• IL PRECEDENTE

Vaccini e feti, quel che ci insegna il vecchio Eleazaro

Capi folli, imposizione del mainstream, fake news, traditori interni e persino guide religiose che piacciono al pensiero unico. Oggi, con la vicenda vaccini e dei feti abortiti, è tutto come descritto nel Secondo libro dei Maccabei quando il popolo ebraico dovette adeguarsi al tiranno Antioco IV, tranne il vecchio Eleazaro. Ma non c’è cooperazione remota che ci autorizzi a vivere prostrati ai piedi dei seminatori di morte. 

I lettori certamente conosceranno lo splendido episodio narrato nel Secondo libro dei Maccabei (6, 18-31), legato alla figura del vecchio Eleazaro. Il contesto socio-politico del tempo, II sec. a. C., era divenuto del tutto irrispettoso della legge di Dio, a causa di un tiranno, Antioco IV Epifane, il quale aveva deciso di emanare decreti che mettevano sostanzialmente fuori legge la religione ebraica. Antioco venne presto chiamato “Epimane”, ovvero “pazzo”, perché le sue decisioni di governo manifestavano chiaramente una personalità folle, arrivista, maniaca. L’ellenizzazione era da lui ritenuta un elemento fondamentale per l’unità del suo regno: impossibile accettare che qualcuno, per rispettare le proprie tradizioni, si chiamasse fuori o perfino si opponesse a questa imposizione del mainstream, del pensiero unico dell’epoca.

Questa mania dell’uniformità aveva assalito anche buona parte dell’aristocrazia ebraica: «In quel tempo ci furono in Israele alcuni traditori i quali cercavano di ingannare gli altri con questi ragionamenti: “Su, facciamo un'alleanza con le nazioni che stanno attorno a noi. Da quando non abbiamo più voluto avere relazioni con loro ci sono capitati addosso molti guai”» (1Mac 1, 11). La propaganda e le fake news del tempo: i nostri guai dipendono dalla nostra mancata collaborazione con le nazioni: per la serie ce lo chiede l’Europa, l’ha detto l’OMS, etc. Per risolvere i nostri guai non ci dobbiamo distinguere, dobbiamo fare come gli altri; anzi, questi guai sicuramente aumenterebbero qualora noi non dovessimo seguire le loro imposizioni.

La storia spesso si ripete, anche nei dettagli.

Antioco, che in principio non si era affatto manifestato accanito persecutore degli ebrei, guadagnata l’adesione dei capi - che intanto avevano brigato per avere un Sommo Sacerdote di loro gradimento - e istigato dal loro zelo nel voler seguire il pensiero unico, iniziò a mettere condizioni sempre più stringenti, al punto da porre gli ebrei osservanti in situazioni senza vie di uscita; come quella di mangiare le carni suine nel banchetto sacrificale o morire.

In questo contesto, si innalza in tutta la sua maestà la figura del vecchio Eleazaro. Se si fosse “semplicemente” rifiutato di mangiare le carni suine, sarebbe già bastato per ricordarlo in eterno. Ma la sua grandezza emerge dal suo rifiuto di fingere di mangiare quelle carni. Alcuni ebrei “ellenizzanti”, che preparavano le carni del banchetto, conoscendo e stimando l’anziano, gli apparecchiano una via d’uscita eticamente ineccepibile: tu, Eleazaro, prepari le carni kosher; quando poi verrà il momento di mangiarle pubblicamente noi ti daremo quelle, non le altre illecite, e così tu avrai salvato nel contempo la tua vita e l’osservanza della legge di Dio. Ma lui, Eleazaro, che non aveva appreso l’osservanza della Torah in modo “gesuitico”, non ebbe dubbi: «Uccidetemi pure. Alla mia età non conviene fingere; molti giovani crederebbero che Eleazaro, a novant'anni, ha accettato di vivere alla maniera dei pagani. Se io fingo per quel poco di vita che mi rimane, essi per colpa mia sarebbero ingannati e io concluderei la mia vecchiaia nella vergogna e nell'infamia [...]. Ai giovani voglio lasciare un nobile esempio di come si deve morire, con prontezza e con coraggio, per la legge di Dio».

Facciamo un salto di oltre duemila anni. Tutto come da copione: capi folli, imposizione del mainstream, fake news, traditori interni e persino guide religiose che piacciono al pensiero unico.

