• LIBERTA' RELIGIOSA

Vescovi e Cina: prove di dialogo in Vaticano

La riunione dell'apposita Commissiona sulla Cina espreime preoccupazione per l'annunciata ordinazione di undici nuovi vescovi filogovernativi.

cina chiesa

La Santa Sede tende la mano a Pechino, per cercare di salvare il salvabile ed evitare un’ondata di nuove ordinazioni episcopali illegittime. Dall’11 al 13 aprile scorsi si è svolta in Vaticano la riunione della commissione sulla Cina voluta dal Papa, alla quale hanno preso parte alcuni capi dicastero della curia romana e alcuni esperti (in tutto circa una trentina di persone). Nel corso dei lavori si è parlato delle circoscrizioni ecclesiastiche in Cina e delle sfide che i cattolici devono affrontare. Ma a preoccupare è l’annuncio proveniente da Pechino, che ha preceduto di pochi giorni l’incontro in Vaticano: sarebbero stati designati undici nuovi vescovi, chiamati a governare alcune delle 44 diocesi ufficiali attualmente vacanti.

Com’è noto in Cina esiste una Chiesa divisa in due distinte comunità: quella ufficiale, riconosciuta dal governo, sulla quale esercita il suo controllo l’Associazione Patriottica; quella clandestina, che non è riconosciuta dalle autorità e vive nascosta.


Negli ultimi tempi Santa Sede e governo avevano trovato un modus vivendi, riuscendo a nominare una decina di vescovi approvati sia dal Papa sia dalle autorità cinesi. Poi, lo scorso anno, erano cominciati ad arrivare nuovamente segnali negativi. Culminati, in novembre, con la nomina illecita del nuovo vescovo di Chendge, che il Vaticano aveva cercato di bloccare. Diversi comunicati piuttosto duri nei toni erano stati emessi da Roma, anche in occasione dell’ottava assemblea dei rappresentanti cattolici che a Pechino lo scorso dicembre ha rinnovato i vertici dell’Associazione Patriottica e dell’organizzazione non riconosciuta dalla Chiesa che funge da conferenza episcopale.


Ora da Oltretevere i toni sono più morbidi. «Abbiamo constatato – si legge nel comunicato finale - il clima generale di disorientamento e di ansietà per il futuro, le sofferenze di alcune Circoscrizioni prive di Pastori, le divisioni interne di altre». Ma «da una lettura dei dati sono emerse, anche, una fede viva e un’esperienza di Chiesa, capaci di dialogare fruttuosamente con le realtà sociali di ciascun territorio».


«Per quanto riguarda il triste episodio dell’ordinazione episcopale di Chengde – continua il comunicato - la Santa Sede, in base alle informazioni e alle testimonianze finora ricevute non ha ragioni per considerarla invalida, mentre la ritiene gravemente illegittima, perché è stata conferita senza il mandato pontificio, e ciò rende anche illegittimo l’esercizio del ministero. Siamo inoltre addolorati perché è avvenuta dopo una serie di consacrazioni episcopali consensuali e perché i vescovi consacranti hanno subito varie costrizioni».


Si ricorda la ferita, si ribadisce che «tale ordinazione rappresenta una dolorosa ferita alla comunione ecclesiale e una grave violazione della disciplina canonica». Il Papa - continua il comunicato citando le parole di Benedetto XVI nella lettera ai cattolici cinesi – «quando concede il mandato apostolico per l’ordinazione di un vescovo, esercita la sua suprema autorità spirituale: autorità ed intervento, che rimangono nell'ambito strettamente religioso. Non si tratta quindi di un’autorità politica, che si intromette indebitamente negli affari interni di uno Stato e ne lede la sovranità».

Ma la Santa Sede spiega anche che «le pressioni e le costrizioni esterne possono fare sì che non si incorra automaticamente nella scomunica. Resta tuttavia una ferita, provocata al corpo ecclesiale. Ogni vescovo coinvolto è, pertanto, tenuto a riferire alla Santa Sede e a trovare il modo di chiarire la propria posizione ai sacerdoti e ai fedeli, professando nuovamente la fedeltà al Sommo Pontefice, per aiutarli a superare la loro sofferenza interiore e per riparare lo scandalo esterno, che è stato causato».


Nel comunicato si ripete anche il giudizio negativo sugli organismi «voluti dallo Stato» che pretendono di «porsi al di sopra dei vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiale», spiegando, ancora con le parole del Papa, che questo «non corrisponde alla dottrina cattolica, è inconciliabile con la dottrina cattolica».

In un altro passaggio, la commissione vaticana parla dell’«urgente necessità» di nominare nuovi vescovi per le diocesi vacanti, e accenna alla «viva preoccupazione» per quanto accadrà, augurandosi «vivamente che non ci siano nuove ferite alla comunione ecclesiale».

Infine, il comunicato auspica che «il dialogo sincero e rispettoso con le autorità civili aiuti a superare le difficoltà del momento attuale, perché anche le relazioni con la Chiesa cattolica contribuiscano all’armonia nella società».


Il cambio di toni nell’ultimo comunicato rappresenta dunque il tentativo di evitare che nelle prossime settimane vengano ordinati nuovi vescovi senza il consenso di Roma. Alcuni degli 11 preannunciati (ma i cui nomi non sono ancora stati resi pubblici) non hanno infatti l’approvazione papale.


Nelle settimane precedenti alla riunione in Vaticano, avevano fatto scalpore le parole del cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, il quale aveva affermato che la Chiesa in Cina è in uno «stato disastroso» a causa della durezza del regime, ma anche perché un “triumvirato” – e cioè il cardinale prefetto di Propaganda Fide, Ivan Dias, un suo minutante, e il padre Jeroom Heyndrickx, missionario di Scheut, loro consigliere – avrebbe spinto il Vaticano al compromesso con il regime cinese. Zen aveva paragonato il loro atteggiamento a quello dell’Ostpolitik del cardinale Casaroli e aveva lamentato che molti vescovi della Chiesa ufficiale cinese ubbidiscano “entusiasti” al governo e non al Papa. Il cardinale aveva dunque attaccato direttamente un collega porporato. E aveva aggiunto che se il governo di Pechino vuole davvero un accordo doveva dimostrarlo concretamente concedendo più libertà alla Chiesa e ai vescovi.


Altrettanto dura era stata, pochi giorni dopo, la posizione dell’arcivescovo cinese Savio Hon Taifai, nuovo segretario del dicastero vaticano di Propaganda Fide, il quale, in un’intervista al quotidiano Avvenire, aveva affermato che tra i vescovi della Cina «è cresciuto il numero degli opportunisti» e aveva espresso riserve per le «nomine di compromesso» faticosamente ottenute negli ultimi anni dalla diplomazia pontificia. Hon aveva anche detto – d’accordo con Zen – che la Chiesa clandestina aveva ancora ragione di esistere.

Va ricordato che Benedetto XVI nel 2007 aveva espresso, nella Lettera ai cattolici della Cina, l’auspicio che queste comunità, seguite da milioni di seguaci, potessero gradualmente abbandonare la condizione di clandestinità, che non va considerata normale per la vita della Chiesa.

Dona Ora