• IL DUELLO/21

Beatrice e Laura, una distanza abissale

Dove sta la reale differenza tra le due donne più famose della letteratura italiana? La distanza tra Beatrice e Laura è abissale, non solo per l’eterna giovinezza della prima e la corruttibilità della seconda. Mentre Petrarca è più incline a soffermarsi sull’apparenza, la donna descritta da Dante è integrale, perfetta unità di bellezza esteriore e bontà d’animo, che eleva verso il Cielo.

Morta neanche venticinquenne l’8 giugno 1290, Beatrice non ebbe tempo di invecchiare, a differenza di Laura, morta durante la peste del 1348, quando i segni del tempo erano ormai inconfondibili sul suo volto. I versi dedicati a Beatrice e a Laura testimoniano rispettivamente l’eterna giovinezza della prima e la corruttibilità della seconda. Proprio nel sonetto che testimonia i segni del passaggio del tempo sul volto dell’amata Laura, Petrarca celebra la bellezza tutta esteriore della donna, nulla concedendo all’interiorità e all’animo di lei.

Chi è la più bella tra le due donne più famose della letteratura italiana? Chi colpisce più il lettore? E, ancora, dove risiede la reale differenza tra i due personaggi. La distanza tra Beatrice e Laura è abissale, non solo perché la prima non conosce l’invecchiamento mentre la seconda ne è suscettibile, ma anche perché la donna descritta da Dante è integrale, perfetta unità di bellezza esteriore e bontà d’animo (anzi la straripante bellezza proviene proprio dalla ricchezza d’amore), mentre di Laura conosciamo solo l’apparenza. Forse l’incolmabile divario tra Beatrice e Laura è segno della distanza tra lo sguardo di Dante (che gli permette di cogliere il cuore di Beatrice) e quello di Petrarca (più incline a soffermarsi sui compiacimenti della propria sofferenza e sull’avvenenza esteriore della donna incontrata).

Dante aveva conosciuto la figlia di Folco Portinari a nove anni e l’aveva poi incontrata nuovamente a diciotto, da quanto leggiamo nella Vita nova. Fin da giovanissimo Dante le aveva dedicato componimenti. La morte di Beatrice portò Dante ad una profonda crisi esistenziale e religiosa. Il poeta dapprima frequentò le scuole filosofiche dei Francescani di Santa Croce e dei Domenicani di Santa Maria Novella, poi scrisse la Vita nova tra il 1292 e il 1294 per ricordare la memoria della donna.

Raccolti i versi scritti precedentemente alla morte e gli altri realizzati in seguito, Dante li unificò con una prosa dalla duplice funzione di racconto della storia amorosa e, nel contempo, di commento ai componimenti poetici. Nacque, così, un prosimetro, ispirato alle vidas provenzali (biografie di poeti provenzali famosi), alle razos (commenti sulle poesie), al De consolatione philosophiae di Severino Boezio (uno dei testi più influenti nel Medioevo cristiano).

Nell’opera Dante ricorda il primo e il secondo incontro con Beatrice, le donne-schermo di cui si avvale il poeta per mascherare il suo amore, a causa delle quali perde il saluto dell’amata. Dante incontra ad una festa alcune donne gentili che desiderano capire quale sia la natura del suo amore. Il poeta capisce finalmente che fino a quel momento non ha mai celebrato e cantato la bellezza della donna amata, ma si è sempre concentrato sulla propria sofferenza e sul dramma d’amore. D’ora innanzi, contrito e dispiaciuto, il poeta muta la maniera del poetare scrivendo solo versi improntati all’esaltazione della bellezza dell’amata e chiamati «poesie della loda», abbandonando il magistero dell’amico Guido Cavalcanti, di pochi anni maggiore di lui. 

Esemplare notissimo di questa nuova poetica è Tanto gentile e tanto onesta pare (capitolo XXVI). La presenza di Beatrice è una sorprendente epifania, l’apparizione di una donna che è tanto più bella quanto più ama e vuole bene. La sua bellezza è frutto della straripante e incontenibile «bontà d’animo». La donna è, qui, miracolo, meraviglia, segno stesso del divino nella realtà, possibilità per l’uomo di elevarsi e di andare verso il Cielo. Più tardi alcuni segni sono presaghi della morte di Beatrice: la malattia di Dante, la morte del papà dell’amata, la visione del poeta in cui la donna va in Cielo. Dopo questi fatti Beatrice muore davvero.

