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Afghanistan sotto attacco, la vendetta del Pakistan

Duri attacchi terroristici in Afghanistan. I Talebani della rete Haqqani hanno compiuto la loro strage nell'hotel Intercontinental di Kabul e lo Stato Islamico contro la sede di Save the Children di Jalalabad. Nel caso del primo attacco, quello dei Talebani, è probabile che ci sia lo zampino dei servizi pakistani. 

L'attacco dello Stato Islamico a Jalalabad

Prima i Talebani della Rete Haqqani, basati nel Waziristan pakistano, hanno colpito l’Hotel Intercontinental di Kabul ottenendo un impatto mediatico senza precedenti negli ultimi tempi. Poi i rivali dello Stato Islamico del Khorasan, in guerra contro il governo afghano ma anche contro i Talebani, hanno effettuato ieri un blitz a Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar, “culla” dell’IS afghano, contro la sede dell’Ong Save The Children.

In comune i due attacchi hanno la composizione dei commando di terroristi, tutti votati al “martirio”, e gli obiettivi occidentali presi di mira colpendo i quali è facile ottenere un’ampia grancassa mediatica in tutto il mondo. Le forze speciali afghane hanno risolto i due attacchi rispettivamente dopo 17 e 10 ore di assedio ma non sono riuscite a impedire un bagno di sangue, almeno a Kabul dove i morti sono stati 22 (43 secondo fonti non ufficiali), mentre a Jalalabad un bilancio non definitivo riferisce di 3 morti e 23 feriti. L’albergo frequentato dagli stranieri a Kabul era stato attaccato nello stesso modo il 28 giugno 2011, sempre della rete talebana Haqqani che il 31 maggio dell’anno scorso nella capitale afghana uccise con un camion bomba oltre 150 persone ferendone più di 400.

Nessuno dei due raid terroristici, verificatisi a pochi giorni di distanza, influirà sulle sorti dell’interminabile conflitto afghano, che per inciso vede i governativi spalleggiati da appena 13mila militari Usa e Nato (più quasi 4 mila rinforzi in arrivo) controllare a malapena la metà del territorio. In ogni caso non saranno poche migliaia di consiglieri militari occidentali in più a fare la differenza, soprattutto a fronte delle centinaia di morti e feriti che ogni mese registrano le forze di sicurezza afghane minate anche da corruzione e diserzioni. Entrambi gli spettacolari attacchi a Kabul e Jalalabad sono funzionali a dimostrare la vivacità e la potenza dei rispettivi gruppi jihadisti, dichiaratamente nemici tra loro, ma con in comune un aspetto strategico non irrilevante. Non può certo sfuggire che le retrovie dei Talebani, come dello Stato Islamico del Khorasan, si trovino oltre il confine pakistano, in quella Area Tribale che da sempre Islamabad afferma di non riuscire a controllare e covo dei miliziani jihadisti (anche di al-Qaeda) che hanno scatenato l’inferno in Afghanistan. Non è un caso neppure che le province afghane a maggiore densità di insorti siano proprio quelle che confinano con il Pakistan.

L’ambiguità di Islamabad, protrattasi pur con qualche dissidio con Washington durante le amministrazioni Bush Jr e Obama, viene però oggi denunciata con forza da Donald Trump, che ha deciso di sospendere gli aiuti e le forniture militari al paese asiatico. Dura la risposta pakistana che ha replicato sospendendo il flusso delle informazioni di intelligence con gli statunitensi e ha chiuso l’emittente Mashaal, legata al circuito internazionale Radio Liberty/ Radio Free Europe che diffonde informazioni e propaganda statunitense, finanziata dal Congresso USA.

Non è quindi difficile interpretare l’attacco talebano a Kabul come una potenziale rappresaglia dei servizi segreti militari pakistani, veri e propri “padrini” dei Talebani e degli insorti jihadisti attivi in Afghanistan. Del resto è un fatto che il defunto Osama bin Laden abbia vissuto per anni ad Abbotabad, a poche centinaia di metri da una base militare dell’esercito pakistano. Il braccio di ferro tra Washington e Islamabad va però inserito in un contesto più ampio rispetto al conflitto afghano in cui va consolidandosi da un lato l’asse economico e militare tra il Pakistan e la Cina, dall’altro quello tra gli Usa e l’India. L’Afghanistan sembra quindi continuare a pagare il conto delle tensioni tra i suoi vicini e le grandi potenze.