E ancora una volta, gli amici che ci consigliano un modo per non sporcarci le mani, ci preparano una via d’uscita eticamente accettabile. Certamente la recente Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede ha in modo ineccepibile esposto l’insegnamento etico sulla cooperazione al male. Ma da Roma non è arrivato altro messaggio se non questo: se non ci sono vaccini alternativi, se siete obbligati, allora potete vaccinarvi in pace, basta che in cuor vostro non approvate l’aborto. La carne è kosher: non esponetevi ad ulteriori rischi...

Della Nota appare chiaramente questo intento di preparare la via di fuga etica, che non urti le autorità impazzite, soprattutto quando si pensa che la forte e articolata esortazione alla lotta contro qualsiasi uso dell’essere umano come mezzo, e specificamente dei bambini abortiti, presente nel documento della Pontificia Accademia per la Vita del 2005, è stata ridotta a qualche riga. Allora l’enfasi era posta soprattutto sul mettere in guardia dalla cosiddetta cooperazione passiva: «Ai fedeli e ai cittadini di retta coscienza (padri di famiglia, medici, ecc.) spetta di opporsi, anche con l’obiezione di coscienza, ai sempre più diffusi attentati contro la vita e alla “cultura della morte” che li sostiene». Nello specifico, «da questo punto di vista, l’uso di vaccini la cui produzione è collegata all’aborto provocato costituisce almeno una cooperazione materiale passiva mediata remota all’aborto, e una cooperazione materiale passiva immediata alla loro commercializzazione. Inoltre, sul piano culturale, l’uso di tali vaccini contribuisce a creare un consenso sociale generalizzato all’operato delle industrie farmaceutiche che li producono in modo immorale». Da qui il dovere di ricorrere ad alternative etiche, di invocare, se necessario, l’obiezione di coscienza e di alzare la voce per opporsi all’andazzo.

Anche Angel Rodriguez Luño («Medicina e Morale» 2005/3, 525-526), richiamava con forza, proprio a motivo del contesto contrassegnato in modo pervasivo dalla cultura della morte, a non limitarsi «ad evitare le modalità di cooperazione attiva immediata (“non sporcarsi le mani”)», a non ridursi ad essere «meri osservatori passivi delle ingiustizie commesse da altri, accontentandosi di non diventare essi stessi la loro causa immediata o complici in senso attivo e prossimo».

Di fatto la Nota è rimbalzata su tutti i giornali come l’ok del Vaticano al vaccino anti-Covid; non è una novità che la stampa, in generale, non stia a guardare troppo le distinzioni etiche: proprio per questo occorreva rimarcare con maggiore enfasi la necessità di opporsi, chiamando a raccolta tutte le forze della cultura della vita. Adesso, la frittata è fatta. È oltretutto imbarazzante che la Nota, che intende pronunciarsi specificamente sul vaccino anti-Covid, non dica nulla sull'illegittimità etica di mettere in commercio un vaccino di cui non si sa quasi nulla e che utilizza gli esseri umani come cavie.

Rifugiarsi dietro la collaborazione materiale mediata remota, può diventare – anzi, lo è già diventato – una ragione per far cessare ogni resistenza e ridurre il rifiuto della collaborazione formale ad un mero “io, personalmente, non sono d’accordo, ma faccio come tutti gli altri”. Penso che Eleazaro avrebbe avuto qualcosa da ridire.

Inevitabilmente finiremo in un angolo, dal quale sarà impossibile uscire; perché viviamo in un mondo marcio, che prima induce i bisogni delle masse e poi fornisce la via obbligata per “uscire” dal bisogno indotto. E questa via obbligatoria sarà sempre più tracciata con mezzi immorali. Basti pensare ai topi “umanizzati”, creati con cellule provenienti da feti umani; dicono sia il top per sperimentazioni contro il cancro e per gli stessi vaccini. Non basterà rifugiarsi dietro la cooperazione remota. Giovani o vecchi, non possiamo dare l’impressione di «vivere alla maniera dei pagani», accettando questa barbarie.

Apparteniamo alla Chiesa dei martiri: non possiamo deporre le armi prima ancora di aver iniziato a combattere. San Giovanni Paolo II ci ha insegnato ad alzarci in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata; non c’è cooperazione remota che ci autorizzi a vivere prostrati ai piedi dei seminatori di morte.