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Basilica, moschea o museo: il difficile ruolo di Santa Sofia

Santa Sofia a Istanbul è simbolo di un passato che non è più e di un presente che, con fatica, cerca equilibri per mantenersi vivo. Le recenti dichiarazioni del Presidente Erdoğan e le insistenti richieste del mondo religioso rendono possibile un molto prossimo ritorno al ruolo di moschea, per motivi puramente  politici. È la mossa giusta? No, ecco perché...

Santa Sofia a Istanbul è simbolo di un passato che non è più e di un presente che, con fatica, cerca equilibri per mantenersi vivo.

Progettata a partire dal 350 d.C., più volte distrutta e ricostruita con significativi cambi di stile, deve l’aspetto attuale all’imperatore Giustiniano che ne ordina la nuova progettazione nel 532, dopo l’ennesimo incendio che l’aveva distrutta quasi completamente, affidandone il progetto a Isidoro di Mileto. Sempre Giustiniano la fa consacrare nel 537 e da quel momento diventa la sede del Patriarcato di Costantinopoli e delle cerimonie imperiali bizantine.

Dopo lo scisma fra cattolici e ortodossi del 1054 resta ovviamente di rito ortodosso tranne un breve periodo in cui è trasformata in cattedrale cattolica durante la IV crociata e il successivo Regno Latino d’Oriente (1204-61) divenendo anche luogo per l’incoronazione ad imperatore di Baldovino I.

Ritornata in mano ai bizantini nel 1261 subisce un nuovo e radicale cambio di destinazione nel 1453 dopo la conquista della città da parte dei musulmani guidati da Muhammad II. Nella sua decisa avversione verso i cristiani ordina subito che venga convertita in moschea con il nome di Aya Sofya. Fa costruire all’esterno i minareti che ancora oggi la circondano e coprire con calce bianca gli affreschi interni. Inoltre la dota di un ricco mihrab, la tipica nicchia che indica la direzione della Mecca e di fronte alla quale i fedeli musulmani compiono le preghiere rituali. Molti elementi tipici dell’arte ottomana sono aggiunti nel tempo per rispondere al desiderio dei sultani di abbellire questo luogo sacro, luogo di preghiera ma soprattutto luogo simbolo della sconfitta dei cristiani.

Con la fine della Prima Guerra Mondiale la Turchia, cuore dell’impero ottomano sconfitto e sgretolato in diversi staterelli dagli accordi di Sèvres, si trasforma in una Repubblica laica sotto la guida del Presidente Mustafa Kemal Atatürk (Padre dei Turchi, 1881-1938).

Mustafa Kemal, nato a Salonicco da una famiglia di condizioni medio-basse (il padre prima ufficiale dell’esercito poi commerciante di legname)  viene educato all’islam ma fin da giovane si avvicina ai Giovani Turchi, di impostazione nazionalista e laica, poi fa una brillante carriera militare e aderisce alla massoneria turca relegando la fede ad una dimensione puramente formale. Salito al potere instaura una politica di severa laicizzazione in tutta la Turchia, introducendo riforme che portano sempre di più la nuova nazione nell’orbita occidentale. Nel 1935 improvvisamente una decisione azzardata ma di forte valore simbolico: la moschea Aya Sofya deve essere trasformata in un museo e tale rimane ancora oggi ma le recenti dichiarazioni del Presidente Erdoğan e insistenti richieste del mondo religioso rendono possibile un molto prossimo ritorno al ruolo di moschea.

In verità ci sono alcuni passaggi intermedi da segnalare.

In primo luogo un aspetto giuridico: secondo la sunna (la tradizione di detti del Profeta Muhammad, una delle basi del fiqh, il diritto islamico) “tutta la terra è una moschea” anche se, al momento, larghe parti del mondo sono in mano agli infedeli. Tuttavia, se si compie la preghiera in un luogo questo viene sacralizzato e resterà musulmano in eterno.

Inoltre già alla fine del XX sec. alcune correnti musulmane iniziarono a chiedere l’utilizzo di Santa Sofia come luogo di culto tanto che, con grande discrezione, nel 2006 prima della visita di Benedetto XVI a Istanbul, venne concesso il permesso di riadattare una stanza a luogo di preghiera ma… aperta a tutte le fedi.

