• SANTI E GASTRONOMIA/8

Antonio abate, il santo patrono degli allevatori

Dopo la morte dei genitori, ispirato dalle parole di Gesù nel Vangelo, Antonio vendette tutto per darlo ai poveri. Si ritirò a vivere nel deserto e il diavolo lo tentò invano più volte, anche sotto le sembianze di un maiale, da cui poi uscì. Attorno al santo si radunarono dei giovani che divennero suoi discepoli, dando impulso al monachesimo. I suoi monaci, poi, presero l’abitudine di accudire i maiali.
LA RICETTA: PROSCIUTTO FRESCO DI MAIALE AL SIDRO

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Il Vangelo di Marco racconta nel capitolo 5 di un uomo nella zona dei Geraseni, una zona che non apparteneva alla Giudea, ad est del lago di Genesaret. Secondo la storia, quest’uomo era posseduto da uno «spirito immondo»: viveva nei sepolcri, urlava giorno e notte, si percuoteva con pietre e non poteva essere immobilizzato in nessun modo. Gesù lo liberò da quello spirito, che, scoprì, non era solo, ma era “Legione”, cioè molti spiriti, che poi entrarono in un gruppo di duemila maiali che si buttarono giù dalla rupe e morirono annegati (cfr. Mc 5, 1-20).

Quasi trecento anni dopo, un altro uomo, volontariamente isolatosi in un deserto, si vide tentare dal demonio che spesso assumeva le sembianze di un maialino. Questo eremita non fece morire il maiale, ma si limitò ad ammansirlo: e così il maialino diventò un animale di compagnia.

L'anacoreta era Antonio, nato nel 251 a Coma (l'odierna Qumans), in Egitto, da nobili genitori, ricchi e molto credenti, i quali si presero grande cura di educarlo cristianamente. A soli diciotto anni rimase orfano di entrambi i genitori, diventando custode di una sorellina e possessore di considerevoli ricchezze.

Ma la voce di Dio non tardò a farsi sentire: era orfano da appena sei mesi, quando in chiesa sentì durante le letture le parole che Gesù aveva rivolto al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, vendi quanto hai, e dallo ai poveri, così avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi”. Antonio le prese come se fossero dette a lui: andò a casa, distribuì le sue sostanze ai poveri, riservandosene solamente una piccola porzione per il mantenimento suo e della sorella. Poco tempo dopo cominciò a riflettere su un'altra frase pronunciata da Gesù: “Non vi prendete fastidio del domani”. Questa frase rafforzò in lui il desiderio di povertà assoluta e dedizione a Dio anima e corpo. Fece accogliere la sorella in un monastero di vergini, mentre lui si ritirò a fare vita penitente nel deserto.

Praticava le virtù che vedeva praticate da altri santi penitenti, nelle cui cellette spesso si recava per imparare da essi la via della perfezione. Lavorava inoltre per procacciarsi il cibo, e tutto ciò che guadagnava in più lo donava ai poveri. Evidentemente il demonio non poteva sopportare in un giovane tanto desiderio di perfezione spirituale: si adoperò perciò in tutte le maniere possibili per distoglierlo dal suo intento. Ma Antonio pregava Gesù notte e giorno e accompagnava le preghiere con rigorosissime penitenze. Mangiava pochissimo, una volta al giorno, solo cose povere e dormiva sulla nuda terra, martoriandosi in ogni modo il corpo: ottenne così completa vittoria sul demonio.

Dopo un po' di tempo, sentì la necessità di isolarsi ancora di più. Si volle appartare maggiormente, quindi si inoltrò nel deserto e scelse come dimora una grotta. Qui il demonio ricominciò a tendergli le sue insidie, e una volta venne e lo percosse tanto che egli fu vicino a morirne; ma benché giacesse per terra sfinito, continuò a pregare. La leggenda racconta che il demonio, che spesso si manifestava sotto le sembianze di un maiale, stanco e sconfitto, uscì dall'animale e se ne andò. Ma il maialino rimase accanto ad Antonio, a tenergli compagnia.

