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EDUCAZIONE

Abolire il liceo classico? Perderemmo un tesoro

Andrea Ichino e Umberto Eco si confrontano sulla sopravvivenza del liceo più elitario d'Italia: il classico. Umberto Eco, come Luciano Canfora in una precedente intervista, ha perorato la causa della scuola umanistica. Ichino vorrebbe invece smantellare il prodotto della "riforma più fascista", quella di Gentile del 1923.

Educazione 20_11_2014
Greco antico

Nella smania riformatrice che da sempre contraddistingue tutti i ministri dell’istruzione, viene ciclicamente agitata l’ipotesi di abolizione del liceo classico. Le operazioni di maquillage nella riforma del sistema scolastico sono state spesso concepite per gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica, senza di fatto riuscire ad incidere sulla qualità dell’insegnamento e sull’affermazione di un corretto rapporto tra studenti e docenti e tra questi ultimi e le famiglie.

Il liceo classico è stato introdotto nel 1923 con la riforma Gentile ed è questo suo retaggio fascista a suggerire a molti osservatori di proporne la cancellazione. Si tratterebbe, a detta di questi ultimi, di un indirizzo di studi superiori non più in linea con l’evoluzione della società italiana e scarsamente attrattivo rispetto alle nuove generazioni.

Il tema è tornato di stretta attualità nei giorni scorsi, quando al Teatro Carignano di Torino si è svolto un “processo” al liceo più antico d’Italia. L'economista Andrea Ichino e il semiologo e scrittore Umberto Eco sostenevano l'accusa e la difesa. Il processo era guidato da Armando Spataro, procuratore capo a Torino, e accompagnato da testimonianze nonché grida di dolore e di richiamo al cambiamento di insegnanti e studenti. Dall’avvincente dialettica tra i due punti di vista sono emersi gli aspetti più controversi relativi alla sopravvivenza o meno del liceo classico.

Luciano Canfora, in una recente intervista, argomentava acutamente: «Quella classica è la formazione più completa. Soprattutto è l’unico indirizzo in cui viene dato il giusto peso alla materia più importante di tutte per il salto nella maturità: la filosofia. La conoscenza del pensiero filosofico è un elemento formativo cruciale, e oggi in pericolo. Per me andrebbe insegnata al meglio anche nei tecnici, nei professionali». Questa opinione ha il pregio di esaltare gli elementi di specificità della cultura classica, che, secondo Umberto Eco, è indispensabile perfino a chi deve progettare il software di un computer, ma apre una disputa tra chi ritiene che il liceo classico debba rimanere così com’è e chi, invece, ne auspica un ammodernamento. In quali termini? Non si può certamente fare a meno dello studio del greco che, come ritiene Canfora, è una lingua filosofica, con parole che hanno molti significati da affidare al sano e maturo discernimento dell’interprete. E poi, dentro la cultura greca ci sono teatro, filosofia, scienza.

Il tesoro dei saperi classici va preservato gelosamente, anche se più di qualcuno ritiene che nell’ordinamento del liceo classico vadano inserite discipline nuove, quali il diritto e l’economia, come evoluzione della storia, materia peraltro ridotta al lumicino dalla riforma Gelmini, poiché potenzialmente utile, come ha sottolineato Canfora, a criticare il presente e quindi pericolosa agli occhi dei conservatori.

Nello spettacolo torinese Andrea Ichino prova a demolire il liceo classico «perché inganna alcuni studenti, che lo scelgono per avere strumenti migliori e poi perché è inefficiente e perché è figlio della riforma Gentile, la “più fascista delle riforme”, che voleva creare una scuola di elite impedendo alle classi svantaggiate di accedervi». A detta di Ichino, le competenze matematiche sono sconosciute al 70% degli adulti italiani, contro una media del 52% negli altri Paesi. Dando ragione a Ichino, questo significherebbe abolire la cultura umanistica. Ma ciò equivarrebbe a perdere la memoria, abituare le giovani generazioni a ragionare solo sul presente, occultando le radici, senza più il tesoro degli imperituri insegnamenti storici. Probabilmente, però, la cultura classica va ripensata, migliorando e aggiornando le modalità di insegnamento del latino e del greco e affiancando, nel curriculum di studi di chi frequenta il classico, anche una lingua straniera.

Nel frattempo, da quest’anno è scomparsa la parola “ginnasio” e chi si iscrive al classico frequenta il primo e secondo liceo classico e non più il quarto e quinto ginnasio. È, per ora, soltanto uno slittamento semantico, un’evoluzione terminologica, ma secondo alcuni preluderebbe a una rivoluzione nell’ordinamento liceale. Umberto Eco propone un liceo unico, che salvi il meglio del classico e il meglio dello scientifico. Ichino suggerisce un modello “self service”, dove ciascuno studente, anziché avere un menù fisso, possa comporre il “puzzle” della sua formazione, mixando elementi umanistici ed elementi scientifici.

I dati nel frattempo confermano che negli ultimi anni gli iscritti al classico continuano a scendere. Nell’anno scolastico 2014-2015, su 537.242 nuovi studenti delle scuole superiori, il 49,8% ha scelto un liceo. Al primo posto lo scientifico (15,6%, con una crescita del 2,7% rispetto all’anno precedente), al secondo il linguistico (8,8%, pari allo 0,5% in più), al terzo posto il classico (6%, contro il 7% dell’anno scolastico scorso). Evidentemente, esiste un pensiero sempre più diffuso circa l’inutilità di studiare una lingua morta come il greco. In realtà, lo scadimento progressivo del sapere umanistico sta riducendo la scuola a un esamificio che prepara a superare test ma non a pensare, che trasferisce nozioni ma non trasmette approcci alla vita. Cancellare il liceo classico significherebbe arrendersi definitivamente a questa “procedimentalizzazione” del sistema scolastico, vissuto come centro erogatore di dati e non come luogo per migliorare la qualità dell’uomo, la sua percezione di se stesso e della profondità dell’esperienza umana.