Nel 2010 alcuni membri del governo (dal 2001 Primo ministro era Recep Tayyip Erdoğan fondatore e leader del  Partito per la Giustizia e lo Sviluppo-AKP) sottolinearono come inopportuna la presenza di una stanza per culti diversi e ne rivendicarono l’uso esclusivo all’islam. Sempre sotto la guida del Governo da parte di Erdoğan, dal 2013 dai minareti del “museo” viene lanciato l’invito alla preghiera. Il Presidente della Repubblica, visitando il Museo in veste ufficiale nell’anniversario della conquista di Costantinopoli, ha recitato l’apertura del Corano in ricordo di tutti quelli che hanno lavorato per restaurarla ma soprattutto per coloro che l’hanno conquistata. Con questo gesto ha palesemente espresso l’intento di ripristinare l’antico ruolo di moschea dell’attuale museo.

Oggi le notizie che indicano ormai prossimo questo cambio di destinazione sono sempre più insistenti e sembra orami decisa la data del 15 luglio.

Erdoğan, da quando ha ruoli di primo piano (1994-98 sindaco di Istanbul , 2003-14 Primo ministro, 2014-oggi Presidente della Repubblica) ha sempre indicato come sua linea politica il ritorno ad un orientamento più religioso, lasciando al passato il laicismo nazionalistico delle origini. In effetti il senso religioso in Turchia si è molto rafforzato tanto da garantire più volte al suo partito la maggioranza dei voti.

Oggi, tuttavia, il Presidente deve fare i conti con un forte cambiamento del clima generale. La grave crisi economica del Paese, le successive operazioni militari che hanno visto la Turchia protagonista nell’area Mediorientale, il tasso altissimo di rifugiati e immigrati dalla aree vicine e in ultimo la paura della pandemia Covid-19, gli hanno alienato molto del consenso popolare di cui godeva.

E’ sufficiente passare pochi giorni in una delle grandi città turche per percepire il dissenso. Sono occasionalmente restata una settimana a Izmir (Smirne) all’inizio del 2020 e ho potuto constatare direttamente quanto sia forte l’attaccamento a Kemal Atatürk spesso in opposizione a Erdoğan. Non c’è ristorante, museo, negozio che non abbia ben evidente una fotografia dell’Atatürk mentre spesso le immagini di Erdoğan sono rovinate con graffiti, pennellate di vernice o scritte di protesta.

Certamente Izsmir non è la Turchia interna, è una città occidentalizzata, dinamica e commerciale, ma è popolosa. Idem per Istanbul dove amici mi dicono si respiri la stessa aria. Non a caso il partito del Presidente, l’AKP che ad Istanbul esprimeva il sindaco dal 2003, nel giugno del 2019 è stato messo in minoranza durante le elezioni amministrative. Ad Ankara, Smirne e Antalya ha vinto il CHP, il partito popolare repubblicano, mentre in località minori come Mardin, Diyarkabir e Van ha vinto il Partito Democratico dei Popoli (HDP). Ad Istanbul a nulla è valso invalidare la tornata elettorale del 31 marzo 2019 e ripetere  il 23 giugno la consultazione popolare. Ha vinto in entrambi i casi il Partito polare repubblicano nella figura di Ekrem Imamoğlu.

Il partito del Presidente resta saldo in Parlamento ma questi segnali amministrativi sono stati un campanello di allarme circa il calo di consensi. Ecco che Erdoğan cerca di riconquistare consensi sia intensificando la politica estera volta ad aumentare il peso della Turchia in Medio Oriente e nel Corno d’Africa (emblematica da questo punto di vista il suo peso economico e politico in Somalia recentemente dimostrato anche nella liberazione di Silvia Romano) e all’interno cercando di intercettare sempre di più l’islam conservatore se non addirittura integralista.

Su questa linea le dichiarazioni a favore di ripristinare il ruolo di moschea di Aya Sofia.

E’ la mossa giusta? Personalmente non credo. Dare soddisfazione a una parte di islam turco conservatore, e certamente attirare il consenso di molto islam internazionale, non controbilancia la disapprovazione dell’islam laicizzato turco (forse minoritario in numeri assoluti ma maggioritario sul piano economico e militare) e l’ondata di disapprovazione internazionale che questo gesto sta provocando.

Il Consiglio di Stato ha annunciato un parere scritto entro il 15 luglio. Sarà un test importante per il prestigio del Presidente che in caso di decisione contraria vedrebbe ulteriormente in calo il suo potere. Una decisione favorevole indicherebbe invece che la sua leadership può attraversare momenti di difficoltà ma non teme momentanee turbolenze.