a cura di Stefano Fontana
  • L'anniversario

A 130 anni dalla Rerum novarum

Il 15 maggio 1891 Leone XIII pubblicava la Rerum novarum che quindi compie in questi giorni i suoi 130 anni. A rileggerla si è colpiti dalla sua freschezza, dalla semplicità e acutezza del linguaggio, dalla chiarezza delle idee, e su tutti questi punti viene spontaneo confrontarla con esempi più recenti di magistero sociale pontificio, nel cui confronto essa esce senz’altro vincitrice. Veramente essa è la Magna Charta della Dottrina sociale della Chiesa, come scrisse quarant’anni dopo Pio XI.

Delle osservazioni e indicazioni dateci della Rerum novarum quasi tutto rimane attuale e significativo. Soprattutto però rimane attuale e significativo il suo intento ultimo, il suo scopo principale, l’intento che Leone XIII seguì nel redigerla. Questa finalità ultima rimane attuale proprio perché è la più dimenticata dalle commemorazioni della Rerum novarum secondo lo spirito oggi prevalente nella Chiesa.

Si dice giustamente che la Rerum novarum è un’enciclica sulla “condizione operaia”. Gli storici segnalano che il 6 maggio 1889 si era aperta a Parigi la grande esposizione universale con la torre Eiffel; che dal 14 al 20 luglio dello stesso anno veniva fondata, sempre a Parigi, la II Internazionale socialista; che dal 15 al 28 marzo 1890 si era tenuta a Berlino la conferenza mondiale sulla protezione del lavoro. Da questi e altri spunti storici si ritiene che lo scopo della Rerum novarum sia sociologico ed economico.

Non c’è dubbio che la Rerum novarum si preoccupi della giustizia nei rapporti di lavoro, chieda una riformulazione “familiare” del salario, pretenda che si tutelino i più deboli e dia alcune indicazioni su come farlo. Però il suo scopo principale non era di promuovere una nuova economia ma di difendere e ripristinare la società cristiana. I nuovi fenomeni relativi all’industrializzazione e all’inurbamento sono considerati da Leone XIII pericolosi perché sradicano il lavoratore dalla famiglia e dalla pratica religiosa. La Rerum novarum chiede il rispetto del riposo festivo non tanto come diritto civile del lavoratore ma come diritto religioso pubblico dal quale la nuova vita in fabbrica avrebbe potuto distoglierlo, inserendolo in una società non più fondata su Dio. Nei paesi di campagna, alla domenica, durante la celebrazione della messa, le osterie chiudevano, ma nelle periferie industrializzate delle grandi città questo non avveniva di certo. A lui interessavano i pericoli morali che i lavoratori avrebbero corso nella nuova situazione. Anche la critica alle ideologie del tempo – socialismo e anarchismo in modo particolare – è mossa non tanto alla loro visione dell’economia, ma al loro ateismo, che avrebbe potuto mettere in difficoltà la fede cristiana dei lavoratori che dalla campagna giungevano – sperduti e indifesi – nella grande bolgia delle periferie urbane. La lontananza dalla famiglia e dalla parrocchia e l’isolamento avrebbero potuto riplasmarne la mentalità in senso negativo. Perfino l’invito ad associarsi, che la Rerum novarum rivolge agli operai cattolici, è accompagnato dal consiglio di non entrare – se non a condizioni particolari – in associazioni “miste” ove siano presenti anche altri modi di pensare e di agire oltre a quelli cattolici.

Leone XIII sapeva bene che il bene comune è possibile anche in regime di povertà e che la vita dura, ma sostenuta dalla famiglia e dalla religione, nelle campagne poteva godere di un bene comune maggiore che non quella della vita inurbata, magari con qualche superiore chance economica, almeno in prospettiva se non nell’attualità, ma anche con un maggior degrado morale e religioso.

La Rerum novarum tratta anche temi economici, ma ritiene che la vita economica, produttiva, del credito, del fisco, della moneta … sia fonte non solo di diseconomia ma anche di irreligiosità se viene staccata dalla morale naturale e dalla Chiesa. L’assetto economico diventa, in questo caso, fonte di povertà materiale e di miseria morale. Il fine ultimo della Rerum novarum consiste quindi nel difendere la civiltà cristiana dai nuovi potenti attacchi dell’ateismo ideologico e di ripristinarla laddove qualche breccia fosse già stata aperta e qualche muro portante sgretolato. Una lettura solo sociale ed economica della Rerum novarum non è quindi sufficiente, anzi è una distorsione della sua vera natura.

Questo risulta da un esame dello stesso titolo. L’enciclica si occupa delle “cose nuove” con grave preoccupazione per il fatto che siano avvenute e avvengano, non con la baldanzosa gaiezza di chi le attendeva e con le quali ha l’ansia di sintonizzarsi. Le “cose nuove” a cui l’enciclica si rivolge sono il distacco dalla società cristiana e sono valutate come molto perniciose. Non c’è nella Rerum novarum nessuno slancio entusiasta verso i cambiamenti e le modernizzazioni che comportino la distruzione della società cristiana, nella quale la Chiesa aveva non solo un “diritto di cittadinanza”, come disse Giovanni Paolo II nella Centesimus annus commemorando la Rerun novarum, ma un ruolo ben più più fondamentale.