• CIECHI TABù

Applausi per la Romano e silenzio sulle violenze subite dai convertiti cristiani

Chi ama accusare gli altri di "islamofobia" è salito sul carro di Aisha (Silvia Romano) per difenderne il diritto alla conversione dimenticando la violenza nella quale è avvenuta. Eppure chi passa dall'islam al cristianesimo viene punito con la morte. Dov'erano certi imam e militanti quando Rachida Radi è stata uccisa a Brescello per aver abbracciato la fede cattolica? Dove sono le istituzioni politiche e la Chiesa, che festeggia la Romano, quando in Italia i convertiti subiscono persecuzioni tremende?

Sfruttare a proprio vantaggio i princìpi e i valori delle società aperte occidentali è d’abitudine uno degli stratagemmi più utilizzati dal fondamentalismo. Quale contesto migliore della tolleranza garantita dallo Stato laico e pluralista per mettere radici, crescere ed espandersi all’interno del tessuto sociale e culturale di paesi come l’Italia, sotto l’ombrello protettivo del rispetto della libertà religiosa? È in nome di quest’ultima che i vecchi e i nuovi professionisti dell’islamofobia sono saliti sul carro di Aisha (sempre Silvia Romano per l’anagrafe) per difenderne il diritto alla conversione dopo il suo ritorno in pompa magna. Poco importa se le critiche erano dirette non al diritto, mai messo in discussione, ma alle condizioni di coercizione e violenza nelle quali la conversione è avvenuta.

A parti invertite, se la giovane si fosse convertita al cristianesimo in seguito a un rapimento ad opera di un ipotetico gruppo estremista cristiano, i medesimi professionisti dell’islamofobia avrebbero certamente accusato i terroristi “crociati” di averla plagiata. Un’accusa, alla luce delle circostanze, molto verosimile e frutto di semplice buon senso, non tale da poter essere tacciata di cristianofobia. Il diritto alla critica, tuttavia, è concepito da tali professionisti come un movimento solo unidirezionale, che diventa pertanto illegittimo quando ha come oggetto il fondamentalismo, trasformando la libertà di espressione in islamofobia persino quando si tratta dei “jihadisti” sanguinari di Al Shabaab.

Lo stesso movimento unidirezionale viene applicato alla conversione. Quella di Aisha è legittima, nel nome della libertà religiosa; viceversa, è apostasia da punire con la morte, vero? Una risposta da parte di certi imam e militanti sarebbe opportuna, oltre che gradita. Dov’erano costoro quando Rachida Radi è stata uccisa a Brescello, nel novembre del 2011, per essersi convertita al cristianesimo? Si nascondevano forse nella mano assassina del marito-padrone, nella complicità della componente radicale della comunità islamica locale, nel vuoto dell’obitorio durato oltre 50 giorni? La polizia ha dovuto interpellare la sottoscritta, insieme all’associazione ACMID, per organizzare il ritiro della salma e la sua consegna ai genitori fatti arrivare appositamente dal Marocco. 

Rachida, madre di due bambine, era rimasta sola già in vita. Le martellate sul volto, il culmine di tante violenze e abusi, le sono state inferte dal marito per conto degli estremisti che l’avevano eletta a nemica per aver intrapreso un percorso religioso diverso. Nemica, Rachida, lo è anche adesso che non c’è più, visto che il processo nei confronti del marito è ancora in corso malgrado siano trascorsi 8 anni dal brutale assassinio (la Cassazione ha annullato la condanna iniziale a 30 anni per cavilli formali abilmente sfruttati dall'avvocato difensore).

A Rachida, il fondamentalismo non concede nessuna libertà religiosa. Piuttosto, è la morte a incombere su di lei e su quanti, donne e uomini, sono obbligati a vivere in clandestinità la propria conversione in Italia e in altri paesi europei, dove la libertà religiosa, pur essendo costituzionalmente sancita, dà inquietanti segnali di non essere adeguatamente tutelata. Se i fondamentalisti non fanno altro che il loro mestiere, la solitudine di Rachida, ieri come oggi, è dovuta anche all’indifferenza manifestata dalle istituzioni, ecclesiastiche comprese, che sono state invece piene di attenzioni, comprensione e belle parole per Aisha, seguendo la linea dettata dalla sinistra, la migliore amica dei professionisti dell’islamofobia.

Se Rachida fosse stata uccisa in Asia o in Africa, si sarebbe parlato di martirio, ma in Italia, in Europa, si continua a tacere perché riaffermare la propria identità è ormai “peccato”. Tutt’al più, si può parlare di “dialogo”, ma senza il coraggio di richiedere la dovuta “reciprocità” e men che meno di affrontare altre tematiche di seria attualità che riguardano la libertà religiosa.

Ed è così che l’ormai famosa veste color verde di Aisha ‒ non un abito tradizionale somalo, ma l’indumento che Al Shabaab impone alle “proprie” donne d’indossare ‒ ha dato la stura al lancio di campagne sui social media finalizzate alla promozione nella società italiana del velo integrale, con l’utilizzo di promoter bambine, felici d’indossare un indumento che ne sancisce la sottomissione secondo la dottrina e la mentalità fondamentaliste. Vista la così giovane età, sono state plagiate? Sono pienamente consapevoli di quello che fanno e gli viene fatto? Su questo, sulla conversione di Rachida e molto altro ancora, sarebbe interessante aprire un dialogo con i professionisti dell’islamofobia e soprattutto con certi loro compagni. Serve coraggio e onestà soprattutto da parte di quest'ultimi.