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17 maggio 1981, disfatta dei pro life

Trent'anni fa il referendum sull'aborto: solo il 32% votarono per abrogare parzialmente la 194. Un risultato cui contribuì anche la Dc.

avvenire 1981

Sono passati trent’anni esatti (17 maggio) da uno dei due referendum più importanti della storia dell’Italia unita: quello sull’aborto. Correva l’anno 1981 e il Movimento per la Vita italiano, presieduto allora dall’avvocato Francesco Migliori, aveva raccolto un alto numero di firme per proporre la parziale abrogazione della legge 194, con cui era stato introdotto, nel 1978, l’aborto legale e gratuito.

Quel referendum fu, per i pro vita, una grande sconfitta. Solo il 32 per cento degli italiani, infatti, votò per la tutela della vita dei nascituri. Una cifra più bassa di quella ottenuta anni prima dal mondo cattolico che si opponeva al divorzio. Una vera debacle, insomma, che ancora oggi non è stata digerita. Basti ricordare che nel 2005, in occasione del referendum sulla legge 40, moltissimi ecclesiastici e cattolici in generale erano attanagliati da una paura: “Perderemo come nel 1981”. Invece nel 2005 si vinse, mentre nel 1981, appunto, si era perso ignominiosamente.


Perché? Anzitutto è bene capire l’epoca: eravamo ancora nel clima post sessantottino. La cultura dominante era quella imposta dalla rivoluzione culturale che aveva predicato la “morte della famiglia”, la fine dell’autorità paterna, la droga libera e la lotta armata. Tutte aberrazioni che vanno insieme. A sostenere questa pseudo-cultura nichilista e consapevolmente anticristica, vi erano flotte di intellettuali come Italo Calvino, per lo più di provenienza comunista. Costoro fiancheggiavano la lotta dei radicali Marco Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio, con il tifo sguaiato dei grandi media e dei poteri forti italiani. I grandi giornali erano tutti dalla parte degli abortisti: il Corriere, che in una occasione negò persino la pubblicazione di un articolo di Claudio Magris in favore della vita, e, soprattutto, Repubblica ed Espresso di Eugenio Scalfari. Furono proprio questi due giornali, insieme a svariate riviste del mondo femminista e radicale, a promuovere un tam tam mediatico efficacissimo.

Che in occasione del referendum non fece altro che riciclare e ripetere sino alla nausea le menzogne che erano state raccontate a partire dagli anni Settanta, per ottenere la legge. Si sa che una bugia detta e ridetta diventa verosimile e alla fine, all’orecchio di molti, addirittura vera.


Cosa dicevano, allora, gli abortisti?

Che il feto non era altro che un grumo di cellule; un’appendice della madre; che non era ancora formato; che non avrebbe per nulla sofferto… Si nascondevano del tutto le conseguenze psichiche e fisiche di un intervento così invasivo sulle donne, e si sosteneva che la legge 194 aveva posto fine al massacro delle donne dovuto al ricorso agli aborti clandestini: abrogarla avrebbe significato permettere che si tornasse all’ “aborto di massa, clandestino, classista”….

La strategia propagandistica era quella già utilizzata in altri paesi, come ebbe poi a raccontare Bernard Nathanson, alfiere dell’abortismo americano, prima di divenire un pro life, nel suo “Aborting America” finalmente pubblicato proprio quest’anno in Italia. Solo che da noi, popolo di navigatori e di romanzieri, le stesse bugie d’oltre oceano divennero grottesche. Mentre negli Usa, che hanno una popolazione  che è circa 5-6 volte la nostra, gli abortisti parlavano, mentendo consapevolmenete, di circa 200 mila aborti clandestini, da noi, in un paese molto più tradizionalista e molto meno popolato, si arrivò a dire che gli aborti clandestini erano svariati milioni!


Ci fu una vera gara a chi dava di più i numeri: alcuni parlamentari e giornali lanciavano la cifra di 3.5 milioni, altri proponevano due milioni, mentre i più moderati parlavano di un milione di aborti clandestini. Le femministe, senza vergognarsi di ribaltare la frittata, sfilavano con cartelli accusatori: “Ecco cosa avete fatto voi, difensori della vita, 3 milioni di aborti clandestini, 20.000 donne morte”. Con queste cifre si tentava di dire al popolo italiano: visto l’alto numero di aborti, come dato di fatto, tanto vale legalizzare un fenomeno già esistente e vasto, per poterlo, almeno, regolarizzare.


Ovviamente le cose non stavano così: anzitutto non si sapeva affatto quanti fossero gli aborti clandestini, proprio perchè erano, appunto, clandestini. Certamente però erano enormemente meno di quelli denunciati, senza alcuna scientificità, dai pro aborto. Infatti, una volta che la legge entrò in vigore, gli aborti non furono né 4 milioni né un milione, ma  187.752 mila nel 1979 e 231.008 nel 1982, cioè l’ anno successivo al referendum! Come è possibile che gli aborti siano così diminuiti, dopo essere divenuti legali, gratuiti e liberi nei primi tre mesi, mentre prima erano illegali e determinavano serie punizioni penali per il medico e per la donna? E poi, si sa, la legge fa cultura e ciò che è legale diviene, per molti, anche moralmente lecito.


