen che portava spessi occhiali. La canzone è un classico che ha avuto vari adattamenti (o cover, come dicono gli americani), di cui la migliore è della famosa Billie Holiday.

Il film, in sé, è un dramma non memorabile con una sola star, Alicia Vikander (l’ultima Tomb Raider), che a un certo punto canta la canzone eponima. Lei, vigilatrice d’infanzia, convive col coreano (tatuatore disoccupato), di cui è incinta. Ha un’altra figlia avuta da un poliziotto che però, cosa frequente negli States, ha lasciato la famiglia. Ora, a un certo punto il coreano viene sospettato di furto di motociclette. Gli accertamenti dimostrano che non ha diritto a restare negli Usa e perciò deve essere rimpatriato. Così, dovrà lasciare la convivente gravida e la -chiamiamola così- figliastra che gli si è affezionata. E ce ne costa ‘e lacreme ‘st’America… Spietato e inflessibile, il governo carica il coreano su un aereo, incurante dello strazio di tutti. The End.

Se però guardiamo al tutto col cervello e non con la pancia, vediamo che la vera causa del dramma è lei, l’incinta. Si è messa con un asiatico senza arte né parte, il quale è pure un pregiudicato: associazione per delinquere, furti ripetuti con scasso di moto lussuose, compreso quello che ha provocato le indagini su di lui. Alla fine, l’unico personaggio positivo dell’intera vicenda è l’ex marito di lei, un uomo, sì, debole, ma onesto: è lui che evita al coreano guai peggiori e che riprende con sé moglie e figlia quando l’espulso deve far fagotto.

Al termine del film, secondo l’uso ormai invalso, lo spettatore viene informato su quanti sono negli Usa gli immigrati con situazione in bilico come quella che hanno visto. Ed è così che un film getta la maschera e si trasforma apertamente in propaganda. L’«opinione pubblica» è servita-formata. Si potrebbe fare un altro film, con la stessa trama e gli stessi personaggi, ma narrato dal punto di vista quale io ho espresso. Ma chi volete che lo faccia, Trump? Ah, il regista è Justin Chon, che fa anche il protagonista.

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