• IL CASO

Attacchi ai presepi, una sfida alla nostra fede

Quali che siano i motivi prossimi che spingono tante persone a vandalizzare i presepi in tutta Italia, il significato più profondo di questa avversione è nel significato stesso del presepe: il Mistero dell'Incarnazione, che il mondo rifiuta. È una provocazione per la nostra fede, che ha bisogno di crescere in un rapporto più stretto con il Signore.

La grotta del presepe originale a Greccio

Non possiamo non interrogarci davanti a questa volontà di distruggere i presepi che ha colpito l’Italia. Da nord a sud fino alle isole, sono decine e decine i presepi nelle chiese, nelle piazze e in altri luoghi pubblici che sono stati vandalizzati in questo periodo natalizio, a volte con un accanimento e un sadismo che lascia sconcertati (cfr. articolo di Anna Bono). In quasi tutti i casi gli autori di questi gesti non sono stati identificati, per cui riguardo ai motivi si possono fare solo supposizioni. Certo è che stiamo assistendo a un ulteriore passaggio nel processo di secolarizzazione della nostra società: rispetto ai segni della presenza cristiana, l'indifferenza si sta tramutando in ostilità, più o meno manifesta.

Che poi si tratti di bravata, avversione per la religione, antipatia o vendetta contro il parroco o il vescovo, si tratterebbe in ogni caso di spiegazioni parziali. Perché qualunque sia il motivo prossimo che spinge tante persone a prendersela con il presepe, non può sfuggire il significato più profondo di tale avversione: «Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio», ha scritto papa Francesco nella lettera apostolica “Admirabile signum” dedicata proprio al significato e al valore del presepe. Per questo San Francesco aveva voluto ricreare a Greccio la scena della nascita di Gesù; voleva rivivere quel momento unico nella storia in cui Dio si è fatto uomo in una grotta a Betlemme. Ed è proprio questa immagine visibile dell’Incarnazione che è insopportabile per il mondo.

«Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo», dice l’evangelista Giovanni nel Prologo che abbiamo ascoltato nella liturgia di ieri. «Ma le tenebre non l’hanno accolta». L’accanimento contro i presepi ci dice che oggi le tenebre stanno guadagnando sempre più terreno, e a volte con la complicità degli uomini di Chiesa.

Non è questione di cambiamento d’epoca, come viene spesso ripetuto, perché quello che oggi accade da noi, in altri paesi sarebbe già un progresso rispetto alla persecuzione aperta che i cristiani devono sopportare. Di fronte a un mondo che non solo non è più cristiano ma irride e disprezza gli stessi segni della fede cristiana, la tentazione oggi dominante è quella di imbastire un dialogo con il mondo, per farsi capire. Come se il Mistero dell’Incarnazione, Passione e Risurrezione di Gesù Cristo sia un problema di comprensione intellettuale. E come se l’avversione che il mondo ha per Cristo dipendesse da una mancata efficace spiegazione.

Non è di maggiore dialogo con il mondo che abbiamo bisogno, ma di un maggiore dialogo con Dio. Guardare al mondo, aprirci al mondo, ci fa perdere nelle tenebre. È di luce che invece abbiamo bisogno, di quella luce «che illumina ogni uomo». «Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce», esorta San Paolo nella Lettera ai Romani, ovvero «rivestitevi del Signore Gesù Cristo». Se davvero ci teniamo alle persone che conosciamo, al bene delle nostre società, dobbiamo desiderare di essere noi stessi riflesso di quella luce che viene nel mondo.

Rileggere l’origine del presepe, rileggere le Fonti francescane che ci raccontano come San Francesco l’ha pensato e vissuto in quella grotta di Greccio nel Natale del 1223, è una domanda sul valore che noi diamo a questo gesto. Davanti a questo crescendo di vandalismi, di Madonne decapitate, Bambinelli impiccati, statue bruciate siamo chiamati anzitutto a prendere sul serio il presepe, non come semplice bella tradizione che ci strappa qualche lacrima tra un piatto di arrosto e una fetta di panettone. Siamo chiamati a rivivere noi quell’evento unico nella storia, che ha portato la luce nel mondo.

Non importa quanto vaste siano le tenebre; anzi, più le tenebre sono fitte più c’è bisogno di luce. La festività odierna, l’Epifania del Signore, sia occasione per rivolgere lo sguardo a quella grotta di Betlemme, che rivive nei nostri presepi.