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Vogliono riscrivere Tangentopoli

La vicenda di Tangentopoli, ricostruita sui giornali in questi giorni, ha molte ombre su cui non è stata fatta luce. Nessuno parla dei tanti suicidi di quegli anni, di intere famiglie distrutte dall'invadenza di una magistratura militante e politicizzata, che ha colpito con ferocia inaudita solo in alcune direzioni.

pool di mani pulite

In questi giorni sui quotidiani abbiamo letto ricostruzioni più o meno banali e retoriche, quando non addirittura fantasiose, di una delle pagine più controverse della storia d’Italia: Tangentopoli. Vent’anni fa un’intera classe politica è stata spazzata via dalle inchieste giudiziarie perché venne alla luce un diffuso e radicato sistema di malaffare che investiva i partiti e pezzi importanti dell’industria pubblica e privata. Il pool di Mani pulite ha di fatto operato quella selezione della classe dirigente che i partiti avevano dimostrato di non saper fare fino in fondo e ha così spianato la strada alla “seconda Repubblica”. Inchieste spontanee o eterodirette, addirittura dall’estero? Impossibile oggi dare risposta a questa domanda. Ci auguriamo solo che i libri di storia che si studieranno nelle scuole fra venti o trent’anni possano contenere la verità su quei fatti. I protagonisti di quella stagione si avventurano in spiegazioni dietrologiche figlie più di un’invincibile mania di protagonismo che di un sincero slancio ricostruttivo e interpretativo. L’intervista rilasciata al Corriere della Sera qualche giorno fa da Antonio Di Pietro, che di quelle inchieste è stato uno dei protagonisti, è un misto di banalità e di istinto autoassolutorio. 

Uno degli episodi chiave delle inchieste di Tangentopoli riguarda la maxi-tangente Enimont e il suicidio di Raul Gardini. L’ex pm, che alle ultime elezioni politiche ha provato invano a mimetizzarsi intruppandosi nel partito di Ingroia ma senza riuscire comunque ad essere rieletto in Parlamento, non ha modo evidentemente di ottenere visibilità in altro modo e allora, pur di finire in prima pagina sul più importante quotidiano nazionale, arriva perfino a contraddire se stesso, riscrivendo in modo quanto meno bizzarro la storia del suicidio del magnate della chimica italiana. Si rammarica di non averlo arrestato: "La sera del 22 luglio 1993, (il giorno dopo Gardini si tolse la vita, n.d.r.), poco prima di mezzanotte, i carabinieri mi chiamarono a casa a Curno, per avvertirmi che Gardini era arrivato nella sua casa di piazza Belgioioso a Milano e mi dissero: “Dottore che facciamo, lo prendiamo?”. Ma io avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in Procura con le sue gambe, il mattino dopo. E dissi di lasciar perdere. Se l’avessi fatto arrestare subito, sarebbe ancora qui con noi. Avrei dovuto ordinare ai carabinieri di eseguire l’arresto. Gli avrei salvato la vita. Ma non volevo venir meno alla parola data".

Peccato che in vari libri dedicati alle inchieste di Tangentopoli la versione data dallo stesso Di Pietro sia un’altra. A proposito dell’arresto di Gardini, l’ex pm, affermò anni fa una cosa completamente diversa: "C’erano perquisizioni da eseguire, si rischiava di cominciare la sera e di finire a notte inoltrata, per cui decisi di rinviare tutto all’indomani". Peraltro, il 17 luglio 1993, Gardini venne a sapere che il mandato d’arresto contro di lui era già stato firmato: al che, tramite i suoi due avvocati, si dichiarò disponibile a parlare di tutta la vicenda Enimont e anche di soldi ai partiti e di paradisi fiscali. Chiese un interrogatorio spontaneo come altri ma gli fu negato, perché il delirio giustizialista e giacobino portò i magistrati del pool di Milano, Di Pietro in testa, ad arrestarlo. Gli abusi degradanti e disumani compiuti dai magistrati in quei due anni non sono mai stati sufficientemente messi in evidenza dalla stampa e dagli storici. E’ prevalsa l’esaltazione di una pseudo-rivoluzione legalitaria che ha calpestato i più elementari diritti degli indagati e degli imputati.

Chi ha vissuto quegli anni con consapevolezza e partecipazione non potrà non ricordare le telefonate serali dei manager e dei segretari di partito ai direttori di giornali e ai cronisti di giudiziaria per sapere in anteprima se il giorno dopo avrebbero ricevuto avvisi di garanzia. Oggi si considera acquisito il principio deontologico in base al quale un avviso di garanzia non possa essere pubblicato sui media se prima non sia stato recapitato all’interessato. Per non parlare degli abusi della custodia cautelare. Il suicidio di Gabriele Cagliari, a San Vittore, qualche giorno prima di quello di Gardini, era il segno di un imbarbarimento del trattamento riservato ai detenuti in attesa di giudizio, trattenuti in cella e “cotti a fuoco lento” affinchè parlassero e accusassero altri. Verità estorte con il ricatto, in spregio ai più elementari principi di giustizia e rispetto della dignità umana. Di tutto questo, ovviamente, Di Pietro non parla nell’intervista al Corriere della Sera. Simula una umanità che lui in quegli anni non dimostrò affatto, accecato com’era dai riflettori mediatici e dal delirio di onnipotenza che lo accomunava ai suoi colleghi del pool.

Nessuno parla dei tanti suicidi di quegli anni, di intere famiglie distrutte dall’invadenza di una magistratura militante e politicizzata che ha colpito a lungo e con ferocia inaudita solo in alcune direzioni, guardandosi bene dall’indagare sui centri di potere vero, che ancora oggi, con sponde internazionali, fanno il bello e il cattivo tempo nel nostro Paese. Molti dei condannati di Tangentopoli erano effettivamente colpevoli, avevano preso e pagato tangenti. Ma quanti di loro si sono effettivamente arricchiti in prima persona? Pochi, perché i meccanismi (perversi quanto si vuole, ma accettati da tutti, proprio tutti, anche da quelli che poi hanno beneficiato del ricambio politico e manageriale prodotto da quelle inchieste) per oliare il sistema dei partiti e mandare avanti l’economia del Paese erano quelli. Eppure i moralisti a senso unico si ostinano a celebrare come liberatoria rivoluzione morale quello che fra trenta o quarant’anni forse verrà catalogato nei libri di storia come un colpo di Stato con tanti caduti e pochi, pochissimi vincitori.