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Alitalia, il suicidio dei sindacati

Alitalia sta fallendo e l'offerta di Etihad per l'acquisto della compagnia di bandiera è realmente l'ultima spiaggia. Ma i sindacati (o meglio: un sindacato, la Uil) si impuntano, per difendere i più alti salari dei piloti. È una strategia suicida per l'azienda e per i sindacati. Che mai come oggi rischiano di perdere la faccia.

Angeletti, leader della Uil

L'ennesima "telenovela" per il salvataggio Alitalia sta riproponendo alcuni antichi vizi italiani: macchinose procedure di cessione di aziende, conflittualità esasperata e lacerante tra le sigle sindacali, incapacità del sistema Italia di promuovere seri progetti industriali in grado di attirare solidi investitori stranieri.

La compagnia di bandiera ha le ore contate, è sommersa dai debiti e può sopravvivere solo se i sindacati accettano il piano messo a punto dall'azienda per condurre in porto la trattativa con Etihad. Circa mille esuberi (se il dialogo con gli arabi naufragasse, in mezzo alla strada finirebbero in 15.000) e riduzione di 31 milioni di euro di salari nel periodo luglio-novembre: solo su queste basi è possibile il salvataggio. La Cgil e la Cisl, dopo un estenuante braccio di ferro, hanno ceduto e si sono adeguate a quelle condizioni. La Uil, invece, appare irremovibile e pretende di spalmare i tagli dei salari su 12 mesi invece che su 5, come prevede l'accordo, al fine di attenuare l'urto dei sacrifici sulle buste paga. In particolare sono i piloti (circa 1.600 tra comandanti e primi piloti) a invocare tale spalmatura. Attualmente percepiscono un salario tra i 50 e i 100.000 euro; ne perderebbero 5.500 entro fine anno. Ma l'azienda non può cedere su questo punto. I risparmi sui salari vanno interamente realizzati nel corso del 2014, senza sforare nella gestione del bilancio 2015. Le argomentazioni della Uil appaiono pretestuose. Una delle tre principali sigle sindacali intende sabotare l'intesa? Il ministro dei trasporti, Maurizio Lupi, è stato drastico: «Beghe sindacali? Neppure i marziani le capirebbero». E intanto il tempo stringe. Se gli arabi faranno marcia indietro, lo spettro della chiusura per Alitalia diventa concreto, quasi inesorabile. Non c'è alcun piano B, non ci sono altre offerte se non quella degli arabi. La data decisiva è quella di giovedì 1 agosto, quando il Cda di Poste si riunirà per stabilire l'entità della sua partecipazione all'operazione. È evidente che Poste non fa beneficenza ed è disposta a mettere massicci capitali nella nuova Alitalia solo se si tratterà di un serio investimento industriale (si parla persino della possibile vendita di biglietti aerei negli uffici postali e di una partecipazione di Poste sul versante delle polizze assicurative connesse con l'erogazione dei servizi di volo).
 
La riflessione da fare, però, riguarda il declino inesorabile dei sindacati in Italia. Nati come sacrosanti baluardi contro possibili abusi della classe imprenditoriale, i sindacati nel nostro Paese hanno assunto con gli anni compiti impropri, sottraendosi alla doverosa osservanza di principi di democrazia interna e arrogandosi poteri debordanti rispetto a quelli assegnati loro della Costituzione. L'art.39 della nostra Carta fondamentale assicura la libertà di organizzazione sindacale ma la assoggetta ad obblighi di trasparenza tra i quali la registrazione presso uffici centrali o locali, ai fini dell'acquisizione di personalità giuridica e dell'assunzione della capacità di stipulare contratti collettivi di lavoro validi per tutti gli appartenenti alla categoria.

Tali obblighi non sono mai stati adempiuti da Cgil, Cisl e Uil, che hanno spesso funto da cinghie di trasmissione col potere politico, con frequenti invasioni di campo nella vita dei partiti e delle istituzioni rappresentative.

Il resto è storia recente: sindacati con strutture spesso pletoriche e costosissime per la collettività, composte da migliaia di lavoratori pagati regolarmente dai loro datori di lavoro ma distaccati permanentemente presso le strutture e gli uffici del sindacato per svolgere non ben precisate né documentate attività; balcanizzazione progressiva della rappresentanza sindacale con un ingovernabile proliferare di minuscole sigle (Cobas et similia) desiderose di emanciparsi dalla gestione verticistica e sempre più autoreferenziale di Cgil, Cisl e Uil; fulgide carriere politiche per tanti sindacalisti che, dietro il paravento della difesa dei lavoratori nell'interlocuzione concertativa (meglio sarebbe dire consociativa) con il potere politico, in realtà trattavano prebende per sé e per i loro accoliti.

Oggi i sindacati, per usare un termine renziano assai in voga, vanno inquadrati tra i "frenatori", cioè coloro che impediscono al Paese di crescere e liberare risorse. Tantissimi lavoratori l'hanno capito e la crisi di legittimazione dei sindacati ne è la conferma.

La vicenda Alitalia segni finalmente una svolta in termini di ridimensionamento del peso soverchiante dei sindacati nella vita del Paese. La mancata attuazione dell'art.39 della Costituzione ha reso farraginosi i meccanismi decisionali nelle vertenze aziendali e ha frenato la competitività del Paese. Un'Italia impegnata a ridurre il debito pubblico e a rilanciare il Pil deve mettere mano anche a questa riforma sul ruolo e i poteri del sindacato. Se ne farà carico questo governo?