• L'ANNIVERSARIO

Wojtyla: l’Eucaristia non sopporta “diminuzioni”

“L’Eucaristia è un dono troppo grande per sopportare ambiguità e diminuzioni”. La frase è incastonata come un gioiello prezioso nel testo della Ecclesia de Eucharistia, l’enciclica di san Giovanni Paolo II dedicata all’Eucaristia “nel suo rapporto con la Chiesa”. Il documento è di estrema attualità, ancor più a cento anni dalla nascita del grande Papa e nei giorni in cui riprendono in Italia, dopo quasi tre mesi, con una serie di regole e limitazioni stringenti, le Messe coram populo

“La Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa” (EdE, 1). Inizia con queste parole l’ultima delle 14 encicliche di Wojtyla, datata “17 aprile. Giovedì Santo, dell’anno 2003, venticinquesimo del mio Pontificato, Anno del Rosario”. In un periodo di drammatica sofferenza personale, a meno di due anni dalla sua salita in Cielo, il Pontefice polacco che ha cambiato la storia, nuovo Mosè che ha traghettato la Chiesa e l’intera umanità nel terzo millennio, proclama con forza la centralità nell’esperienza ecclesiale del Sacrificio eucaristico. Riprendendo la costituzione conciliare Lumen Gentium ribadisce che è “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (EdE, n.1). Nelle pagine e nei capitoli che seguono, una serie di affermazioni e riflessioni chiarisce e precisa il pensiero di Giovanni Paolo II. Dopo aver ricordato che la Chiesa nasce dal mistero pasquale e si fonda sulla “istituzione dell’Eucaristia nel Cenacolo”, ricorda altresì che con il “dono eucaristico”, l’offerta di sé, “Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione perenne del mistero pasquale” (EdE, 5), cioè della nostra redenzione.

Di fronte all’evento pasquale, e all’Eucaristia che lo attualizza nei secoli, l’atteggiamento giusto che deve invadere sempre la Chiesa è lo “stupore”. Quello stesso stupore che Wojtyla vuol “ridestare” con l’enciclica. Dopo aver affermato che “contemplare Cristo implica saperlo riconoscere dovunque Egli si manifesti, nelle sue molteplici presenze”, sottolinea che tale riconoscimento avviene innanzitutto “nel Sacramento vivo del suo corpo e del suo sangue” (EdE, 6). La Chiesa si nutre “di questo ‘pane vivo’… Come non sentire il bisogno di esortare tutti a farne sempre rinnovata esperienza?” (EdE, 7).  L’Eucaristia non è solo dono e fonte di vita per i cristiani. Facendo memoria dei “tanti momenti e i tanti luoghi in cui mi è stato concesso di celebrarla”, da Cracovia a san Pietro e nelle “tante basiliche e chiese di Roma e del mondo intero”, il futuro santo vi ravvisa il suo “carattere universale e, per così dire, cosmico”, perché “unisce il cielo e la terra” (EdE, 8). Proprio perché l’Eucaristia “è quanto di più prezioso la Chiesa possa avere nel suo cammino nella storia”, non sono accettabili “abusi che contribuiscono ad oscurare la retta fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento”. Infatti comincia a farsi strada “una comprensione assai riduttiva del Mistero eucaristico” che, “spogliato del suo valore sacrificale, viene vissuto come se non oltrepassasse il senso e il valore di un incontro conviviale fraterno”. C’è così il rischio concreto di “prassi eucaristiche contrarie alla disciplina nella quale la Chiesa esprime la sua fede.., L’Eucaristia è un dono troppo grande per sopportare ambiguità e diminuzioni” (EdE, 10).

