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Alluvione nelle Marche: sono impazziti i governanti, non il clima

Il leader del PD Letta specula sulla tragedia delle Marche invocando la lotta ai cambiamenti climatici in vista delle elezioni, ma il problema non è il clima quanto la negligenza nella cura del territorio. Da decenni si conosce la pericolosità del fiume Misa ma non si è mai fatto nulla, anche a causa degli ambientalisti e dei governi regionali che dal 2000 al 2020 sono stati tutti di sinistra.

«Una tragedia» che deve fare da «sveglia per tutti», il cambiamento climatico deve essere fermato e dobbiamo «concentrare tutti i nostri sforzi di campagna elettorale su questi temi», contro ovviamente quella destra «negazionista climatica». Così parlava il segretario del PD Enrico Letta all’indomani dell'alluvione che ha colpito le Marche il 15 settembre con un bilancio di 11 morti e due dispersi. Se si istituisse, il segretario del PD vincerebbe a mani basse il Premio Sciacallo, visto il tentativo di speculare sui morti e sul dramma di tanta gente per guadagnare qualche voto domenica prossima. Ma è anche uno sciacallo ben poco intelligente, visto che nella fattispecie i cambiamenti del clima c’entrano nulla e c’entrano invece gli amministratori del territorio in una Regione che dal 2000 al 2020 è sempre stata guidata dalla sinistra o, meglio, dal suo partito.

Già, perché la pericolosità del fiume Misa, responsabile della tragedia, è nota da molto tempo visto che già nel 1986 erano stati stanziati miliardi per metterne in sicurezza gli argini, secondo la ricostruzione che ne ha fatto Corriere.it. Tredici alluvioni rovinose in un secolo, l’ultima nel 2014 «quando nei territori di Senigallia e Ostra Vetere (AN) si registrarono tre vittime», ricorda Paola Salvati, dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Irpi). Ma appunto, dal 1986 nulla è stato fatto e solo nel febbraio scorso, su spinta dei sindaci locali, è stato iniziato qualche lavoro di arginatura: nulla in confronto alla necessaria costruzione di invasi per impedire effetti disastrosi in caso di piogge torrenziali come quelle di giovedì scorso. Ma intoppi burocratici e rivendicazioni ambientaliste hanno bloccato ogni tentativo di neutralizzare la pericolosità del Misa, con i risultati che sono sotto i nostri occhi.

E quanto accaduto nelle Marche ci richiama al fatto che l’intero territorio italiano è in situazione precaria, il dissesto idrogeologico non risparmia nessuno se è vero che dal dopoguerra al 1990 – secondo una documentata rassegna del geologo Vincenzo Catenacci – ben 4.568 comuni italiani su 8mila risultavano interessati da fenomeni di dissesto idrogeologico, con 3.488 morti di cui 345 per alluvioni, 2.447 per frane e 696 per altri dissesti.

«Il cambiamento climatico non c’entra nulla – dice il professor Uberto Crescenti, già presidente della Società Geologica Italiana – questi fenomeni sono sempre accaduti, basti ricordare le tragedie del 1951, con precipitazioni mostruose prima in Sardegna, poi in Sicilia e Calabria e ancora nel Polesine, o ancora l’alluvione di Firenze nel 1966». Il problema è che da queste tragedie non si è mai voluto imparare: «Non si fa la manutenzione del territorio, quei lavori di prevenzione che possono minimizzare le conseguenze di questi eventi; e si continua a realizzare infrastrutture, aree industriali e complessi abitativi in territori fragili; i fiumi, ad esempio, hanno bisogno di spazio, hanno necessità di espandersi», dice ancora il professor Crescenti. E oltretutto si distraggono anche le già scarse risorse destinate alla protezione dell’ambiente: «È stato smantellato anche il Corpo Forestale dello Stato, dal 2017 assorbito dall’arma dei Carabinieri»; e il Corpo Forestale svolgeva un lavoro di difesa del patrimonio agro-forestale e di controllo del territorio soprattutto nelle aree rurali e montane.

Se si vogliono evitare tragedie come quella che ha investito le Marche bisogna fare esattamente il contrario di quanto vorrebbe Letta: l’Italia già spende oltre un miliardo di euro l’anno per la lotta ai fantomatici cambiamenti climatici; basterebbe spostare questa spesa nel controllo, manutenzione e tutela del territorio per rimettere in sesto l’Italia e affrontare anche gli eventi metereologici estremi con maggiore tranquillità.

 

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