• METZ YEGERN

Biden riconosce il genocidio armeno. Il Vaticano non lo nomina

Il 24 aprile si celebra la memoria delle vittime del genocidio armeno. Per la prima volta un presidente degli Usa, Joe Biden, ha riconosciuto ufficialmente il carattere genocida dello sterminio del popolo armeno, attirando le ire della Turchia, che tuttora lo nega. Nella celebrazione alla Santa Sede, invece, il cardinale Leonardo Sandri non ha mai usato il termine "genocidio". 

Metz Yegern, la celebrazione a Erevan, memoriale del genocidio

Oscurato dalle celebrazioni del 25 aprile, almeno in Italia, il 24, come tutti gli anni, era il giorno della memoria del genocidio armeno, il Metz Yegern (grande male). Questo 24 aprile, in particolare, è stato storico: per la prima volta un presidente degli Usa, Joe Biden, ha riconosciuto ufficialmente il carattere genocida dello sterminio del popolo armeno, per mano dell’Impero Ottomano, nel 1915.

«Ogni anno, in questo giorno, noi ricordiamo le vite di tutti coloro che sono morti nel genocidio armeno, in epoca ottomana e prendiamo di nuovo l’impegno di impedire che un’atrocità simile si ripeta – ha dichiarato Biden (corsivo nostro, ndr) – Sin dal 24 aprile 1915, giorno dell’arresto, da parte delle autorità ottomane, degli intellettuali e dei notabili della comunità armena a Costantinopoli, un milione e mezzo di armeni sono stati deportati, massacrati o costretti a marciare fino alla morte in una campagna di sterminio. Noi onoriamo le vittime del Metz Yegern, perché gli orrori di quanto accadde non siano persi nella storia. E lo ricordiamo, così che noi possiamo rimanere sempre vigili contro l’influenza corrosiva dell’odio in tutte le sue forme». Un discorso che è iniziato con la parola “genocidio”, si è anche concluso allo stesso modo: «Il popolo americano onora tutti gli armeni periti nel corso del genocidio che iniziò 106 anni fa» (corsivo nostro, ndr).

Molto prima di Biden, anche il presidente Ronald Reagan aveva parlato dello sterminio degli armeni usando il termine genocidio, ma non in forma ufficiale. Dunque fino ad oggi, in 106 anni la politica degli Usa non lo aveva mai riconosciuto formalmente come tale. E questo nonostante le prime testimonianze di quanto stava accadendo nel 1915 nell’Impero Ottomano fossero proprio di fonte americana: le testimonianze drammatiche dell’ambasciatore Henry Morgenthau. Solo nel dicembre 2019 il Congresso ha emesso una risoluzione bipartisan per il riconoscimento. E si è dovuto attendere questo 24 aprile per una dichiarazione presidenziale che l’ha suggellato.

Perché si è atteso così tanto? In Turchia, il negazionismo del genocidio armeno è legge di Stato. Parlare di “genocidio” è reato, previsto dall’articolo 301 del Codice Penale, rientrando nei casi di “oltraggio alla Repubblica Turca”. A livello diplomatico, la Turchia minaccia di rompere le relazioni diplomatiche con chiunque riconosca formalmente il carattere genocida dello sterminio degli armeni (anche se raramente può permettersi di dar seguito alla minaccia). Finora gli Usa hanno evitato di sollevare la questione, in quanto garanti della presenza della Turchia nell’Alleanza Atlantica.

La reazione turca alle dichiarazioni di Biden non si è fatta attendere, infatti. Ankara ha convocato l’ambasciatore statunitense per spiegazioni. Dura la nota del ministro degli Esteri Mevlüt Çavusoglu, che ha «respinto interamente» la dichiarazione del presidente Usa. «Le parole non possono cambiare o riscrivere la storia. Non intendiamo prendere lezioni da alcuno sulla nostra storia».

I turchi hanno sempre cercato di negare la definizione “genocidio” perché comporta conseguenze legali (in quanto è un crimine internazionalmente riconosciuto) e risarcimenti ai discendenti delle vittime. Ma anche perché sulla storia degli eventi della Grande Guerra, entro cui si compì lo sterminio, si fonda tutta la legittimità della Repubblica Turca, nata sulle ceneri del defunto Impero Ottomano. La storiografia ufficiale turca tende anche a ridurre a un massimo di 300mila il numero delle vittime. Le stime più attendibili vanno da 1 a 1,5 milioni di morti fra il 1915 e il 1916, con una forte recrudescenza nel 1918, uno dei genocidi più intensi della storia in cui rimase vittima la quasi totalità degli armeni che vivevano in Turchia e nelle altre province ottomane. La storiografia ufficiale turca invita gli occidentali a “contestualizzare”, come tutti coloro che vogliono nascondere qualcosa. Il contesto era quello della Prima Guerra Mondiale. Dunque gli storici ufficiali turchi ritengono che “le deportazioni” e “i massacri” (termini riconosciuti anche da loro) siano avvenuti come effetti collaterali della guerra e non pianificati.

Nell’aprile del 1915 Costantinopoli era vicina al fronte. Dal 18 marzo 1915 i Dardanelli erano sotto attacco navale degli Alleati. Il 25 aprile, un giorno dopo l'inizio del genocidio, gli Alleati sbarcarono nella penisola di Gallipoli (nell'Egeo, da non confondere con la città pugliese), cercando di arrivare a prendere Costantinopoli con una campagna lampo (che fallì). Al tempo stesso, nell'Anatolia orientale, dove era più alta la concentrazione di armeni, i turchi avevano fallito la loro offensiva contro la Russia e stavano subendo la controffensiva, rischiando di perdere tutta la regione. Sono giustificazioni valide? No. Appunto perché c'era la guerra alle porte della capitale e l'Impero Ottomano rischiava di perderla, non si spiega un tale dispendio di truppe e paramilitari, munizioni e risorse, distratte dal fronte per sterminare un "nemico interno". Questa è semmai una dimostrazione che le intenzioni di compiere un genocidio fossero autentiche, che i Giovani Turchi, allora al potere, intendessero far fuori un intero popolo prima che la guerra fosse eventualmente perduta.

Anche la Santa Sede ha ricordato il genocidio con una celebrazione nel Pontificio Collegio Armeno presieduta dall’arcivescovo Raphael Minassian, alla presenza degli Ambasciatori dell'Armenia presso la Santa Sede e l'Italia e anche di monsignor Nunzio Galantino. Celebrava il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali. Monsignor Sandri ha richiamato il dolore di questo popolo, entrato nella storia come prima nazione a ricevere il Battesimo nel 301, che ha subito “immani violenze fino alla morte” ma che ha saputo rialzarsi. Tuttavia, nella sua toccante omelia, evita di nominare la parola “genocidio”. «Immani violenze», «un dramma» avvenuto 106 anni fa, una «macchia nella storia della umanità», una «sofferenza sistematicamente pianificata», Metz Yegeren, il grande crimine, il «grande male», ma nemmeno una volta il temine genocidio. Eppure era stato proprio Papa Francesco che, nel 2015, in occasione del centenario, aveva parlato apertamente di genocidio armeno, pur sapendo di sfidare un tabù della Turchia.