• IRLANDA DEL NORD

Aborto, in vigore da oggi la legge imposta da Londra

Dopo che Westminster ha approfittato dello stallo di Stormont, entrano oggi in vigore norme estreme per l’Irlanda del Nord. Aborto legale fino a 12 settimane per qualsiasi ragione e fino alla nascita in caso di rischio di vita per la madre o disabilità del bambino. Limitata l’obiezione di coscienza e spazio all’aborto casalingo. Tutto contro vita e libertà.

Dopo mesi di regime provvisorio, iniziato il 22 ottobre 2019, entra oggi in vigore nell’Irlanda del Nord la nuova legge sull’aborto. Si tratta di una normativa radicale, conseguenza dell’imposizione di Londra sulla sua provincia che pure gode - sulla carta - di un’autonomia speciale.

Vale infatti la pena ricordare che Westminster ha approfittato dello stallo del parlamento nordirlandese (rimasto fermo per tre anni) per imporre una legislazione abortista estrema che la maggioranza del popolo e dei rappresentanti dell’Irlanda del Nord aveva sempre rifiutato. A fermare l’entrata in vigore della nuova legge non è valso nemmeno il ripristino dell’attività parlamentare di Stormont e la conseguente formazione di un nuovo esecutivo (gennaio 2020). Né è valso l’ultimo appello, lanciato pochi giorni fa dalla Spuc a Boris Johnson, di bloccare questo abuso di potere che è destinato a tradursi nell’uccisione di chissà quanti bambini nel grembo materno. Ieri, sempre la Society for the protection of unborn children si è fatta promotrice di una campagna per chiedere ai parlamentari nordirlandesi di abrogare le nuove norme.

Il nuovo regime prevede che l’aborto sia legale per qualsiasi ragione fino a 12 settimane di gravidanza. Il termine è esteso fino alla 24^ settimana nei casi in cui la prosecuzione della gravidanza comporti un rischio per la salute fisica o mentale della madre. Quando si tratta di rischio per la vita della gestante non c’è invece nessun limite temporale per la soppressione del bambino: sarà dunque legale abortire fino a un istante prima della nascita. L’assenza di limiti temporali è prevista anche qualora dall’analisi del feto risulti un grave handicap fisico o mentale. Ancora una volta, quindi, la cultura abortista mette nero su bianco il proprio rifiuto della disabilità.

Gli aborti potranno essere praticati non solo da medici, ma anche da ostetriche e semplici infermieri. Il nuovo quadro normativo prevede pure la possibilità dell’aborto farmacologico nelle prime 10 settimane di gestazione, da eseguire presso ospedali, studi di medici generici e - per quanto riguarda la seconda fase della “procedura” - perfino le case delle donne interessate. Come se non bastasse, si dà al ministro della Salute dell’Irlanda del Nord la facoltà di estendere in ogni momento la gamma di luoghi in cui consentire un aborto farmacologico.

In questo scenario desolante non sorprende la grave restrizione del diritto all’obiezione di coscienza, che intende rispecchiare quella contenuta per il resto del Regno Unito nell’Abortion Act del 1967. In pratica, non sarà accettata l’obiezione di coscienza per le mansioni amministrative e gestionali legate all’aborto; inoltre, come spiega il governo britannico, il personale sanitario obiettore dovrà comunque garantire «la partecipazione al trattamento» qualora sia «necessaria per salvare la vita o prevenire gravi lesioni permanenti alla salute fisica o mentale di una donna o ragazza incinta».

Non sono previste, per il momento, “zone cuscinetto” interdette all’accesso delle persone che sostengono la vita nascente, ma l’esecutivo del Regno Unito si riserva di tenere «sotto controllo» la questione. Come dire che c’è una spada di Damocle pendente anche sulla libertà di consigliare e pregare nelle vicinanze dei centri dove si praticano aborti, libertà che altrove si è parecchie volte tradotta nel ripensamento in positivo per le donne incinte e nella salvezza dei loro bambini.

Prima del diktat di Londra, l’aborto era vietato nell’Irlanda del Nord eccetto che nei casi di grave pericolo per la vita o la salute della madre. Il 4 novembre il governo britannico aveva lanciato una consultazione di sei settimane per raccogliere suggerimenti su alcuni punti cruciali della nuova legislazione abortista. Il quadro legale che entra in vigore oggi - in gran parte uguale a quello abbozzato in autunno dal governo Johnson - è la prova che di quella consultazione si è tenuto pochissimo conto. Nel 79% delle 21.244 risposte alla consultazione, si esprimeva infatti «la loro opposizione generale - come sintetizza il documento governativo - a qualsiasi disposizione sull’aborto nell’Irlanda del Nord oltre a quella attualmente consentita», cioè appunto i casi di pericolo per la vita e la salute delle donne.

Ciononostante, l’esecutivo britannico ha tirato dritto dicendosi “legato” all’introduzione di un quadro normativo in linea con le raccomandazioni contenute nel rapporto del 2018 della Cedaw, il Comitato Onu sull’eliminazione delle discriminazioni contro le donne. E pazienza se, in nome di una malintesa libertà, l’aborto discrimini proprio loro per prime.

In modo simile a quanto succede in Italia, dove gli aborti continuano, nemmeno l’emergenza da Coronavirus ha indotto a bloccare l’entrata in vigore di un provvedimento che causerà tante vittime innocenti e distoglierà medici e infermieri da quella che dovrebbe essere la loro vocazione, salvare vite.

C’è da segnalare infine una novità che vale per tutto il Regno Unito. Dopo un tira e molla di una settimana, con relativi annunci e smentite, pare che il governo britannico abbia cambiato nuovamente idea sull’aborto casalingo. Per due anni o comunque per tutta la durata dell’epidemia da Covid-19, riferisce il Daily Mail, le donne potranno prendere a casa entrambe le pillole previste per l’aborto chimico (mifepristone e misoprostolo). Basterà sentire al telefono un medico, ottenendo le compresse via posta. Insomma: le donne saranno sempre meno sicure e lasciate sempre più sole. Il tutto in perfetta contraddizione con la propaganda abortista che dice di stare “dalla loro parte”.