Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Maria Maddalena a cura di Ermes Dovico
FUGA DALL'AFGHANISTAN

Biden: si resta a Kabul finché l'ultimo americano sarà rimpatriato

Biden cambia idea: i militari americani rimarranno in Afghanistan anche oltre il 31 agosto, ultima data fissata per il rimpatrio, se i cittadini statunitensi non saranno completamente evacuati per quel giorno. Così, però, rischia un nuovo pantano. E di lasciare indietro gli afgani che hanno lavorato per gli Usa. 

Esteri 20_08_2021
Checkpoint americano all'aeroporto di Kabul

Biden cambia idea: i militari americani rimarranno in Afghanistan anche oltre il 31 agosto, ultima data fissata per il rimpatrio, se i cittadini statunitensi non saranno completamente evacuati per quel giorno. Si tratta di un’inevitabile flessibilità operativa. Il presidente non può permettersi di lasciare suoi cittadini nelle mani dei Talebani, solo per rispettare formalmente una data che lui stesso ha stabilito. Ma è un episodio rivelatore di come l’amministrazione stia compiendo le sue scelte nella crisi afgana.

Finora, i posti di blocco dei Talebani, situati fianco a fianco con quelli americani, hanno permesso il lento e costante flusso di seimila cittadini statunitensi ancora rimasti nella capitale afgana, verso l’aeroporto, ormai l’unico luogo in contatto con il mondo esterno. Secondo il Dipartimento di Stato, vi sono solo “una manciata di rapporti” riguardanti persone con cittadinanza americana che non sono ancora riuscite a raggiungere l’aeroporto. Nella sua intervista di ieri, rilasciata al giornalista George Stephanopoulos della Abc (uno degli intervistatori più assidui di Biden) il presidente americano ha dichiarato che “Se rimarranno indietro dei cittadini americani, noi rimarremo, finché non li avremo portati tutti fuori”. Ha dichiarato che la data del 31 agosto non è un tabù e che ascolterà, in Congresso, le ragioni di chi chiede un rinvio.  In ogni caso il messaggio è chiaro: nessuno sarà lasciato indietro.

Il modus operandi delle amministrazioni statunitensi, dal 2011 ad oggi, è sempre lo stesso: il presidente (a partire da Obama, a suo tempo) fissa date che non può rispettare, deve rimandarle, rischia di rimanere impantanato. E’ stato così anche per il ritiro delle truppe, rinviando la scadenza di anno in anno, a causa del peggioramento continuo della situazione sul campo, finché l’ultimo presidente, il quarto da quando è iniziata la guerra, non ha preso la decisione di un disimpegno “a qualunque condizione”: quello che ha provocato il caos attuale. Biden, nella sua intervista rilasciata ieri non ha mostrato alcun segno di pentimento, nonostante le critiche bipartisan che sta ricevendo. Ha ancora affermato che la situazione caotica si sarebbe creata “inevitabilmente”: “Non c’era modo di uscire dal Paese senza che ne seguisse il caos”. Quindi, ancora una volta, non solo non mette in dubbio di aver fatto la scelta giusta. Ma neppure di averla compiuta nel modo giusto.

Ora però rischia, in piccolo, di ripetersi una situazione analoga, nel caso vi siano incidenti nel corso del rimpatrio dei civili. Nel caso i Talebani dovessero smettere di essere cooperativi. Già non lo sono con i cittadini afgani che hanno lavorato per il contingente americano e che rischiano le rappresaglie dei nuovi padroni del Paese. Sulla loro evacuazione, Biden stesso ha ammesso che vi sono “difficoltà”. I Talebani, dai loro posti di blocco, lasciano passare i cittadini stranieri, per evitare di subire rappresaglie sin dai primi giorni del loro governo. Ma fermano i cittadini afgani. A loro potrebbe toccare la sorte più tragica, non appena l’ultimo soldato americano lascerà il Paese e i riflettori dei media si spegneranno.