a cura di Stefano Fontana
  • IL PUNTO

A cosa hanno ridotto la “teologia pubblica”

La Dottrina sociale della Chiesa può essere anche chiamata “teologia pubblica”. Essa è teologia morale, come ha chiarito Giovanni Paolo II, ma ciò non significa che riguarda solo i comportamenti etici individuali nell’ambito politico. Non vuol dire solo che  indichi cosa si deve e non si deve fare in determinate  situazioni. Certo, fa anche questo, ma più estesamente essa è teologia morale in quanto esprime il significato della presenza pubblica della Chiesa nei suoi rapporti con la costruzione sociale e politica della comunità umana, esprime il progetto di Dio sulla vita sociale, parla degli aspetti strutturali che legano essenzialmente l’essere cristiano con l’essere cittadino, impegna ad ordinare a Dio le cose temporali, chiarisce il rapporto tra la Chiesa e il mondo. Quindi essa può essere considerata “teologia pubblica”, e in questo senso rivendica per la Chiesa un “diritto di cittadinanza” nella società politica, un diritto di cittadinanza che non può essere ridotto ad una opinione che dialoga con altre opinioni come in un enorme talk-show democratico, senza dire né garantire niente di definitivo.

Un libro di recente pubblicazione (G. Villagràn, Teologia pubblica. Una voce per la Chiesa nelle società plurali, Queriniana, Brescia 2018) illustra la nuova “teologia pubblica” nordamericana, segnalandola come una interessante novità nelle risposte della Chiesa alle sfide di oggi. Si tratta di un nutrito gruppo di teologi che, pure tra molte diversità, coltiva alcuni presupposti comuni: Ronald Thienamm, Linell Cady, Robert Benne, David Tracy, Max Stackhouse, John Coleman, David Hollenbach. Kristin Heyer. È stata anche costituito il Global Network of Public Theology per favorire gli incontri accademici tra i diversi protagonisti.

Questa nuova teologia pubblica parte dal presupposto che la situazione di pluralismo religioso e morale delle nostre società avanzate non solo sia irreversibile sul piano storico ma anche giusto e opportuno. In questo senso la corrente fa propria l’idea, già ampiamente argomentata da altri, secondo la quale la secolarizzazione sarebbe frutto positivo dello stesso cristianesimo e quindi con esso essenzialmente compatibile. Un secondo punto è che nella società plurale ogni realtà ha una propria narrazione alle spalle da cui trae principi e valori sociali e politici e ad essa si spira nell’incontro con le altre narrazioni. Capita così anche per la Chiesa e per essa la teologia è naturalmente pubblica, contro ogni privatismo possibile. La teologia pubblica per questo richiede e giustifica una presenza della Chiesa nella pubblica piazza, ove portare i principi della propria narrazione. Un terzo punto riguarda lo strumento filosofico di cui avvalersi, dato che tutti i protagonisti di questa corrente ritengono che non si possa fare teologia senza filosofia. I due principali punti filosofici di riferimento per loro sono l’ermeneutica di Gadamer e la filosofia dell’etica pubblica di Habermas. L’autore del libro analizza lo sviluppo di questi punti soprattutto nella teologia di David Tracy, sacerdote cattolico della diocesi di Bridgeport (Connecticut), nato nel 1933.

Non si può non osservare la debolezza della teologia pubblica intesa in questo senso e non si può concordare con quanti la collegano in qualche modo alla Dottrina sociale della Chiesa che è invece tutt’altra cosa. Con l’ermeneutica e il dibattito pubblico di Gadamer e Habermas si può arrivare  al massimo a decisioni concordate, ma non a decisioni giuste, dato che la giustizia non dipende dal dialogo o dal confronto, anche se dialogo e confronto possono aiutare a trovarla. Inoltre tali decisioni condivise sono sempre provvisorie dato che dipendono da precomprensioni. Quando si arrivasse ad una decisione condivisa partendo da diverse precomprensioni, tale decisione diventerebbe a sua volta una nuova precomprensione per altri confronti condivisi e così via, senza mai arrivare a qualcosa di definitivo. Ma se non c‘è il definitivo non c‘è l’indisponibile, e la società si reggerebbe sulla provvisorietà delle interpretazioni e delle decisioni condivise, il che è troppo poco.

Dati certi presupporti della teologia moderna, che questa nuova teologia pubblica fa propri, è inevitabile che alla Chiesa non possa spettare che un ruolo di partecipante ad un talk-show socio-politico, nel quale ci si scambiano visioni derivanti dalle proprie narrazioni e si cerca tramite il dialogo di arrivare a decisioni condivise. Che poi siano vere e giuste è un’altra questione.