• IL CASO

Bimbo senza regalo: la paura di evitare choc ai nostri figli

Il bambino della scuola versiliana privato del regalino di Natale e la maestra messa alla gogna. L’educazione del ventunesimo secolo è impostata su un solo comandamento: evitare «choc» alla creatura, riflesso di un mondo in cui i premi si danno a tutti, a prescindere dal merito.

Un tempo ai giornalisti appena assunti si insegnava la fondamentale regola delle cinque «w»: what, when, who, where, why. Dall’inglese: cosa, quando, chi, dove e perché. Da mettere nelle primissime righe dell’articolo, così che il lettore avesse subito contezza di quel che avrebbe letto, in dettaglio, nel prosieguo. Era anche un forma di cortesia, così che uno non interessato potesse passare oltre. Invece, ahimè, ormai incipit (questo è latino e si legge così com’è, non – mi raccomando – «ainsipait») del genere se ne vedono pochi e non di rado si deve scorrere quasi tutto il pezzo per sapere se ci interessa o meno.

Per giunta, sempre più spesso accade che nel corpo dell’articolo non ci sia nemmeno quel che uno dei sottotitoli aveva promesso. Perciò, ecco  subito ciò di  cui parleremo: il 23 dicembre u.s. in una scuola infantile della Versilia un bambino di quattro anni non ha ricevuto il dono natalizio da parte delle maestre perché si era comportato male. Correttamente, la mamma del piccolo è stata informata della cosa quando è andata a riprenderlo. Era troppo turbolento e incorreggibile, perciò è stato l’unico della classe a non  poter scartare il regalino.

Quelli tra voi che hanno la mia età o semplicemente amano la buona educazione troveranno che la cosa sia normale: i regali si fanno ai bimbi  buoni, non a quelli cattivi. Ma la mamma del punito dicono che si andata su tutte le furie e, figlia del suo tempo, ha affidato il suo lungo vituperio ai c.d. social. Che non sarebbe diventato virale se le altre mamme del villaggio globale non avessero condiviso l’indignazione. «Per il mio bambino è stato uno choc!». Nientemeno. Eh, ogni scarrafone è bell ‘a mamma soja!

Ed è noto a tutti che l’educazione del ventunesimo secolo è impostata su un solo comandamento: evitare «choc» alla creatura. Alla quale sono consentiti solo quelli visivi televisivi, internettiani e videogameschi. A nulla è servito, da parte delle maestre, dire che il regalino è solo posticipato, alla Befana, quando il pargolo avrà desistito dalle sue intemperanze.

Ora, non abbiamo notizie di dettaglio sulla discolaggine del bimbetto in questione, ma, anche se non l’avreste mai detto, siamo stati alla scuola infantile anche noi e ricordiamo che i bambini da punire erano quelli che non si limitavano ad agitarsi e urlare ma picchiavano i compagni, rovesciavano sedie, tiravano quaderni e magari graffiavano la maestra. Venivano detti «caratteriali» e non di rado venivano da famiglie problematiche. Magari non è questo il caso versiliano, però la mamma minaccia il ritiro dalla scuola senza cuore (e sarebbe interessante seguire le avventure del figlioletto in eventuale altra scuola).

Così, la dirigente scolastica ha scaricato sull’Ufficio scolastico regionale, il quale ha avviato un procedimento disciplinare a carico  delle spietate maestre. Perché ho deciso di soffermarmi su questo avvenimento? Perché è stato un fatto del genere a determinarmi a lasciare, tanti anni fa (la piaga ha le sue origini nel mai abbastanza deprecato «vietato vietare» sessantottardo), l’insegnamento  sbattendo la porta.

Uno scaricabarile, da Preside a Provveditore, che lasciò me, insegnante di secondaria, solo davanti un comitato di salute pubblica costituito da studenti, famiglie, femministe, radicali e stampa. La mia colpa? L’avere cercato di insegnare l’educazione prima della materia. Ma io ero stato cresciuto in un mondo in cui Babbo Natale i doni li portava solo ai bambini buoni, per i cattivi c’era il carbone. Un mondo in cui temevo una nota sul registro non tanto per la nota in sé quanto per la scenata che mi avrebbe fatto mio padre (non la mamma), supremo giudice dell’educazione domestica. Previsti anche i ceffoni in caso di recidiva.

Ebbene, la generazione educata «all’antica» è l’ultima di quelle che hanno costruito. Un mondo in cui i premi si danno a tutti, a prescindere dal merito, è un mondo ingiusto che merita di andare, come sta facendo, alla malora.