• 212 morti

Violenze in Sudafrica, dietro c’è la collera zulu (pro-Zuma)

Almeno 212 le vittime dopo le più violente manifestazioni di protesta dall’apartheid. A scatenare la rivolta la condanna a 15 mesi dell’ex presidente Zuma, zulu, da tempo al centro di scandali. Beni saccheggiati per un miliardo di dollari nel solo KwaZulu-Natal. In ritardo l'intervento delle forze dell’ordine, che stanno riprendendo il controllo.

Le forze dell’ordine stanno riprendendo il controllo nelle due più grandi province del Sudafrica, teatro per giorni delle più violente manifestazioni di protesta dalla fine dell’apartheid, nel 1994: il KwaZulu-Natal, dove si trova la grande città portuale di Durban, e il Gauteng, il cui capoluogo è Johannesburg, che con 5,7 milioni di abitanti è la più popolosa città del paese. Un comunicato diffuso il 16 luglio dalle autorità ha parlato di 212 morti. La conta dei danni materiali è appena cominciata.

La cieca collera popolare non si è scatenata contro i bianchi, come qualcuno ha scritto, e neanche, come avviene periodicamente, contro gli immigrati africani, accusati di togliere lavoro e risorse ai locali e, soprattutto nel caso dei nigeriani, incolpati del dilagare di prostituzione, spaccio di droga e criminalità organizzata.  

Questa volta tutto ha avuto inizio il 9 luglio scorso quando Jacob Zuma, leader dell’African National Congress e presidente della repubblica dal 2009 al 2018, si è consegnato alla polizia dopo che, due giorni prima, un tribunale lo aveva condannato a 15 mesi di carcere per oltraggio alla corte. Zuma è di etnia zulu. Alla notizia, i suoi sostenitori zulu hanno reagito furiosamente bloccando le strade principali e lanciando un appello allo sciopero generale. In poche ore la protesta è degenerata in disordini di una gravità ed estensione tali da richiedere l’intervento dell’esercito a sostegno della polizia. Migliaia di soldati sono stati fatti confluire nelle due province. All’apice delle violenze, il 15 luglio, il ministro della Difesa Nosiviwe Mapisa-Nqukula ha chiesto l’invio di 25.000 unità, il più grande dispiegamento di militari dalla fine dell’apartheid, e il presidente della repubblica Cyril Ramaphosa ha ordinato ai riservisti di presentarsi alle rispettive unità.

Zuma è stato condannato per oltraggio alla corte perché ha ignorato la convocazione dei giudici che stanno conducendo un’inchiesta sui casi gravissimi di corruzione verificatisi durante il suo mandato. In seguito a una serie di indagini condotte tra mille ostacoli negli ultimi anni della sua presidenza, si è scoperto che Zuma non soltanto ha approfittato della sua carica per utilizzare denaro pubblico, grandi somme, a fini privati, ma ha creato un sistema pervasivo di corruzione, stipulando un’alleanza con una famiglia di imprenditori di origine indiana, i tre fratelli Gupta, ai quali ha consentito, in cambio di lauti guadagni, di infiltrarsi in ministeri e amministrazioni, fino a estendere il controllo su gran parte dell’apparato statale e quindi accumulare ingenti ricchezze, si parla di almeno sette miliardi di dollari.

Al confronto le prime accuse di corruzione rivoltegli dopo l’elezione a capo di stato sembrano riguardare poca cosa: 16 milioni di euro, tutto denaro pubblico, serviti, come accertò un’inchiesta governativa, ad ampliare e abbellire una sua proprietà di famiglia - tra l’altro, una piscina, un anfiteatro, un campo per il tiro al bersaglio, persino un pollaio… - tutte spese giustificate invece come interventi per garantire la sicurezza del presidente e delle delegazioni straniere, dei capi di stato e di governo in visita in Sudafrica che il presidente avrebbe ospitato. Solo nel 2018 finalmente l’infittirsi dei dossier contro Zuma ha indotto il suo partito a sostituirlo con l’attuale leader e capo di stato.

Prima di diventare presidente, però, Zuma era già stato protagonista di due gravi scandali: un grosso caso di corruzione, nel 2004, e lo stupro della figlia di un amico nel 2005. Nonostante le prove a suo carico, Zuma era stato assolto dall’accusa di stupro, mentre quella per corruzione a un certo punto era stata dichiarata illegale e fatta cadere. Nel 2007 l’Anc lo aveva ciononostante eletto presidente e di conseguenza lo aveva candidato alla carica di capo dello stato in occasione delle elezioni generali del 2009 e del 2014, vinte entrambe. Come affermano molti osservatori, il Sudafrica e l’Anc hanno “dilapidato la loro eredità politica”, lasciando che corruzione e tribalismo dettassero la linea. Le promesse di giustizia sociale, occupazione, investimenti in infrastrutture e servizi, in un paese finalmente affrancato dal regime di segregazione razziale che sembrava l’unico ostacolo al progresso e allo sviluppo umano, sono state clamorosamente tradite.

Se queste sono state le scelte dei vertici dell’Anc, non deve meravigliare che, contro ogni logica apparente, gli zulu, invece di congratularsi per la fine di un personaggio che ha gettato vergogna su di loro e sul partito che ha lottato contro l’apartheid, abbiano reagito furiosamente, solidali a oltranza con il loro leader. Quando dalla protesta si è passati, come succede spesso in Africa, al saccheggio, agli zulu si sono unite folle di persone con l’unica intenzione di partecipare al bottino. Centinaia di negozi e centri commerciali sono stati devastati e svuotati di tutta la merce. Secondo un primo bilancio, il valore dei beni rubati ammonta a un miliardo di dollari nel solo KwaZulu-Natal. Non sono stati risparmiati neanche gli ambulatori e le farmacie, anch’essi svuotati di medicinali, sedie, computer, macchine per gli ultrasuoni e qualsiasi cosa che si possa vendere al mercato nero.

Polizia ed esercito sono intervenuti tardi e male, lo ha ammesso lo stesso presidente Ramaphosa congratulandosi con la popolazione che si è organizzata per cercare di proteggere e salvare qualcosa. In effetti molte persone si sono armate di fucili e pistole, vanghe e machete per tentare di difendere supermercati, fabbriche e magazzini e in certi casi ci sono riusciti. Ma ogni volta che dei cittadini si organizzano per l’autodifesa rimediando all’inefficienza o all’assenza dello stato, la fiducia nelle istituzioni diminuisce e molto spesso disarmarli risulta difficile.    

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