• GUERRA FRA GRILLINI

5 Stelle uniti... solo dalla paura di perdere il seggio

Gaffes, dimissioni, liti ormai aperte fra esponenti del Movimento 5 Stelle. Lo scenario è quello di un partito diviso su tutto e unito solo dalla paura di perdere il seggio, soprattutto da parte di chi non ha una seconda possibilità di farsi eleggere. E per tenere in sella la classe dirigente sta saltando anche il vincolo dei due mandati

Gli slogan del MoVimento

Mentre in Rete impazza la solita ironia sugli scivoloni continui degli esponenti Cinque Stelle (l’ultimo è quello del sottosegretario agli esteri, Manlio Di Stefano, che ha scambiato i libanesi con i libici), tra i grillini è scoppiata la guerra di tutti contro tutti.

Il Movimento è ormai una polveriera pronta ad esplodere e il malessere crescente si sta traducendo in un tiro al bersaglio contro gli attuali vertici, sempre più incapaci di gestire i sommovimenti interni. Se la polveriera non è ancora esplosa è solo per un motivo: il timore degli attuali parlamentari grillini, soprattutto di quelli al primo (e probabilmente unico) giro, di andare a casa e di doversi cercare un lavoro se dovesse finire anzitempo la loro parentesi dorata a Montecitorio o Palazzo Madama. Si sa che molti di loro, prima di diventare parlamentari, dichiaravano zero euro, quindi non lavoravano. Alcuni, solo grazie al lauto stipendio di senatori o deputati, sono riusciti ad accendere un mutuo per una casa e ora tremano all’idea di perdere il loro attuale reddito.

E’ triste pensare che la legislatura sia appesa al filo di questi bisogni individuali, mentre in tv molti politici continuano a prendere in giro l’opinione pubblica parlando di Mes, Tav, Autostrade e grandi temi. Nell’ultima assemblea dei parlamentari grillini il malcontento si tagliava a fette.  Sono volati gli stracci. «Bisogna affrontare il disagio del Movimento, perché se esasperato non sappiamo dove può portare. Le spaccature già ci sono», ha tuonato Marta Grande, grillina, ex presidente della commissione Esteri della Camera, 33 anni, una delle grandi accusatrici dell’attuale gestione del M5S.

Il cahier de doleances dei dissidenti, sempre più numerosi, è assai nutrito. A parare i colpi il reggente  Vito Crimi, che sette mesi fa era stato designato temporaneamente alla guida del Movimento in quanto membro anziano. Entro 30 giorni dalle dimissioni di Di Maio si sarebbe dovuto eleggere un nuovo capo politico, attraverso gli Stati generali del Movimento, ma alla fine i grillini si sono comportati come quelli di Forza Italia: niente congressi, niente assemblee degli iscritti, per paura di sostituire le perenni incoronazioni verticistiche con elezioni realmente democratiche. Non bastasse, i probiviri hanno inviato nei giorni scorsi a deputati e senatori varie sollecitazioni sulle rendicontazioni dello stipendio, inasprendo ancora di più il clima di insoddisfazione verso una gestione oligarchica del Movimento. Sembra che da gennaio un eletto grillino su 4 non versi nelle casse del Movimento la quota di indennità parlamentare stabilita dalle regole interne.

Il rinnovo delle presidenze delle commissioni di Camera e Senato ha penalizzato la disinvolta e inarrivabile voracità di poltrone pentastellata e ha accresciuto i malumori di chi è rimasto fuori e sperava in un nuovo incarico. Ad ogni votazione segreta, ormai da settimane, si contano almeno 20-30 franchi tiratori, che continuano a lanciare avvertimenti al Governo, rendendo incerta la navigazione di Conte, soprattutto al Senato, dove i numeri sono davvero risicati. In tv i capi del Movimento mandano sempre gli stessi parlamentari e i peones non ne possono più di fare i burattini nelle mani di Luigi Di Maio e Roberto Fico, in base alla fazione di appartenenza.

La conferma che sta salendo la temperatura dello scontro interno è arrivata con la bocciatura del piano per lo sport presentato dal Ministro dello sport, Vincenzo Spadafora, respinto via mail da un folto gruppo di parlamentari grillini. Lui si è dimesso, rimettendo le deleghe, ma il premier ha congelato la situazione fino a settembre, anche per sedare gli appetiti dei dem, che invocano un rimpasto. Palazzo Chigi assiste con crescente preoccupazione al terremoto dentro i Cinque Stelle e l’”avvocato del popolo” non può dormire sonni tranquilli, se è vero che tantissimi pentastellati potrebbero cedere alle lusinghe salviniane o renziane e provocare una crisi di governo dagli esiti imprevedibili.

Per sbloccare la situazione ed evitare l’implosione del Movimento, l’erede Davide Casaleggio si starebbe rassegnando all’idea di superare il vincolo dei due mandati, al fine di consentire a Di Maio, Fico, Crimi e altri esponenti di punta di potersi ricandidare anche alle prossime politiche. Finirà come finì nel Pd, quando la regola dei tre mandati fu disattesa sulla base del discutibile assunto delle legislature intere (tre mandati pieni). Altri tempi, stesso copione opportunistico. Intanto, sempre in forza dell’ennesima deroga ai dogmi grillini, Virginia Raggi preme per ricandidarsi a sindaco di Roma e Chiara Appendino  a primo cittadino di Torino. Ma visti i sondaggi che vedono i grillini in caduta libera, sarà una buona idea?