• POLITICA DI POTENZA

Al Sisi contro Erdogan, tutti i fronti dello scontro

Fra la Turchia di Erdogan e l'Egitto di Al Sisi è scontro aperto, non solo nel Mediterraneo (in Libia, in particolar modo), ma su tutti i fronti fra Africa e Medio Oriente: Etiopia, Somalia, Sudan, Iraq, Siria, sono diventati terreni di scontro fra le due potenze 

Al Sisi

Si rafforza e si allarga il fronte dell’aspro confronto tra la Turchia nazional-islamista di Recep Tayyip Erdogan e il laico Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, ai ferri corti fin dai tempi della rimozione del governo di Mohamed Morsi, legato alla Fratellanza Musulmana sostenuta da Ankara e dal Qatar.

Oggi il confronto tra le due potenze regionali si estende dal Mediterraneo Orientale alla Somalia, dal Mar Rosso alla Libia, dalla Siria all’Iraq. Il fronte più noto ed evidente, almeno in Italia, è forse quello della Libia dove Ankara sostiene e affianca con mezzi, armi, truppe e mercenari jihadisti siriani le milizie del Governo di accordo nazionale (GNA) di Tripoli mentre l’Egitto è con Russia ed Emirati Arabi Uniti il principale sponsor dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Khalifa Haftar. Gli scontri sono sospesi ormai da un paio di mesi in base a una sorta di tregua imposta da russi e turchi sul fronte che si estende a ovest dell’asse che unisce la città costiera di Sirte con la base aerea di al-Jufra, 360 chilometri più a sud.

Si tratta di due roccaforti dell’LNA che le forze di Tripoli annunciano da tempo di voler conquistare ma al-Sisi ha reso noto da tempo che un’eventuale offensiva del GNA e dei turchi verrebbe considerata una minaccia agli interessai nazionali dell’Egitto e determinerebbe l’ingresso in Libia di ingenti forze militari già schierate dal Cairo lungo il confine.

L’aumento delle tensioni tra Etiopia ed Egitto per l’impatto sul corso del fiume Nilo della grande diga sul Nilo Azzurro nota come GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam) ha indotto Addis Abeba, a cercare appoggi in Cina, Francia e Turchia anche per sostenere un massiccio programma di riarmo militare. La visita in Etiopia, il 16 luglio scorso, del ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha messo in luce come Ankara non intenda perdere l0occasione per sostenere tutti i rivali dell’Egitto. La Turchia è il secondo più grande investitore straniero in Etiopia, dopo la Cina, con oltre 150 aziende turche che offrono 30 mila posti di lavoro nell’ex colonia italiana (dove, come in Libia e Somalia, Roma “si è fatta superare” da Ankara) ma la visita di Cavusoglu in questa fase del confronto sulla diga GERD conferma il supporto turco al braccio di ferro che l’Etiopia porta avanti con l’Egitto, suggellato dall’incontro tra Cavusoglu e l’ex presidente etiope Mulatu Teshome Wirtu, protagonista dei falliti negoziati con l’Egitto sulla diga.

Il supporto di Ankara all’Etiopia potrebbe avere anche la dimensione di forniture militari turche, certo più alla portata dei magri bilanci etiopici rispetto agli armamenti occidentali. L’Egitto ha minacciato l’Etiopia di ritorsioni che non escludono opzioni militari e sta valutando di aprire una base militare in Somaliland, a pochi chilometri dal confine etiopico (ne ha discusso il 20 luglio il presidente del territorio somalo non riconosciuto dalla comunità internazionale, Musa Bihi Abdi con una delegazione egiziana di alto livello) obiettivo immediatamente criticato con durezza da Addis Abeba. In Somaliland (ex Somalia Britannica) è già presente una base degli Emirati Arabi Uniti (che ne hanno un’altra nel porto eritreo di Assab), alleati del Cairo e acerrimi nemici di Ankara che ha invece aperto da un paio d’anni una base militare a Mogadiscio e sta consolidando la propria presenza in Somalia. Il braccio di ferro militare è rilevabile anche sul Mar Rosso dove l’Egitto in gennaio ha inaugurato una nuova grande base aerea, terrestre e navale a Barmis, poco a nord del confine sudanese: una chiara risposta alla presenza navale turca nel porto sudanese di Suakin.

Scontro aperto anche in Medio Oriente. I ripetuti attacchi turchi contro le formazioni curde in Iraq e l’occupazione da parte delle truppe di Ankara di aree del territorio settentrionale iracheno hanno indotto Baghdad a reagire duramente, soprattutto dopo che un drone turco ha ucciso due soldati iracheni. L’Egitto, che già offre supporto e addestramento alle forze irachene si è schierato pesantemente con Baghdad mentre nella vicina Siria, secondo quanto riportato a inizio agosto dal sito Iran Wire, il governo egiziano avrebbe inviato militari delle forze speciali nella zona di Idlib e Aleppo, ultimo fronte aperto tra le forze di Damasco e i ribelli sostenuti da Ankara. Lo avrebbe rivelato un ufficiale delle forze ribelli siriane sostenendo che tra il 26 e il 27 luglio scorso sarebbero arrivati in Siria 148 membri delle forze speciali egiziane nelle cittadine di Khan al-Asal. E Saraqib, entrambe in prima linea. Il Cairo ha sempre appoggiato Bashar Assad contro le milizie jihadiste anche quando i ribelli erano sostenuti da gran parte del mondo arabo e dell’Occidente oltre che dalla Turchia. Ora però l’invio di forze speciali egiziane in un’area dove regge una debole tregua ma dove sono schierate le milizie filo-turche assume il sapore di una sfida diretta ad Ankara. Iran Wire ammette di non poter fornire alcuna conferma sull’autenticità della fonte, Il Cairo nega l’operazione in Siria (che potrebbe però essere segreta e quindi attuata solo col via libera del presidente al-Sisi) ma la conferma invece l’agenzia di stampa di Stato turca Anadolu, che cita “fonti affidabili” non meglio specificate.

Infine, confronto aperto tra turchi ed egiziani anche nel Mediterraneo Orientale dove il Cairo è saldamente schierato con Israele, Cipro e Grecia nel rintuzzare i tentativi turchi di allargare la propria Zona economica esclusiva marittima. Non a caso la recente intesa marittima tra Il Cairo e Atene (sostenuta da Haftar e Israele) ha l’obiettivo di annullare l’accordo tra Tripoli e Ankara del novembre scorso.