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Vendetta ottomana: Erdogan umilia l'Italia in Libia

Il governo Conte cerca di metterci una pezza, ma Erdogan sta facendo passare l'Italia come alleata del generale Haftar e come tale sgradita dal governo di Al Sarraj a Tripoli. L'intento della Turchia è chiaro: estromettere l'Italia dalla Libia. Sarebbe una bella vendetta dopo 108 anni dalla sconfitta ottomana in Libia per mano dell'Italia.

Al Sarraj e Conte in tempi migliori

Giuseppe Conte ha cercato di metterci una pezza con una lunga conversazione telefonica con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ma ormai i giochi sono fatti ed è evidente l’avvio delle manovre turche tese a estromettere l’Italia dalla Libia.

108 anni dopo lo sbarco italiano a Tripoli che nel 1911 permise di cacciare l’Impero Ottomano dalla nostra “quarta sponda” e 49 anni dopo la cacciata dei coloni italiani attuata nel 1970 dal colonnello Muammar Gheddafi. Una richiesta di chiarimenti, quella del premier italiano, resa necessaria dal via libera di Ankara e Tripoli all’invio di truppe turche in Libia e dalle dichiarazioni di Erdogan, che al vertice islamico di Kuala Lumpur ha detto che “purtroppo stiamo assistendo al tentativo di Egitto, Abu Dhabi, Francia e persino Italia di legittimare Haftar". Una frase che ha dato il via a manifestazioni anti-italiane a Misurata e a dure critiche rivolte a Roma dalla stampa libica vicina al Governo di accordo nazionale (Gna).

Del resto Tripoli aveva lanciato l’appello a tutti i paesi amici, cioè a Italia, Usa, Regno Unito, Algeria e Turchia, ad "attivare gli accordi di cooperazione di sicurezza" per "respingere l'attacco a Tripoli, condotto da qualsiasi gruppo armato". A questo appello ha però risposto in termini militari solo Ankara il cui parlamento aveva già approvato l’invio di truppe a Tripoli su richiesta specifica del Gna. Al-Sarraj ha incassato i no della missione Onu in Libia, dell'Unione Europea e della Farnesina. "La soluzione alla crisi libica può essere solo politica, non militare. Per questo motivo continuiamo a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi perle vie diplomatiche e il dialogo", hanno fatto sapere fonti della Farnesina.

Le solite frasi di circostanza diplomatica ma prive di concreto significato specie in queste ore in cui le forze dell’Esercito nazionale libico (Lna) di Haftar premono su Sirte e Misurata mentre le milizie del Gna stanno conquistano Tarhouna, roccaforte di Haftar nei sobborghi di Tripoli. La soluzione politica può nascere solo da una impasse militare determinata da un equilibrio tra le forze in campo. Se Haftar conquistasse Tripoli o il Gna ricacciasse in Cirenaica le truppe del generale la crisi si risolverebbe sul campo di battaglia. Diciamo piuttosto che l’Italia non ha alcuna capacità politica e sociale, come il resto dell’Europa, di attuare azioni belliche in Libia che comporterebbero il rischio di subire perdite. L’Italia inoltre ha già soldati presenti in Libia. Trecento sono schierati all’aeroporto di Misurata per una missione di aiuti sanitari rivolti alla popolazione locale il cui significato oggi sfugge a tutti, soprattutto perché il nostro contingente è basato sui un aeroporto, quello dell’Accademia aeronautica libica, spesso bersaglio dei jet e dei droni armati di Haftar. Altri 80 militari della Marina sono invece nel porto tripolino di Abu Sitta per coordinare e appoggiare la Guardia Costiera libica nel contrasto all’immigrazione illegale.

Ora che Tripoli ha attivato il memorandum con Ankara nel settore della cooperazione militare la presenza dei soldati italiani potrebbe risultare scomoda, certo sgradita ai turchi già presenti con consiglieri militari, blindati, munizioni e droni armati al fianco del Gna. L’Itala paga inoltre il prolungato disinteresse del governo Conte 2 nei confronti della crisi libica, che la visita un po’ improvvisata a Tripoli e a Bengasi di uno spaesato Luigi Di Maio non ha certo sanato. Anzi, a questo proposito l’annuncio che il feldmaresciallo Haftar sarà ospite a Roma a inizio gennaio si è rivelato un vero autogol da dilettanti perché ha permesso ad Ankara di accusare Roma di essersi schierata con chi sta attaccando la capitale.

Certo per la prima volta Roma e Tobruk condividono l’appartenenza allo schieramento (con Egitto, Grecia, Israele e Cipro) che critica il memorandum turco-libico per le questioni attinenti il controllo delle zone economiche esclusive marittime. I nostri interessi in Libia però restano confinati in Tripolitania, dalle cui coste partono i traffici illeciti di esseri umani e il gasdotto Greenstream che l’Eni utilizza per portare in Italia il gas estratto nel deserto libico. La proposta politica dell’Italia è inoltre basata sul nulla: prevede di coinvolgere la Ue e i più importanti paesi europei per avviare un negoziato di pace già alla conferenza di Berlino di cui non è stata fissata una data e alla quale i libici non sembrano interessati a partecipare. I negoziati semmai li guideranno turchi e russi, ormai padroni del campo in Libia come in Siria, e se dovessero fallire la presenza militare turca a Tripoli potrebbe creare i presupposti per un pesante intervento militare egiziano che risulterebbe risolutivo.

Favorito dalle ingenuità italiane, Erdogan persegue un evidente obiettivo: indurre gli italiani a lasciare la Tripolitania, prima col ritiro dei contingenti militari e poi con l’arrivo delle compagnie petrolifere turche tese ad acquisire le posizioni oggi ricoperte dall’Eni. Certo molti in Libia storceranno il naso di fronte alle pretese egemoniche turche ma non c’è dubbio che chi oggi mette in campo armi e soldati per difendere la capitale libica godrà evidentemente un’ampia area di influenza politica, militare ed economica che Erdogan impiegherà presumibilmente per togliere di mezzo gli italiani. Con buona di pace di quanto ancora sostengono che le soluzioni sono politiche e non militari.

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