• IL BELLO DELLA LITURGIA

Beato Angelico: il martirio di Stefano voluto dal papa

Nicolò V chiese al Beato Angelico di dipingere le storie di due protomartiri, Stefano e Lorenzo, quali modelli di eloquenza e di carità, virtù cui il Papa voleva ispirarsi. Stefano è ritratto in tutta la sua forza e mitezza insieme, che gli permettono di non tacere Cristo e di morire per lui con grande pace.

E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» At 7,59

Beato Angelico arrivò a Roma nel 1445, non appena conclusa l’impegnativa decorazione del convento domenicano di San Marco, in quel di Firenze. A convocarlo in Vaticano fu Eugenio IV che ne aveva apprezzato il lavoro durante il suo lungo soggiorno sull’Arno. Il pontefice gli commissionò un ciclo di affreschi nella basilica di San Pietro, andati poi distrutti. Fu il suo successore, Niccolò V, a chiedere al frate pittore di intervenire sulle pareti della cappella degli appartamenti apostolici, situata nella parte più antica del palazzo: in questo ambiente privato si scelse di raccontare le storie di due protomartiri, Stefano e Lorenzo, quali modelli di eloquenza e di carità, virtù cui il Papa voleva ispirarsi.

Lo spazio si sviluppa rispetto a una planimetria rettangolare, le cui pareti si concludono con una lunetta, destinataria ciascuna di due episodi della vita di Stefano, separati appositamente da brani di architettura che denotano, tra l’altro, l’attenzione del maestro per la Roma classica e paleocristiana. L’Angelico calò in luoghi descritti realisticamente il racconto, per dipanare il quale si attenne scrupolosamente a quanto tramandato dagli Atti degli Apostoli.

Il libro neotestamentario riferisce che Stefano fu il primo dei sette diaconi scelti dagli apostoli affinché li aiutassero a diffondere nel mondo l’annuncio cristiano: la predilezione nei suoi confronti è tutta nello scambio di sguardi tra il diacono e Pietro, nella prima scena della lunetta sinistra. I due santi, isolati in primo piano all’interno di una basilica, nella profondità della quale trovano posto gli altri discepoli, sono uno di fronte all’altro: Stefano, in ginocchio, riceve dal successore di Cristo, paternamente curvo su di lui, la pisside e la patena. Solo in virtù di questa consacrazione, e forte della compagnia della comunità cristiana, può iniziare la sua missione. Che, prima di tutto, è un gesto di carità.

Nella scena accanto vediamo il santo che distribuisce delle monete a una variegata umanità che da lui accorre: riconosciamo distintamente, tra gli altri, una donna e un bambino con la mano tesa, un pellegrino con il tipico bastone e il cappello a larghe falde, un uomo che prega. Accanto al diacono, un monaco controlla il registro delle elemosine, accentuando la concreta veridicità dell’episodio rappresentato.

Stefano darà ragione della sua fede davanti al popolo e ai sacerdoti: l’Angelico, in entrambi i contesti, lo ritrae mentre con gesti espliciti e decisi annuncia e spiega la Parola di Dio, la figura salda, quasi monumentale sullo sfondo di un paesaggio scorciato, nel primo caso, e all’interno del Sinedrio, nella seconda scena. Il suo lungo discorso davanti al Sommo Sacerdote, interamente riportato dagli Atti degli Apostoli, gli costerà la morte. Che il martire affronterà senza porre resistenza alla violenza dei suoi carnefici che, nell’ultima lunetta, lo conducono fuori dalle porte della città, per lapidarlo.

Stefano, il volto già rigato dal sangue delle ferite, è inginocchiato, raccolto in preghiera, il viso sereno che contrasta con la crudeltà che si coglie nelle espressioni degli uomini che scagliano contro di lui dure pietre: una serenità che può derivare solo da una grande fede e dalla certezza di essere, infine, accolto da Colui che, in principio, lo ha scelto e a Cui ha consacrato la vita.

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