Il principale artefice della 194, l’onorevole socialista Loris Fortuna - promotore anche della legge sul divorzio, poi morto in una casa di cura di suore, a Roma, secondo alcuni dopo essersi convertito-, aveva addirittura presentato l’aborto come la soluzione adatta ad un incubo tipico di quegli anni alimentato dal Club di Roma e da altri potentati oscuri: il sovrappopolamento. Arrivò dunque a difendere la 194 spiegando che avrebbe impedito che l’Italia divenisse invivibile, a causa dei troppi nati! Forse anche di qui il fatto che la 194 non solo abbassò le pene per gli aborti clandestini, mentre si diceva di volerli eliminare (oggi sono ancora moltissimi), ma omise totalmente di fornire aiuto alle coppie in difficoltà, cercando così di rimuovere, almeno in parte, le cause dell’aborto.


Queste ed altre menzogne, dunque, ottennero un grosso successo e trovarono, nel mondo laico, una opposizione debolissima. Non c’erano allora i Giuliano Ferrara. Norberto Bobbio, in verità, espresse le sue perplessità, dichiarando che gli sembrava strano che i “laici” lasciassero ai cattolici l’onore di difendere la vita innocente, mentre Pierpaolo Pasolini, rischiando il linciaggio, dichiarò pubblicamente di considerare la 194 come la “legalizzazione dell’omicidio”. A Moravia che lo accusava di posizioni reazionarie rispose: “Va bene, tu sei cinico, non credi in nulla, la vita di un feto è una romanticheria, e un caso di coscienza su un tale problema è per te una sciocchezza idealistica”.


Anche le donne comuniste dell’Udi, in quegli anni, “cambiarono idea”, nonostante si fossero schierate, solo pochi anni prima, contro l’aborto, sostenendo che la sua legalizzazione avrebbe deresponsabilizzato gli uomini, spingendoli a fregarsene delle conseguenze di un rapporto con una donna. Una posizione lungimirante, dal momento che lo slogan “l’utero è mio e lo gestisco io” ha spesso significato, in tutti questi anni, che il maschio non disposto a prendersi cura della compagna o moglie, e del figlio, ha potuto rovesciare la frittata: “l’utero è tuo e te lo gestici tu”.


Ma la sconfitta del fronte pro life non avvenne solo per la forte sproporzione delle forze in campo. Fu dovuta, forse ancora di più, alla divisione del mondo cattolico. Alcuni, come Franco Rodano, leader dei cosiddetti “comunisti cattolici”, difesero la 194 come una “conquista delle donne”. Ma ci furono, soprattutto, frotte di tiepidi; intere associazioni cattoliche che preferirono defilarsi, ritenendo che su quel tema non bisognasse scontrarsi, come se la vita o la morte di milioni di persone non fossero poi tanto importanti. Anche nel mondo ecclesiastico la prudenza e la paura dello scontro ebbero spesso il sopravvento.

Persino tra i cattolici pro life, all’interno del Movimento per la Vita e tra quest’ultimo ed altre organizzazioni pro life, però, ci fu una grande divisione: vi furono tattiche diverse, talora anche principi diversi, “prudenze” giudicate da alcuni necessarie, da altri eccessive, senza che nessuna autorità garantisse l’unità, e, insieme, l’ortodossia, della battaglia.


Si procedette un po’ in ordine sparso, e una parte del mondo pro life, con personalità forti e influenti, finì per disertare il referendum minimale (quello massimale era stato ingiustamente bocciato dalla Corte, col probabile sostegno della Dc), dichiarando che era formulato male e che, permettendo l’aborto cosiddetto “terapeutico”, avrebbe in verità favorito la cultura abortista, con il rischio, in più, del “timbro cattolico”. 


Inoltre vi era un altro, pesante ostacolo: la Democrazia Cristiana. Già vicina al suo decesso, la Dc era animata anche da uomini che, come già Aldo Moro, ritenevano che divorzio ed aborto non fossero temi su cui ragionare, su cui dividersi, su cui impegnarsi. Il famoso statista lo aveva dichiarato pubblicamente già nel 1975: lasciamo perdere queste questioni e dedichiamoci ad altro… Eppure la Dc era il riferimento di molti cattolici, che aspettavano che battesse il primo colpo (quantomeno per la sua forte organizzazione). Invece “il partito dei cattolici” funse da freno: anzitutto cercò di impedire che si raccogliessero le firme per il referendum abrogativo, raffreddando molti animi e facendo perdere degli anni preziosi; inoltre agì persino su uomini che avevano ruoli di punta nel mondo pro life, invitandoli a tergiversare e a tenere un basso profilo; poi, quando scongiurare il referendum si rivelò impossibile, la DC spinse per un referendum minimale, che potesse risultare più “aperto”, più laico, ma anche meno chiaro; infine, quando fu necessario mobilitare il proprio elettorato, come in ogni elezione, il partito venne a mancare, scomparve.

Senza Dc, senza mezzi, senza giornali, senza un appoggio sistematico e organizzato, ma solo saltuario, delle gerarchie ecclesiastiche, i pro life si trovarono divisi, sfilacciati, deboli. Inevitabile, per tutti questi motivi, la sconfitta. Ma proprio la storia di quegli anni ci dovrebbe insegnare a non ripetere quegli errori. Arriverà pure il momento in cui sui “principi non negoziabili” almeno i cattolici troveranno unità, coerenza e coraggio.
 
- In marcia il 22 e il 28, di M. Respinti