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TECNOLOGIA

Alexa fa parlare i morti: l'illusione dell'eternità virtuale

L’assistente vocale di Amazon permetterà di ricreare la voce di un defunto, dandoci l’illusione di continuare a parlare con lui. Ma il desiderio di eternare artificialmente il ricordo delle persone care pone più di un problema etico, a cominciare dal consenso, e spinge a riflettere sul nostro rapporto con la tecnologia e con la stessa morte.

Cultura 21_07_2022

Mentre le case diventano sempre più smart e ci si chiede quando lo saranno anche le auto, arriva l’ultima novità di Alexa che rievoca il 47: morto che parla di un celebre film di Totò. L’ormai onnipresente assistente vocale di Amazon sarà in grado di imitare e ricreare la voce di qualsiasi persona, anche defunta, basandosi su un solo minuto di registrazione. E questa potrà pronunciare tutto quel che vorremo sentirci dire da lei. Che il web abbia rivoluzionato il nostro modo di comunicare non è un mistero. Semmai sono gli influssi del web sul nostro modo di vivere a riservare sempre nuove sorprese – nel bene e nel male – da quando non è più uno strumento tra i tanti, da consultare in un dato momento, ma costituisce una sorta di “atmosfera iperconnessa” in cui siamo perennemente immersi. Mai ci saremmo aspettati, però, che la realtà virtuale potesse sconfinare in quella ultraterrena.

A dirla tutta, sarebbe meglio parlare di “finzione” ultraterrena, perché in fondo è di un artificio che si tratta, volto a darci soltanto l’illusione di poter parlare con il caro estinto, che apre miriadi di possibilità (e relative problematiche). Se ne potrà fare un uso “pietoso”, riproducendo la voce dei genitori per il bambino che li ha persi prematuramente, in attesa di trovare il coraggio di dirglielo. La vedova inconsolabile potrà riascoltare non una semplice registrazione, ma la “viva” voce del marito. Generi e nuore non si libereranno mai della suocera, che continuerà a rimproverarli anche a tumulazione avvenuta. Pensiamo a tutti i personaggi del passato di cui vorremmo udire la voce (non proprio tutti, non disponendo del necessario minuto di registrazione, che so, per Napoleone o per Dante). Ma per quelli vissuti nell’era post vinile avremo un’ampia scelta. Per esempio, Charles Bukowski potrà effettivamente pronunciare tutti gli aforismi inventati che gli vengono costantemente attribuiti sui social, che finalmente risulteranno veri senza ombra di dubbio. Sentendoli dalla sua voce diventeranno automaticamente ipsissima verba. Scherzi a parte, la possibilità di ricreare la voce di chi non è più in vita ha in sé più di un’implicazione.

L’obiettivo è apparentemente nobile: «Se non possiamo eliminare il dolore della perdita, possiamo far durare in eterno il ricordo», afferma Rohit Prasad, vicepresidente senior e scienziato-capo di Alexa. Tuttavia, Subbarao Kambhampati, docente di informatica alla Arizona State University si pone qualche perplessità: «Potrebbe effettivamente aiutare le persone in lutto, come quando rivediamo filmati del defunto. Ma sorgono serie questioni etiche, per esempio: è giusto farlo senza il consenso della persona deceduta?». E poi, aggiungiamo, è davvero «come rivedere» un filmato o una foto?

Il primo elemento sempre bisognoso di riflessione è il nostro rapporto con la tecnologia, accennato in apertura. È difficile servirsi di qualcosa come un mero strumento se quest’ultimo diventa più grande di noi. Da quando lo smartphone ci ha messo letteralmente la rete in tasca, sembriamo piuttosto noi a essere in tasca alla rete, ormai surrogato e tramite di molte esperienze. Senza indulgere a improbabili “luddismi”, il mezzo è utilissimo, ha semplificato molti aspetti del lavoro e della vita, ma finisce per avvolgerne (e travolgerne) altrettanti. Basti pensare che, ordinariamente, il numero delle persone con cui comunichiamo virtualmente (via email o whatsapp, per esempio) supera di gran lunga le persone che incontriamo faccia a faccia. Neanche i morti potranno restar fuori dalla “ragnatela” (tale è il significato di web)…

Il secondo è un problema (almeno) deontologico: chi non troverebbe preoccupante l’idea di vedersi attribuire, e con la propria stessa voce, affermazioni non sue? E senza poterle smentire, essendo già deceduto. Se ne può far uso per semplice nostalgia, ma anche per ideologia: attribuire non solo dichiarazioni scritte, ma anche pronunciate, a chi non può più opporre la propria “versione” dei fatti farebbe la gioia dell’orwelliano Ministero della Verità di 1984 (ricordate la quotidiana e meticolosa riscrittura dei discorsi del Grande Fratello affinché le previsioni del giorno prima coincidessero con i dati del giorno dopo?). Senza scomodare scenari distopici, si aggiungerebbe un ulteriore elemento di incertezza nel districarsi tra le informazioni. Se già un testo si presta a contraffazioni, sarà ancora più difficile risalire all’autenticità di un (sedicente) documento vocale.  Sia chiaro, Alexa non c’entra con tutto ciò, ma questo non rende irrilevante interrogarsi sull’eventualità di “effetti avversi”.

Ultima, ma non in ordine di importanza, sorge la questione del nostro rapporto con la morte, anche ammesso che di questa “Alexa dei defunti” si faccia l’uso più nobile, votato esclusivamente al desiderio di eternare (o di ibernare?) il rapporto con la persona cara trapassata. Nel momento in cui facciamo dire al defunto qualcosa che non ha mai detto, siamo di fronte a qualcosa di ben diverso dal semplice rivedere una foto o un video di “quando era vivo”. La “risurrezione virtuale” della nonna morta, le donerà a sua insaputa una nuova vita almeno vocale. Ma dietro il tentativo di ricreare artificialmente la voce pare di leggere il rifiuto di accettare la perdita, aggrappandosi a un surrogato che non potrà mai riportarla indietro. Curioso paradosso di una società evoluta che vuole a tutti i costi nascondere la morte, ha ridotto o accantonato i “vecchi arnesi” del rito (che in tutta la storia umana accompagna chi va e conforta chi resta), ma rimane forse più indifesa di fronte alle grandi domande che si aprono al di là di questa vita.