• CHIESA TEDESCA

Affonda nei debiti il gruppo editoriale dello scandalo

Weltbild GmbH, uno dei più grandi gruppi editoriali europei (circa 6800 dipendenti), con sede ad Augsburg e di proprietà della Chiesa cattolica tedesca, ha richiesto nei giorni scorsi l’apertura del processo d’insolvenza.

Un punto vendita della Weltbild

Weltbild GmbH, uno dei più grandi gruppi editoriali europei (circa 6800 dipendenti), con sede ad Augsburg e di proprietà della Chiesa cattolica tedesca, ha richiesto nei giorni scorsi l’apertura del processo d’insolvenza. Il gruppo venne posto in vendita già nel 2010, ma allora non si presentarono acquirenti. Nel 2011 poi è stato al centro di uno scandalo perché distributore, attraverso la propria rete commerciale, anche di letteratura erotica, pornografica e perfino nemica della Chiesa cattolica.  “Da trent’anni la chiesa traffica con Weltbild”, accusò allora Bernhard Müller su Welt.de, “un flirt con il denaro e con il potere che dura da trent’anni. In spregio agli obblighi etici e teologico-morali la chiesa ha trasformato il proprio gruppo in un Mayor Player nel settore dei media”. Al termine della riunione del 9 gennaio scorso, a Francoforte, la parola d’ordine tra i soggetti proprietari è stata: “Si salvi chi può”.

Alla guida del gruppo è da decenni un sessantunenne olandese, Carel Halff. Usando il motto “Con noi risparmiate” ha fatto di Weltbild una specie di discount cattolico. Sotto la sua regia, negli anni novanta il gruppo ha ottenuto uno sviluppo strepitoso, fino a diventare la più grande impresa del settore. E quelli erano tempi nei quali anche i vescovi erano dei successi imprenditoriali, nel senso che, a giudicar dai dividendi, il gruppo funzionava eccome. È stato l’arrivo di Amazon a creare i presupposti della crisi di Weltbild, che solo nel 2007 ha iniziato a muovere i primi passi nel settore del commercio online. Tanto che, come ha commentato il presidente del collegio sindacale Peter Beer, il prelato che è anche vicario generale della diocesi di Monaco-Frisinga (alla cui guida c’è il cardinale Reinhard Marx, uno degli otto saggi scelti da papa Francesco), “gli sforzi fatti negli ultimi anni di trasformare la casa editrice in un’impresa digitale non hanno portato i risultati sperati”. E proprio alla diocesi bavarese, almeno fino a un paio d’anni fa, Weltbild fruttava circa un miliardo di euro l’anno. Dalla fine del 2012 i profitti si sono ridotti radicalmente. E non è questo il solo problema. E’ giudizio comune degli addetti ai lavori che di un gruppo editoriale di tali dimensioni la Chiesa cattolica tedesca, oltre a dividersi i frutti economici, non abbia mai saputo bene che farsene. “Nell’impresa”, ha detto un ecclesiastico, “i soci non sono mai stati di casa”. L’accusa, proveniente anche dall’interno della Chiesa, è dunque di essersi a lungo disinteressati del “giocattolo”. Almeno finché si è dimostrato essere la gallina delle uova d’oro.

A formulare proposte per risolvere la grave crisi del gruppo sono stati principalmente Marx e il cardinale di Colonia, Joachim Meisner. Il primo ipotizzò di prendere Weltbild sotto la sua protezione attraverso la creazione di una fondazione, mentre il secondo si fece promotore della messa in vendita. Sgonfiatasi l’ipotesi del cardinale di Monaco e dimostratasi vano il tentativo di Meisner, il gruppo editoriale ha visto crescere in tre anni il fabbisogno finanziario da 20, a 65 e infine a 130 milioni di euro.

I vescovi tedeschi si sono trovati allora di fronte a tre opzioni: far finta di nulla e lasciare Weltbild al proprio destino, con il conseguente coinvolgimento nell’oscuro destino delle migliaia di dipendenti del gruppo? Sarebbe stata subito accusata di insensibilità sociale. Utilizzare i soldi che la Chiesa incassa dallo Stato come imposta sul culto? Troppo fresco e devastante lo scandalo provocato dal vescovo di Limburg alcuni mesi fa, Franz-Peter Tebartz-van Elst, con i 31 milioni attinti da un fondo nero chiamato “sede vescovile” e utilizzati per abbellire la sua sede vescovile. Non rimaneva che l’opzione capitalista, così la proprietà ha deciso di chiedere l’apertura del processo d’insolvenza. Nel frattempo proseguirà il tentativo di risanamento, ma è difficile dire ora a quanti dei lavoratori del gruppo verrà confermato il posto di lavoro. Dipenderà dall’andamento del processo e in ogni caso, al momento, come notava la “Frankfurter Allgemeine”, manca il vero presupposto per un risanamento, cioè un chiarimento sulla struttura finanziaria e societaria.