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Arriva Immuni, la app che traccia i contagi. Non senza dubbi

Dopo settimane di studi, il governo ha selezionato Immuni, una app per cellulari per tracciare i contagi. E' una misura che consentirebbe di uscire dal lockdown con più tranquillità. Ma sarà veramente rispettosa della privacy? E soprattutto: quanti la installeranno, visto che occorre una copertura del 60% delle utenze perché faccia effetto?

Domenico Arcuri

Le armi della diagnostica e della tecnologia, unite al rispetto delle misure di contenimento dettate dai governi a protezione della salute dei cittadini, sono le uniche in grado di sconfiggere la pandemia. Gli Stati che le hanno usate in modo più sapiente e tempestivo stanno riscontrando risultati ragguardevoli, gli altri sono ancora completamente immersi nell’emergenza epidemiologica.

Dopo varie settimane di studio delle 319 soluzioni presentate alla Task Force istituita dal Ministero della digitalizzazione, è stata individuata la App che servirà per misurare la circolazione del virus sul territorio italiano. Si chiama Immuni, è prodotta dalla società Bending Spoons s.p.a. e verrà inizialmente testata su sei regioni. Ci consentirà di conoscere tutti gli spostamenti di chi ha contratto il virus e quindi di tenerlo sotto controllo, evitando che il Paese continui a rimanere paralizzato. La App è libera, gratuita, anonima e senza geolocalizzazione ed è stata prescelta in virtù della sua capacità di contribuire tempestivamente all’azione di contrasto del virus e del suo essere conforme al modello europeo di tutela della privacy.

Il commissario straordinario per l’emergenza, Domenico Arcuri ha firmato il contratto di concessione gratuita della licenza d’uso sul software di contact tracing e di appalto di servizio gratuito con la società che l’ha creato. Va detto che la Bending Spoons non ci guadagna nulla perché la cessione della licenza d’uso aperta e perpetua avviene a titolo gratuito, fornendo il codice sorgente e tutte le componenti applicative del sistema già sviluppate.

La App utilizza il sistema Bluetooth, che rileva il contatto. La comunicazione tra apparecchiature attraverso il Bluetooth è possibile da una distanza piuttosto breve, simile a quella che dovrebbero tenere in questa fase le persone per rispettare le misure di distanziamento sociale. In altre parole, se due cellulari arrivano a distanza tale che il Blueetooth si aggancia, vuol dire che le due persone sono state eccessivamente vicine e a rischio contagio e quindi si provvederà ad avvisare la persona o le persone che hanno avuto contatti con il soggetto risultato positivo. Una volta attivata, la App comincia infatti a memorizzare i codici identificativi anonimi con cui entra in contatto. Se una persona risulta positiva al Covid-19, l’operatore sanitario riceve il codice con cui può scaricare dal server centrale i dati della App del paziente e i codici con i quali può scaricare i dati delle persone incontrate dal soggetto risultato positivo. Vicinanza e durata del contatto sono quindi i due parametri in base ai quali il server calcola il rischio contagio e genera le notifiche da inviare agli smartphone delle persone.

La App Immuni si fonda anche su un diario clinico, che contiene informazioni anche molto sensibili del titolare di quell’utenza telefonica, dal sesso all’età alle malattie pregresse all’eventuale recente assunzione di farmaci. L’aggiornamento del diario è ovviamente fondamentale per continuare a rendere efficace la soluzione, inserendo sintomi, terapie e stato di salute aggiornato.

La soluzione adottata sembra rispettosa dei requisiti stabiliti dalla Commissione Ue per App del genere. Gli Stati membri, infatti, non sono tenuti a chiedere l’autorizzazione a Bruxelles se le App rispettano alcuni parametri fondamentali in ordine al tracciamento dei contatti: conformità alle norme sulla privacy; coordinamento tra le autorità sanitarie pubbliche; installazione su base volontaria e pronta rimozione alla fine del loro utilizzo; trattamento di dati anonimizzati; interoperabilità in tutta l’Ue, al fine di coprire anche le ipotesi di spostamento dei cittadini sul territorio europeo.

Messa così la scelta sembra azzeccata e potrà rivelarsi anche utile. Ma le perplessità non mancano. Anzitutto non c’è ancora la scheda tecnica della App. Siamo certi che i server verranno dislocati solo sul territorio italiano, vista la delicatezza dei dati trattati? Siamo certi che sarà soltanto pubblica la gestione di quelle informazioni sensibili, senza ingerenze da parte di aziende private interessate ad esse per finalità commerciali e di profilazione? Altri dubbi attengono all’effettivo anonimato dei dati perché, in caso di identificazione dei soggetti monitorati da parte di figure diverse da quelle strettamente autorizzate a prenderne visione, la violazione della privacy sarebbe certa.

C’è poi l’incognita efficacia. Alcuni addetti ai lavori sostengono che se l’App non dovesse avere successo, cioè se una percentuale di italiani superiore al 40% non dovesse installarla, essa non consentirebbe un soddisfacente monitoraggio del contagio e quindi non servirebbe a nulla. Ma l’obbligatorietà non sarebbe una soluzione compatibile con i parametri Ue e quindi non è praticabile. Peraltro fin dall’inizio il Ministro Paola Pisano l’aveva esclusa, assicurando la base volontaria dell’adesione alla App da parte degli utenti. La capillarità dell’adozione della App sarà quindi uno dei requisiti principali per garantire la sua efficacia nella lotta alla diffusione del Covid-19. Dunque, bisognerà spiegare bene agli italiani la sua utilità per il perseguimento del diritto alla salute.

Infine c’è chi non si fida del Bluetooth, che viene visto come la porta d’accesso al nostro smartphone e quindi all’intera nostra vita digitale, alla totalità dei nostri dati, non solo di quelli necessari per indagare l’eventuale contagio da Covid-19. Tale rischio potrebbe essere scongiurato con frequenti aggiornamenti degli apparecchi telefonici. Ma quanti cittadini li scaricherebbero con regolarità?