• VERSO LA COP26

Biden rischia la disfatta anche sulle politiche climatiche

La lotta ai cambiamenti climatici è una priorità dell'amministrazione Biden, ma in vista della COP26 di Glasgow il governo britannico incolpa gli Stati Uniti per il più che probabile fallimento: pessimo esempio nella riduzione delle emissioni e promesse mancate sui finanziamenti. Intanto negli Usa aumenta il prezzo dell'energia e l'uso di combustibili fossili.

Joe Biden

Da una disfatta all’altra: per il presidente statunitense Joe Biden il 2021 rischia di essere un vero e proprio “annus horribilis”. Dopo la tragica ritirata dall’Afghanistan, le cui conseguenze politiche e militari sono incalcolabili, ora Biden si trova sotto accusa per le politiche legate ai cambiamenti climatici, che pure sono una priorità dell’attuale amministrazione. Il fuoco arriva sia dall’interno degli Usa sia dall’esterno.

A poco più di due mesi dalla prossima Conferenza Onu sul clima (COP 26) in programma a Glasgow, il governo britannico scarica sull’amministrazione Biden la responsabilità del più che probabile fallimento del vertice. Regno Unito e Stati Uniti sono i paesi che maggiormente spingono per un accordo impegnativo sulla neutralità climatica (Net Zero), da raggiungere entro il 2050. In pratica si tratta di bilanciare le emissioni di anidride carbonica con la capacità di assorbirla, in modo da raggiungere la neutralità. Per il Regno Unito che ospita il vertice, questo è uno degli obiettivi principali da centrare. Ma per raggiungere questo obiettivo da una parte è necessaria una drastica riduzione delle emissioni, dall’altra è prevista una considerevole cifra da destinare ai paesi in via di sviluppo.

Ma aldilà delle intenzioni dichiarate, gli Stati Uniti sono mancanti su entrambi i fronti. Negli ultimi mesi, infatti, negli Stati Uniti è aumentata notevolmente la domanda di combustibili fossili: attualmente sono necessari 10 milioni di barili di petrolio al giorno, contro una media di 8.8 milioni nel 2020; e per il carbone è previsto un aumento dei consumi fino al 17%. Con questi numeri l’obiettivo di diminuire le emissioni di CO2 del 55% rispetto al 1990 è pura utopia. E anche sul fronte degli aiuti ai paesi in via di sviluppo per combattere i cambiamenti climatici – secondo la narrazione climatista, i paesi ricchi devono risarcire i paesi poveri per i danni arrecati all’ambiente – l’amministrazione Biden fa orecchie da mercante all’invito britannico di aumentare la propria quota: l’obiettivo è raggiungere globalmente i100 miliardi di dollari l’anno e senza l’intervento USA non c’è la minima possibilità di centrarlo.  

Gli Stati Uniti sembrano dunque destinati a fare da capro espiatorio per il previsto fallimento della COP 26 di Glasgow. Tanto più che dopo il tragico ritiro dall’Afghanistan, nei paesi occidentali c’è una percezione sempre più netta dell’inaffidabilità degli Stati Uniti.

Nello stesso tempo il presidente Biden deve parare anche le critiche che gli arrivano dall’interno. Come abbiamo visto sopra c’è una crescente domanda di combustibili fossili, non ultimo perché il ritorno al lavoro dopo i mesi di lockdown da Covid del 2020 ha ovviamente fatto alzare la domanda di petrolio. E Biden nei giorni scorsi ha chiesto ad Arabia Saudita e Russia (rispettivamente a capo dell’OPEC e dei produttori di petrolio non-OPEC) di aumentare l’estrazione di petrolio dopo aver azzerato i programmi nazionali che avrebbero garantito l’indipendenza energetica. Uno dei primissimi atti come presidente, infatti, lo ha visto revocare il permesso al progetto di oleodotto di Keystone che, completato, avrebbe garantito il passaggio dal Canada verso gli Stati Uniti di 800mila barili di petrolio al giorno. Lo scorso giugno ha poi sospeso i permessi di estrazione di gas e petrolio in Alaska, dove ci sono enormi giacimenti.

Il risultato è che di fronte alla domanda crescente di energia l’effetto ovvio di queste decisioni è un repentino rialzo dei prezzi sia del petrolio sia del gas. E un aumento della dipendenza energetica dall’estero, con tutti i rischi che comporta il mendicare aiuti da Russia e Arabia Saudita, come Biden sta facendo. L’ironia della sorte vuole che Biden stia premendo sul Congresso perché sia approvata una legge per l’energia pulita, per favorire le fonti rinnovabili, l’ennesima iniziativa ideologica che viene puntualmente contraddetta dalla realtà.

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