• COMUNISMO CINESE

A Shanghai in lockdown la gente protesta per fame

Doveva durare pochi giorni: il lockdown di Shanghai sta durando da un mese. E la popolazione incomincia a protestare, non solo sui social network, ma anche esponendosi personalmente. È una protesta per fame: lo Stato non riesce a pianificare la distribuzione del cibo. La colpa è data a capri espiatori interni e soprattutto esteri.

Polizia a Shanghai

Doveva durare pochi giorni, essere già finito esattamente un mese fa: il lockdown di Shanghai sta durando da un mese. Sebbene si siano allentate alcune misure restrittive, non per tutti, e la curva dei contagi sia in calo da dieci giorni di fila, le autorità persistono nella rigidissima politica di Covid zero, mirando a debellare la malattia. E la popolazione incomincia a protestare, non solo sui social network, ma anche esponendosi personalmente.

Sabato e domenica sono state inscenate alcune proteste nella città. Dopo che i residenti di un quartiere occidentale hanno trovato cibo avariato, mai distribuito, in uno dei depositi statali, non ci hanno visto più dalla rabbia. Hanno sparso il cibo per strada e preteso spiegazioni alle autorità con una marcia di protesta. In altri quartieri della megalopoli, la gente sta iniziando a rifiutare di sottoporsi al tampone periodico. Il 28 aprile, in diversi quartieri della città, all’interno dei loro appartamenti, gli abitanti hanno suonato all’unisono dei “concerti” di protesta, percuotendo pentole e lavelli in modo sincronizzato. Nel quartiere di Pudong, sono avvenuti scontri fra polizia e residenti, dopo che diversi appartamenti erano stati arbitrariamente requisiti per essere adibiti a centri di quarantena. Nell’antico sobborgo di Jinze, alle porte della megalopoli, la popolazione è scesa in strada sabato per protestare contro la mancanza di cibo. Le autorità hanno allora alleggerito le restrizioni organizzando un sistema di biglietti per comprare una possibilità di uscita a fare la spesa: tre ore di libera uscita a testa. Ma uno dei residenti ha avuto il sospetto che un supermercato rivendesse le razioni alimentari garantite dallo Stato gratuitamente ai cittadini e allora è scoppiata una seconda protesta domenica.

Queste scene, non solo dimostrano l’esasperazione di un popolo di 25 milioni di persone, chiuso in casa con metodi da carcere di alta sorveglianza, inclusi gli allarmi elettronici installati alle porte, i recinti attorno alle zone di quarantena e le pattuglie di droni per la sorveglianza. Dimostrano anche tutta la disorganizzazione dello Stato pianificatore. Il problema è essenzialmente l’incapacità di distribuire il cibo, in modo capillare. Considerando che il sistema privato di consegne a domicilio incontra difficoltà sempre maggiori, lo Stato dovrebbe subentrare con consegne gratuite, che garantiscano almeno la sopravvivenza. Ma non riesce a pianificare e non riesce, soprattutto, ad evitare i casi di corruzione e di mercato nero, che in queste situazioni prosperano.

La protesta degli abitanti di Shanghai è motivata dalla fame, più che dalla mancanza di libertà. Ma ad ogni segno di dissenso, come di consueto, le autorità rispondono con la punizione di capri espiatori, non con il cambio di sistema. Alcuni funzionari di grado inferiore, ritenuti responsabili di non aver distribuito il cibo (poi marcito nei depositi) sono stati licenziati. Le autorità hanno anche licenziato i funzionari di un ospedale in cui un'anziana paziente ha rischiato di essere cremata quando era ancora viva. Ma la punizione è arrivata solo dopo che il loro errore è finito su un video diventato virale. I casi che non possono essere negati, dunque, finiscono con epurazioni di quadri e livelli più bassi, ma non viene mai preso in considerazione il cambiamento del sistema. Nei messaggi inviati ai residenti “ribelli” che organizzano concerti di stoviglie, la polizia intima di smetterla perché si tratterebbe di proteste “organizzate da forze straniere ostili”.

Il 31 marzo il copione della repressione era già stato scritto, su un documento della Commissione Centrale per gli Affari politici e legali del Partito Comunista Cinese in cui il governo viene messo in guardia dal pericolo di “rivoluzioni colorate”, termine con cui sono indicate tutte le possibili insurrezioni filo-occidentali in Cina, in Russia oppure contro gli interessi russi e cinesi in tutto il mondo. Il documento indica “cinque tipi di rischio”, che si possono riassumere in cinque tipi di minaccia al regime da parte di forze ostili. Lo scenario più temuto è quello della guerriglia urbana. La responsabilità è interamente attribuita a “forze straniere”, leggasi occidentali. «Forze straniere ostili continuano a gonfiare problemi sociali gravi e a suscitare emozioni negative. È necessario rafforzare la gestione e la costruzione di posizioni ideologiche nelle città ed mantenere efficacemente una sicurezza ideologica». Con metodi che vediamo a Shanghai: sorveglianza totale, controllo capillare, applicazione a tutti i costi di politiche motivate dall’ideologia.

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