Lo stesso fecero dei giovani, che, sentito il racconto da un amico di Antonio che ogni tanto si recava alla grotta per portargli pane e acqua, rimasero affascinati dalla forza spirituale dell'uomo. E gli chiesero di diventare i suoi discepoli. E così, grazie ad Antonio, tra i primi Padri del deserto, si diffuse il monachesimo: gruppi di uomini che conducevano una vita di preghiera in solitudine o in piccole collettività separate dal resto degli uomini. A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, “abbà”, si consacravano al servizio di Dio.

Sempre desideroso di aiutare i poveri e i malati, Antonio fece del suo primitivo monastero un luogo di accoglienza per i bisognosi e per coloro che soffrivano di varie malattie. I monaci li curavano e, per sfamarli, presero l'abitudine di allevare dei maiali, che erano facili da accudire e di loro non si buttava via niente. Si specializzarono nella cura dell’Herpes Zoster, chiamato anche “Fuoco di sant’Antonio”: il medicinale usato era un unguento fatto con il grasso di maiale, la cui ricetta venne perfezionata dagli Antoniani in una ricetta "fissa" e codificata otto secoli più tardi, nell’XI secolo. Verso la fine della vita Antonio coltivò un orticello, che veniva devastato sistematicamente dai demoni, ma lui ripiantava gli ortaggi con pazienza.

Ai suoi discepoli Antonio raccomandava continuamente la perseveranza, la custodia del cuore, l'esortazione vicendevole, la pratica delle virtù e la preghiera. Morì il 17 gennaio 356, all'età di 105 anni combattendo fino alla fine il Maligno, che riuscì a sconfiggere con la sua fede incrollabile.

La vita di sant’Antonio abate è nota soprattutto attraverso la Vita Antonii pubblicata nel 357 circa, opera agiografica scritta da Atanasio, vescovo di Alessandria, che conobbe Antonio e fu da lui coadiuvato nella lotta contro l'arianesimo. L'opera, tradotta in varie lingue, divenne popolare tanto in Oriente quanto in Occidente e diede un contributo importante all'affermazione degli ideali della vita monastica. Grande rilievo assume, nella Vita Antonii, la descrizione della lotta di Antonio contro le tentazioni del demonio. Un significativo riferimento alla vita di Antonio si trova nella Vita Sancti Pauli primi eremitæ scritta da san Girolamo negli anni 375-377. Vi si narra l'incontro, nel deserto della Tebaide, di Antonio con il più anziano Paolo di Tebe. Il resoconto dei rapporti tra i due santi (con l’episodio del corvo che porta loro un pane, affinché si sfamino, sino alla sepoltura del vecchissimo Paolo per opera di Antonio) vennero poi ripresi anche nei resoconti medievali della vita dei santi, in primo luogo nella celebre Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, ma anche scolpiti sulla croce di Ruthwell in Cumbria e sulle otto croci irlandesi che risalgono a prima dell'anno 1000.

È ricordato nel Calendario dei santi della Chiesa cattolica e da quello luterano il 17 gennaio, ma la Chiesa ortodossa copta lo festeggia il 31 gennaio. Tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco vengono posti sotto la protezione di sant'Antonio, in onore del racconto che vedeva il Santo addirittura recarsi all'Inferno per contendere al demonio le anime dei peccatori. È invocato contro la peste, lo scorbuto, i morbi contagiosi e appunto l’Herpes Zoster. È patrono degli agricoltori, degli allevatori di animali, ma anche i guantai, i tessitori, i tosatori, i macellai, i salumieri, i confettieri e gli archibugieri lo tengono come protettore; anche i panierai, perché il santo, per combattere l'ozio e procurarsi il necessario per sopravvivere, intrecciava canestri; e i becchini, per la parte da lui avuta nella pietosa sepoltura dell’eremita Paolo. Per certi detti popolari, chi è colpito da sciagura improvvisa “deve aver rubato il porco di sant’Antonio”; gli intriganti e gli scrocconi vanno “di porta in porta come il porco di sant’Antonio”.

La vita di sant'Antonio è piena di insegnamenti cristiani, il primo fra tutti quello di sconfiggere il male con la preghiera e la fede in Dio. Le sue gesta ci aiutano a sviluppare in noi stessi atteggiamenti di forza spirituale come la perseveranza e la fiducia nel bene.

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