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Antonio Socci: questa vita non basta

In Avventurieri dell'eterno (Rizzoli, 250 pp.) Antonio Socci ci conduce nel suo personale viaggio alla ricerca di un senso ultimo. E lo fa attraverso le vicende di personaggi recenti e remoti, da Leopardi a Kafka, da Keruak all'attrice Katja Gianmona, che non hanno mai rinunciato alla tensione verso l'infinito.

La copertina

“Il fatto è che la vita non è abbastanza. Qui sulla terra non c'è abbastanza da desiderare”. E' un Antonio Socci elegiaco e intimista quello che si affaccia di fronte al mistero dell'eternità cui siamo destinati. La frase non è sua, ma di un insospettabile come Jack Keruak ed è una delle tante spie che illuminano il cammino di un personale e sofferto itinerarium mentis in Deum che lo scrittore senese, al pari di un novello Dante, compie alla ricerca di quel senso finale che ha affascinato scrittori, arrovellato scettici e poeti, illuminato uomini persi e senza meta.

In Avventurieri dell'eterno (Rizzoli, 250 pp.) il polemista cattolico ci conduce nel suo personale viaggio alla ricerca di un senso ultimo. E lo fa utilizzando quei segnali che vengono dalla letteratura e dalla vita di uomini in carne ed ossa che ad un certo punto, in un kairòs sempre originale e improcrastinabile, hanno affrontato quel mistero. Un viaggio complesso che tocca come tappe oasi che sono per lo scrittore un filo rosso attraverso cui si dipana il destino di ognuno di noi.

Niente infatti potrebbe legare tutti insieme Giacomo Leopardi e Franz Kafka, un'attrice persa nei meandri del vizio e lo scrittore di On the Road, Agostino e un missionario sereno e beato prima del suo martirio. Niente, se non quel desiderio di conoscere e approdare all'infinito. Socci mette su carta una playlist di idee madri da cui attingere per sperare, continuare a cercare, alimentare questa sete di Dio che ogni uomo, anche se soffocata, fa continuamente ardere le labbra.

C'è Katja Giammona, attrice di origini italiane che in Germania è diventata celebre per la serie Il nostro amico Charlie. Anni di vita disordinata, adulteri, vizi, sregolatezze, esperienze mistiche come palliativo ad una ricerca mai compiuta. Poi la malattia, il coma e la visione dell'Inferno che l'hanno completamente rivoltata come un calzino fino a trasformarla in mistica eremita, che trascorre le giornate a pregare per i malati, a render lode a Dio. La sua storia potrebbe essere la storia di una delle tante e affascinanti conversioni che ogni tanto vengono portate all'attenzione della cronaca. Ma forse è qualche cosa di più. E' la storia di un'anima che adesso può sperare di raggiungere quella salvezza prima insperata e che forse non sapeva di desiderare e che deve ringraziare la madre, la quale non ha mai smesso un istante di pregare per la sua conversione.

Quella conversione che Giacomo Leopardi, il giovane sul balcone dell'infinito, non ha mai del tutto sperimentato salvo vivere un'esistenza drammaticamente protesa verso quell'ignoto che cantava. “Se solo avesse avuto qualche amico che lo avesse aiutato a cominciare l'eternità quaggiù...”, dice Socci. Quel grido disperato del poeta di Recanati è stato strozzato da una lettura della sua poetica troppo influenzata da un materialismo illuminista e risorgimentale che lo ha trasformato in un clichè, ma la sua esperienza umana e artistica è stata tutta un costante cercare quella Donna che non si trova senza la quale la vita è tedio. “Se solo avesse volto lo sguardo giù dal colle dell'Infinito avrebbe visto davanti alla sua Recanati proprio la collina di Loreto e la Santa Casa, quel luogo dove davvero 2000 anni fa l'infinito si è fatto un volto di bimbo, dove la bellezza si è fatta carne, dove la verità si è fatta carne”.

C'è un viaggio dunque che non è il topos letterario alla ricerca dell'oblio cui ci ha abituato la critica moderna. E ogni persona dotata di senso religioso ha cercato di tradurlo in parole, nell'arte o nella musica. Quel viaggio che Albert Camus condensò nella striscia azzurra del cielo dopo un temporale estivo “di una bellezza insopportabile, che ci riduce alla disperazione perché è l'eternità di un minuto che pure vorremmo dilatare nel tempo” e quel viaggio verso casa che l'Ulisse di Cesare Pavese abbandonando Calypso cercava di portare a termine per smettere di rimpiangere “la parte viva di me stesso”.

In mezzo, durante il cammino, ci sono i nostri desideri di inquieti cercatori, sognatori sempre inappagati, viandanti costantemente insoddisfatti, mancanti o caduti, delusi o feriti, indagatori curiosi e appassionati, ma sempre bisognosi di altro, con un vuoto dentro che è un abisso in cui ci si può perdere.

Perché “abbiamo la nostalgia di una patria ignota, di un amore mai conosciuto, di una felicità mai sperimentata”. Questo nostro desiderio strozzato, che ci fa de-siderantes , aruspici e soldati sotto un cielo senza stelle (sidera) è ciò che aziona il motore del cammino. Un cammino che come ammetteva lo stesso Fernando Pessoa è fatto di “letteratura e di arte, confessioni che in fondo la vita non ci basta”.