25 aprile di violenza, si rilegga il discorso di Berlusconi a Onna
Ancora una volta le manifestazioni del 25 aprile sono state occasione di contrapposizioni e aggressioni. Nel 2009 l'allora presidente del Consiglio fece un discorso sulla necessità di una pacificazione nazionale più che mai attuale e che andrebbe riletto.
Le manifestazioni del 25 aprile continuano, anno dopo anno, a raccontare un Paese che fatica a riconciliarsi con la propria storia. Quella che dovrebbe essere una giornata di memoria condivisa — la celebrazione della liberazione dal nazifascismo e della riconquista della libertà — si trasforma sempre più spesso in un terreno di scontro politico, identitario e persino fisico. Anche quest’anno non ha fatto eccezione. Anzi, i fatti avvenuti sabato nelle piazze italiane mostrano con chiarezza quanto il traguardo della pacificazione nazionale sia ancora lontano.
Le cronache parlano di cortei segnati da tensioni, aggressioni e divisioni interne agli stessi schieramenti. In diverse città si sono verificati episodi che difficilmente possono essere liquidati come marginali. Tra i più gravi, le contestazioni e le aggressioni nei confronti di chi portava una bandiera ucraina, simbolo, per molti, della resistenza di un popolo contro un’aggressione. In alcuni casi si è arrivati a impedire fisicamente la partecipazione alla manifestazione, con immagini che hanno suscitato indignazione, come quella di un anziano ostacolato e allontanato.
Non meno preoccupanti sono stati gli attacchi verbali e le minacce rivolte a esponenti politici e istituzionali, inclusi sindaci democraticamente eletti, appartenenti a diversi schieramenti. Insulti, cori violenti, slogan che evocavano persino la morte: un linguaggio che stride profondamente con i valori che il 25 aprile dovrebbe incarnare.
A queste tensioni si sono aggiunti episodi simbolicamente altrettanto gravi: cartelli e targhe commemorative delle Foibe imbrattati, a testimonianza di una memoria storica ancora selettiva e divisiva, incapace di riconoscere il dolore altrui quando non coincide con la propria narrazione.
Particolarmente significativo è stato quanto accaduto alla Brigata ebraica. Presente tradizionalmente alle celebrazioni per ricordare il contributo dato alla liberazione dell’Italia, quest’anno è stata oggetto di insulti e contestazioni, fino a essere costretta ad abbandonare il corteo sotto la protezione delle forze dell’ordine. Un fatto grave, che segnala non solo una tensione politica, ma anche una preoccupante deriva di intolleranza.
In questo contesto si inseriscono anche i cortei pro-palestinesi, ufficialmente pacifici e orientati alla denuncia della situazione in Medio Oriente. Tuttavia, anche qui non sono mancati episodi di radicalizzazione: slogan violenti, minacce contro membri del governo, ostilità verso simboli considerati “non allineati”. Il risultato è stato un ulteriore irrigidimento del clima, con fratture che si sono aperte persino all’interno degli stessi cortei.
Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni colgono, al di là delle appartenenze politiche, un punto reale della situazione: se una giornata che dovrebbe celebrare la libertà contro ogni oppressione si trasforma in un’occasione di intolleranza e aggressività, allora esiste un problema profondo. Non si tratta di negare il diritto alla protesta o al dissenso, ma di interrogarsi su come questi vengano espressi e su quale idea di libertà li ispiri.
Ecco allora che diventa inevitabile una riflessione più ampia. Forse il nodo non è soltanto negli episodi di violenza, ma nella difficoltà, tutta italiana, di costruire una memoria davvero condivisa. Il 25 aprile continua a essere percepito da molti come una festa “di parte”, anziché come un patrimonio comune.
Da questo punto di vista, varrebbe la pena di recuperare una provocazione: quella lanciata nel 2009 da Silvio Berlusconi nel suo discorso a Onna. In un contesto drammatico, pochi giorni dopo il terremoto che aveva devastato l’Aquila, Berlusconi scelse di legare il tema della ricostruzione materiale a quello della ricostruzione morale e civile del Paese. Parlò di unità nazionale, di pacificazione, della necessità di superare le divisioni storiche per ritrovare un sentimento comune.
Onna divenne, in quel discorso, il simbolo di un’Italia che può rinascere solo se riesce a riconoscersi come comunità, al di là delle contrapposizioni ideologiche. La liberazione dal nazifascismo veniva così affiancata alla sfida contemporanea della ricostruzione, entrambe lette come atti di coraggio e di libertà.
Quello spirito, oggi, sembra essersi smarrito. Le piazze del 25 aprile appaiono sempre più come luoghi di contrapposizione anziché di incontro. Eppure, proprio in una fase storica segnata da nuove tensioni internazionali, da conflitti e da polarizzazioni interne, ci sarebbe bisogno di recuperarlo. Dovrebbe capirlo soprattutto la sinistra, che, pur divisa al suo interno, continua a rivendicare una sorta di superiorità morale rispetto a questo anniversario.
La provocazione, allora, è semplice ma scomoda: è ancora possibile pensare a un 25 aprile che unisca davvero gli italiani? O siamo destinati a rivivere ogni anno lo stesso copione di divisioni e polemiche?
Rispondere a questa domanda significa affrontare il cuore del problema. Non basta condannare gli episodi di violenza, né limitarsi a ribadire principi astratti. Serve uno sforzo politico e culturale per costruire una memoria inclusiva, capace di riconoscere le diverse sensibilità senza trasformarle in fronti contrapposti.
Finché questo non accadrà, il 25 aprile resterà una festa incompiuta: importante, necessaria, ma ancora lontana dall’essere davvero di tutti.
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