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Abiy Ahmed, il Nobel per la Pace che minaccia la guerra

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed 11 giorni dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace, minaccia di fare la guerra all'Egitto. Si tratta solo di propaganda, ma il segnale è molto negativo. E i Nobel per la Pace, almeno inizialmente, venivano assegnati per le capacità di mediazione. I risultati di stabilizzazione interna sono ancora peggiori

Abiy Ahmed

Quando l’opposizione incalza, l’endemica conflittualità etnica si inasprisce, la gente scende in strada e le manifestazioni di protesta si moltiplicano i capi di stato e di governo africani provano a riconquistare consenso e a riunificare la popolazione facendo la voce grossa con qualche paese straniero.

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed non fa eccezione. In Etiopia le tensioni etniche continuano ad aggravarsi, ne minacciano la stabilità ed è prevedibile che la situazione peggiori ancora con l’approssimarsi delle elezioni politiche in agenda il prossimo anno. Ed ecco che il 22 ottobre il premier, durante un question time del parlamento, si è detto pronto a chiamare alle armi la popolazione se l’Egitto cercherà di impedire che venga ultimato il progetto della Renaissance dam, una diga sul Nilo blu oggetto di un lungo contenzioso tra i due paesi. Secondo alcune agenzie di stampa, il premier, in riferimento a presunte dichiarazioni egiziane di possibile ricorso alla forza, ha replicato: “sia chiaro che niente può impedire all’Etiopia di costruire la diga. Se sarà necessario andare alla guerra, potremo contare su milioni di persone pronte a combattere. Se qualcuno lancerà un missile (il soggetto sottinteso è l’Egitto) qualcun altro (l’Etiopia) risponderà con le bombe. Ma lo scontro armato non è nell’interesse di nessuno”.

Sono parole minacciose come se ne sentono tante, alle quali non si presterebbe molta attenzione se non fosse che il question time del 22 ottobre durante il quale sono state pronunciate è stata la più importante apparizione in pubblico del premier Abiy Ahmed da quando l’11 ottobre gli è stato conferito il Premio Nobel per la Pace. Come ha giustamente osservato Rodolfo Casadei, commentando la vicenda per la rivista Tempi, di premi Nobel per la pace poco convincenti ne sono stati assegnati tanti – ad esempio, al presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nonostante il suo impegno militare in almeno sette stati, alla pacifista Rigobertà Menchu, malgrado che la sua biografia di perseguitata fosse risultata inventata, e persino a Yasser Arafat – ma parlare di guerra, per quanto in risposta a una presunta minaccia (peraltro subito smentita dal governo egiziano), 11 giorni dopo essere stato insignito del Nobel è decisamente un record.   

Il Nobel per la pace si conferisce tenendo conto tra l’altro della capacità di mediazione e composizione dei conflitti, dei risultati ottenuti nella rimozione dei motivi di scontro e di divisione tra gli abitanti di un paese: ad esempio, lotta a povertà, diseguaglianze, discriminazioni e corruzione (da qualche anno vale anche l’impegno ambientalista. Nel 2004, ad esempio, è stato assegnato alla kenyana Wangari Maathai per la sua lotta per uno sviluppo ecologicamente sostenibile).

Anche da questo punto di vista, guardando alle condizioni del suo paese, le performance del premier etiope da quando ha assunto la carica nell’aprile del 2018 non sembravano tali da meritare un premio, per quanto Abiy Ahmed vanti il primato di aver fatto piantare, a quanto si dice, 350 milioni di alberi in un solo giorno, il 29 luglio (Wangari Maathai era arrivata solo a 40 milioni). Ed è parso eccessivo l’entusiasmo per la pace definitiva finalmente siglata con la vicina Eritrea che ha consentito ai due paesi di riprendere rapporti e contatti, come se il merito fosse solo suo e non eventualmente dell’altro contendente, il presidente eritreo Isaias Afewerki. (v. “Nobel dubbio ad Abiy Ahmed Ali. E poteva andar peggio”, 12-10-2019).

Tuttavia non sono mancate le congratulazioni di alcuni leader africani. Il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, lo ha acclamato come “instancabile campione di pace, stabilità e prosperità”. Il presidente del Sud Africa, Cyril Ramaphosa, si è più prudentemente limitato a dire che il premio “attirava l’attenzione del mondo sul costante progresso del continente africano verso la pace e la stabilità”. Anche altri capi di stato hanno messo l’accento più che sulle imprese del loro collega su generiche conquiste africane di pace e progresso. Nessuno comunque ha avuto parole di lode quanto il quotidiano Avvenire. Paolo Lambruschi il 12 dicembre ha definito Abiy Ahmed il “Kennedy africano”, “un mix tra Che Guevara e Macron” (che evidentemente il giornalista ammira), ma anche il “Gorbachev africano”, “un grande riformatore che entrerà nei libri di storia per i processi avviati eppure poco amato in patria”. 

Su quest’ultimo punto il quotidiano italiano aveva ragione. Nella seconda metà di ottobre le manifestazioni di protesta dell’etnia Oromo, emarginata pur essendo l’etnia più numerosa, hanno portato all’arresto di centinaia di dimostranti e hanno causato decine di morti.  La collera dei manifestanti nei confronti del governo è cresciuta quando il leader oromo Jawar Mohammed ha denunciato l’irruzione in casa sua delle forze di sicurezza nel tentativo di arrestarlo.  In segno di solidarietà con il loro leader e di disprezzo per il governo, i dimostranti hanno bruciato diverse copie di un libro di Abiy Ahmed appena pubblicato e distribuito in tutto il paese.