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Usa all'attacco contro l'Europa

Il declassamento di nove paesi Ue da parte di Standard & Poor's è la prova di un'offensiva contro l'euro.

Standard & Poor's

Un indizio è solo un indizio, due indizi fanno un sospetto, tre indizi sono una prova. Se questa regola è valida anche per i mercati finanziari possiamo dire di avere la certezza che le agenzie di rating sono parte attiva di un’offensiva che mira a spostare la crisi dalla sponda americana a quella europea. La decisione adottata venerdì 13 gennaio da Standard & Poor's di abbassare il voto a nove Paesi dell’Unione europea appare infatti come l’ennesima mossa tesa a mettere in difficoltà quell’euro che per la prima volta nella storia moderna ha osato sfidare la sovranità del dollaro americano.


La strategia in questo caso sembra essere stata molto accurata: all’inizio di dicembre (ed è il primo indizio) Standard & Poor's annuncia di aver messo sotto osservazione in vista di un declassamento ben 15 dei 17 Paesi dell’eurozona. Pochi giorni dopo (ed è il secondo indizio) di fronte ad una reazione in fondo modesta dei mercati, è Moody’s ad annunciare nuove revisioni al ribasso. Il terzo indizio, quello che diventa una prova, è proprio quello di venerdì 13 con S & P che abbassa il rating di nove Paesi, con una scivolata addirittura di due punti per l’Italia.

Per l’Italia una decisione sicuramente amara anche se temperata dalle parole di stima verso il Governo Monti e la manovra da poco approvata. Una decisione comunque in gran parte scontata, sostanzialmente attesa, e dovuta, come detto, a motivazioni del tutto politiche per cui l’Italia è presa di mira soprattutto perché considerata una delle parti più deboli dello schieramento europeo.


Le agenzie di rating, quelle che danno le pagelle agli strumenti finanziari che vengono collocati sul mercato e quindi anche ai titoli emessi dagli Stati, hanno già perso da tempo la loro credibilità, ma restano dei segnalatori se non decisivi, comunque importanti degli equilibri di mercato. In pratica tuttavia ora si limitano a ratificare le decisioni già prese dai mercati. Nell’ultimo episodio, per esempio, ha fatto scalpore la perdita della tripla A (il voto più alto) da parte della Francia: eppure da molte settimane gli interessi sui titoli di Stato decennali francesi sono più alti di almeno un punto e mezzo rispetto agli analoghi titoli tedeschi. Uno spread quindi di 150 punti, mentre quello italiano si aggira attorno a quota 500. A questo punto collocare la Francia a un livello di merito un po’ più basso della Germania sono stati i mercati e solo dopo le agenzie di rating.


E l’Italia? Il giudizio negativo più che dalle politiche attuali, deriva dallo stato della finanza pubblica ereditato dai precedenti Governi e dalla complessa situazione in cui si trova una Unione europea che ha la necessità di consolidare gli obiettivi di equilibrio dei bilanci pubblici in un momento in cui è ancora ampia la crisi economica e sono messi a repentaglio gli equilibri sociali.


Le difficoltà italiane, che tengono così alto il differenziale con i titoli tedeschi (lo spread) e che ci hanno fatto guadagnare un giudizio negativo (il rating) dalle agenzie americane, sono essenzialmente legate alla capacità del Governo di attuare veramente una sostanziosa “fase due” composta da misure capaci di rilanciare la crescita economica: quindi tagli alla spesa pubblica inefficiente, liberalizzazione dei settori in cui vi sono forti posizioni di rendita, investimenti seri sulla formazione e la ricerca, riduzione delle aree di privilegio e ampliamento delle logiche di concorrenza e di mercato. Che non sia una strada facile lo hanno dimostrato le puntuali opposizioni delle categorie potenzialmente coinvolte (come i tassisti, i notai, gli avvocati, i giornalisti, i farmacisti) non appena si sono messe in discussione le regole attuali, così come lo hanno dimostrato i sindacati che hanno alzato le tradizionali barricate di fronte alle semplici ipotesi di evoluzione del mercato del lavoro.

Eppure non viviamo nel migliore dei mondi possibili per poterci permettere di considerare ogni ipotesi di riforma che fumo negli occhi: se è vero, come è vero, che la disoccupazione reale (cioè tenendo conto anche delle persone in cassa integrazione di aziende che non esistono più) supera il 10% e che la disoccupazione giovanile è oltre quota 30%. Dato gli italiani hanno grandi capacità creative, una solida base imprenditoriale fondata sulle piccole e medie imprese, una significativa capacità di innovazione stilistica e qualitativa non appare un’eresia cercare nelle inefficienze di sistema i motivi della scarsa crescita degli ultimi vent’anni.


Il vero problema dell’Italia è quindi quello di rimettere in moto quell’economia sociale di mercato che è capace di unire i fattori positivi della libera concorrenza con i dovuti interventi di correzione e redistribuzione da parte della politica. E quindi meno privilegi, meno assistenzialismo, meno limitazioni, meno carriere fondate sulle relazioni (politiche) e sullo scambio (di favori). E più spazio alla professionalità, al merito, alla competenza.
 

Perché è vero che il rating e lo spread sono anche segnati dalle difficoltà dell’economia globale, ma in fondo non fanno altro che fotografare la realtà italiana, una realtà in cui appare evidente la necessità di un’approfondita opera di rimessa a nuovo. Non per conquistare consenso o risalire nei sondaggi, ma per dare un futuro ai giovani di oggi…. e ai loro figli.