Una donna gentile che sembra comprendere il dolore di Dante lo distrae dal pensiero e dalla memoria di Beatrice che gli appare in sogno nella gloria del Cielo, richiamandolo al significato dell’incontro con lei, dal quale la sua vita è stata rinnovata. Il poeta allora promette di non scrivere più per quella donna finché non abbia raggiunto la capacità di comporre versi così belli che nessuno ha mai composto per il proprio amore:

«Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae, veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna» (Vita nova, capitolo XLII).

Solo allora Dante potrà morire:

«E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui qui est per omnia secula benedictus».

Nel sonetto XC del Canzoniere, Erano i capei d’oro a l’aura sparsi, uno dei più noti e anche imitati nella storia della letteratura italiana, richiamandosi ad espressioni e immagini stilnovistiche («Non era l’andar suo cosa mortale,/ma d’angelica forma; e le parole/sonavan altro che, pur voce umana;// uno spirto celeste») e al verbo dantesco «parea» (Tanto gentile e tanto onesta pare), Petrarca si sofferma sull’aspetto di Laura, quello del momento ormai lontano nel tempo in cui l’ha incontrata, giovane e avvenente, e quello della contemporaneità, in cui la bellezza della donna sta scemando per lasciare posto ai primi segni dell’invecchiamento. Così i due tempi che si alternano, l’imperfetto e il presente, demarcano la distanza tra il ricordo e l’attualità. 

Il risultato raggiunto da Petrarca è incantevole e perfetto dal punto di vista artistico:

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

che ’n mille dolci nodi gli avolgea,

e ’l vago lume oltra misura ardea

di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;


e ’l viso di pietosi color’ farsi,

non so se vero o falso, mi parea:

i’ che l’esca amorosa al petto avea,

qual meraviglia se di sùbito arsi?


Non era l’andar suo cosa mortale,

ma d’angelica forma; e le parole

sonavan altro che, pur voce umana;


uno spirto celeste, un vivo sole

fu quel ch’i’ vidi: e se non fosse or tale

piagha per allentar d’arco non sana.


La donna che Petrarca conobbe in gioventù era bellissima. I suoi capelli d’oro mossi dalla brezza, perfettamente in linea con la tradizione letteraria precedente e allusivi al nome dell’amata attraverso il señhal («d’oro» e «a l’aura»), sono fissati in un’immagine eterna, fuori dal tempo, ormai definitivamente passata e non ripetibile, se non attraverso gli occhi della memoria: un’immagine che ha un suo equivalente pittorico nei capelli mossi dal vento del dipinto La nascita di Venere di Botticelli.

La luce degli occhi di Laura, bellissima quando Petrarca la vide in gioventù, è oramai quasi svanita. Quell’aggettivo letterario «vago», che si presta a una moltitudine di significati («errabondo», «indefinito», «bello»), denota qui la bellezza degli occhi, ribadita poco dopo dall’aggettivo «belli». Petrarca riconosce che ha incontrato Laura in un momento di particolare vulnerabilità, quando era più suscettibile ad innamorarsi. Non deve, quindi, stupire il fatto che di fronte ad una tale bellezza sia stato del tutto irretito dall’amore. Petrarca è ben lungi, però, dal raccontare un’epifania, un miracolo, l’oggettività della manifestazione di Dio attraverso l’incontro con la donna. Il poeta ricorda che il viso di Laura gli «parea» atteggiarsi a pietà. Petrarca, però, ribalta il significato del verbo che indica ora un’opinione, un’impressione labile e non oggettiva.

L’incedere, l’aspetto e la voce angelici, tutto in quella donna sembrava richiamare un essere proveniente dal Cielo. In realtà, il riferimento al Dolce Stil Novo è del tutto formale. Con il repertorio d’immagini angelicate Petrarca vuole sottolineare la straordinarietà della bellezza di Laura, non certo le sue qualità spirituali.

Di un fatto Petrarca è certo: anche se la bellezza della donna appare un po’ sfiorita, la ferita d’amore che il poeta porta al petto non è risanata.

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