Le circostanze drammatiche in cui venne istituita l’Eucaristia, descritte da San Paolo in  una sua Lettera (“…nella notte in cui veniva tradito”, I Cor 11,23), fanno sì che essa porti “indelebilmente inscritto l’evento della passione e della morte del Signore”: è “il sacrificio della Croce che si perpetua nei secoli”. Non un semplice dono, ma “il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza” (EdE, 11).  Così, per sempre, “la Messa rende presente il sacrificio della Croce” (EdE, 12). Non solo. “Il Sacrificio eucaristico rende presente… anche il mistero della risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento” (EdE, 14). L’ultima enciclica di Papa Wojtyla definisce, ancora, l’Eucaristia “vero banchetto in cui Cristo si offre come nutrimento” (EdE, 16) e “tensione verso la meta… anticipazione del Paradiso” (EdE, 18). Ma è un nutrimento offerto “non solo ai singoli, ma agli stessi popoli, e plasma culture cristianamente ispirate” (EdE, 51). L’Eucaristia, poi, “dà impulso al nostro cammino storico, ponendo un seme di vivace speranza nella quotidiana dedizione di ciascuno ai propri compiti” (EdE, 20) e “crea comunità fra gli uomini” (EdE, 24). È a tal punto essenziale nella vita cristiana che occorre “mantenere viva… una vera ‘fame’ dell’Eucaristia, che conduca a non perdere nessuna occasione di avere la celebrazione della Messa” (EdE, 33). È opportuno “coltivare nell’animo il costante desiderio del Sacramento  eucaristico” (EdE, 34) e ai Pastori s’impone il “dovere di offrire a tutti l’effettiva possibilità di soddisfare al precetto” (EdE, 40). La parrocchia, in particolare, “è una comunità di battezzati che esprimono e affermano la loro identità soprattutto attraverso la celebrazione del Sacrificio eucaristico” (EdE, 32). 

Nella parte finale del documento, dopo aver ribadito che “il mistero eucaristico - sacrificio, presenza, banchetto - non consente riduzioni né strumentalizzazioni” e “va vissuto nella sua integrità” (EdE, 61),  Giovanni Paolo II parla di contagio, ma in un contesto particolare. Scrive: “Mettiamoci, miei carissimi fratelli e sorelle, alla scuola dei Santi, grandi interpreti della vera pietà eucaristica. In loro la teologia dell’Eucaristia acquista tutto lo splendore del vissuto, ci ‘contagia’”. Ed è anche necessario mettersi “in ascolto di Maria Santissima” e imparare da lei a conoscere “la forza trasformante che l’Eucaristia possiede” (Ede, 62). Trasformante fino al punto che, dice Wojtyla citando sant’Ignazio di Antiochia, il Pane eucaristico è “farmaco di immortalità, antidoto contro la morte” (EdE, 18). Non manca, nella Ecclesia de Eucharistia, un intero capitolo, il quinto, interamente dedicato al “decoro della celebrazione eucaristica” , in cui si rammenta che la Chiesa “si è sentita spinta lungo i secoli e nell’avvicendarsi delle culture a celebrare l’Eucaristia in un contesto degno di un così grande Mistero” (EdE, 48).  Infatti, “a nessuno è concesso di sottovalutare il Mistero affidato alle nostre mani: esso è troppo grande perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale , che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale” (EdE, 52). 

L’enciclica “sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa” ebbe un seguito e un compimento poco più di un anno dopo, con la Lettera apostolica Mane nobiscum Domine (Rimani con noi, Signore, la celebre frase pronunciata dai discepoli di Emmaus quando lo riconobbero alla frazione del pane). Pubblicata da Papa Wojtyla il 7 ottobre 2004, festa della Beata Vergine del Rosario, la Lettera inaugurava l’Anno dell’Eucaristia, che sarà poi concluso dal suo successore, Benedetto XVI, e avrà il suo esito finale nell’XI Sinodo dei Vescovi, proprio sul tema dell’Eucaristia. Nella Mane Nobiscum Domine san Giovanni Paolo II ribadiva che “l’Eucaristia è al centro non solo della vita della Chiesa, ma anche della storia dell’umanità” (MND, 6). Nella sua ultima Lettera del Giovedì Santo, inviata a tutti i sacerdoti del mondo il 13 marzo 2005, pochi giorni prima della morte, scriverà che “il corpo e il sangue di Cristo sono dati per la salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”. Parole che non dovremmo mai dimenticare.