• PREVISIONI SMENTITE

Africa, il continente meno colpito dal Covid-19

Fin dall’inizio dell’epidemia l’Onu e le sue agenzie hanno pubblicato studi con scenari apocalittici per l’Africa. L’Oms, il 17 aprile, prevedeva addirittura dai 300.000 ai 3,3 milioni di morti nel 2020. Eppure, il continente appare finora il meno colpito sia per contagi-decessi che a livello economico. Rimangono seri problemi di libertà in alcuni Paesi, che hanno usato metodi brutali per far rispettare il lockdown.

Appena prima del Covid-19, le Nazioni Unite e le loro agenzie stavano provando a convincere i Paesi ricchi, sviluppati, a stanziare miliardi di dollari per aiutare l’Africa a difendersi dal riscaldamento globale di origine antropica. È il continente più vulnerabile, dicevano gli esperti Onu del clima, e sarà quello più duramente colpito dai cambiamenti climatici. I Paesi sviluppati dovevano intervenire per evitare una catastrofe con risorse finanziarie e tecnologiche praticamente illimitate. Uno studio dell’Onu sosteneva che da sola l’Africa subsahariana aveva bisogno di almeno 50 miliardi di dollari all’anno.

Alla Cop25, la conferenza sul clima che si è svolta a Madrid all’inizio di dicembre 2019, i rappresentanti dei Paesi africani hanno insistito, innervositi dalla crescente reticenza dei maggiori donatori a finanziare governi ritenuti a ragione responsabili di un sistematico spreco dei fondi per il clima, e non solo, a causa di pratiche di malgoverno e corruzione fuori controllo.

Poi è arrivato il Covid-19. Del global warming nessuno si è più preoccupato, i finanziamenti sono stati rimandati. Ma l’Onu, le Ong umanitarie e i governi africani hanno immediatamente lanciato un nuovo allarme: l’Africa è il continente più vulnerabile all’epidemia, quello più povero, con i sistemi sanitari più impreparati, del tutto incapace da solo di far fronte alla pandemia. Uno dopo l’altro sono comparsi studi dell’Onu a confermarlo e a prevedere scenari apocalittici per il continente.

L’Oms, il 17 aprile, quando i casi confermati erano meno di 20.000, ha pubblicato un rapporto secondo cui entro tre-sei mesi i casi potevano salire a dieci milioni. Senza interventi adeguati, più di 1,2 miliardi di africani sarebbero stati contagiati: quasi tutti, dato che la popolazione del continente supera di poco 1,3 miliardi. Nella migliore delle prospettive, secondo l’Oms, il contagio avrebbe colpito 122,8 milioni di persone. A seconda delle previsioni i morti sarebbero stati da 300.000 a 3,3 milioni entro la fine del 2020.

Il 22 maggio però l’Oms riportava 3.100 decessi in tutto il continente e 100.000 casi, su un totale mondiale di oltre 5,4 milioni di casi e 343.562 decessi. Quanto agli effetti sull’economia, la Commissione economica dell’Onu per l’Africa prevede per il 2020 nello scenario migliore un tasso di crescita del Pil ridotto all’1,1 per cento rispetto al 3,2 per cento previsto prima della pandemia e in quello peggiore una contrazione del 2,6 per cento, con da 5 a 29 milioni di africani spinti sotto la soglia di povertà. La crescita del Pil in Costa d’Avorio potrebbe dimezzarsi, passando dal +7,4 per cento previsto al 3,6 per cento. Le proiezioni per il Ghana sono anche peggiori: da un +5 per cento a 1,5 per cento.

In Europa, d’altra parte, si teme una contrazione del 9 per cento, con un recupero solo del 7,8 per cento nel 2021. Il Pil dell’Italia potrebbe contrarsi persino dell’11,6 per cento.

Quanto al rischio povertà, in Cina, con circa lo stesso numero di abitanti dell’Africa, secondo uno studio indipendente 70 milioni di persone hanno perso il lavoro.

Tutto sommato, dunque, le previsioni più buie finora non si sono avverate. Al contrario, per il momento l’Africa è il continente meno colpito dal virus sia in termini di contagi e decessi sia dal punto di vista economico. Il 15 maggio la stessa Oms ha reso noti i risultati di un nuovo studio che prevede un tasso di diffusione del virus decisamente inferiore, il più basso rispetto al resto del mondo, con meno casi gravi e meno morti: fino a 190.000.

Tuttavia l’Onu continua a pubblicare rapporti allarmati e a lanciare appelli per una “solidarietà globale” verso “il continente più vulnerabile”: “Milioni di persone in Africa potrebbero essere spinte in una condizione di estrema povertà, la pandemia minaccia il progresso africano - ha detto il segretario generale Antonio Guterres presentando uno studio del Palazzo di Vetro il 20 aprile -, aggraverà le disuguaglianze di antica data e aumenterà la fame, la malnutrizione e la vulnerabilità alle malattie”. Al tempo stesso però il segretario dell’Onu ha lodato i governi africani per l’ottima e tempestiva risposta alla pandemia, li ha portati a esempio: “Il mondo sviluppato ha molto da imparare dal modo in cui l’Africa ha risposto alla pandemia. La maggior parte dei governi e degli organismi africani hanno preso in tempo misure preventive che dovrebbero essere di lezione ad alcuni Paesi sviluppati che non hanno fatto altrettanto”.

Guterres ripete uno schema tipico dell’Onu: complimentarsi con i governi africani, cosa che implicitamente e spesso in modo esplicito fa ricadere su qualcun altro, quasi sempre un Paese occidentale, la causa di ciò che non funziona. I lockdown in Africa, presi a esempio, rispetto a quelli adottati nei Paesi sviluppati hanno avuto e tuttora presentano come caratteristiche comuni i metodi brutali usati per farli rispettare: in Kenya fin dai primi giorni le forze dell’ordine hanno sparato ad altezza d’uomo, in Nigeria le autorità hanno addirittura disposto la demolizione di due alberghi di Port Harcourt e l’arresto dei proprietari per aver trasgredito all’ordine di chiudere.

L’alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, in un comunicato del 27 aprile condannava la violenza nei confronti di chi viola un coprifuoco: i poteri di uno stato d’emergenza “non devono essere un’arma che i governi usano per reprimere il dissenso, controllare la popolazione e restare al potere”. E lo stesso Guterres ha invitato i governi africani a non usare la crisi del Covid-19 come pretesto per imporre misure repressive, e li ha esortati a rendersi conto che la minaccia è “il virus, non la gente”. È trascorso un mese e queste raccomandazioni non sono state ascoltate.