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Università americane, le occupazioni dei radical chic

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Alla Columbia University, a New York, il 30 aprile, un custode figlio di immigrati ha placcato un contestatore anti-Israele rampollo di famiglia milionaria. Il custode rischia il posto. Un episodio rivelatore.

Esteri 08_05_2024
Vertri sfasciati e aule occupate alla Columbia (La Presse)

In uno degli episodi più celebri dell’occupazione anti-Israele della Columbia University, a New York, il 30 aprile, un custode ha placcato un contestatore incappucciato e lo ha “riportato all’ordine”, pur essendo più piccolo e meno palestrato. Un episodio rivelatore. Il custode è Mario Torres, anni 45, stipendio di circa 19 dollari all’ora. Il contestatore incappucciato è James Carlson, anni 40 (quasi coetaneo), rampollo di una famiglia di finanzieri che vive in una casa da 2,3 milioni di dollari.

Mario Torres, intervistato dal quotidiano online The Free Press, spiega: «Venivano (i contestatori, ndr) da entrambi i lati delle scale. Sono passati dagli ascensori e si sono precipitati dentro. Era come se avessero un piano». Mario racconta che i manifestanti con fascette, nastro adesivo e maschere «aumentavano e aumentavano ancora». A un certo punto, ricorda di aver «guardato in alto e di aver notato che le telecamere erano coperte». Questo per lui è stata la conferma di quel che temeva: «È stato sicuramente pianificato». Ora però è Mario Torres che rischia il posto: le foto della sua lotta con il manifestante hanno fatto il giro del mondo, . Teme un’azione disciplinare da parte della Columbia University e su piattaforme online come Go Fund Me stanno già raccogliendo soldi per una sua difesa legale.

I custodi sono protetti dallo stesso sindacato degli autotrasportatori che si è mobilitato in loro difesa, temendo rappresaglie contro i suoi iscritti. Il Transport Workers Union vuole denunciare la presidente della Columbia University, Minouche Shafik, per non aver garantito la sicurezza ai lavoratori, aggrediti in diversi casi dai manifestanti che hanno occupato l’Aula Hamilton. «Questo è spaventoso, disgustoso e non ci fermeremo finché non troveremo ogni mezzo di ricorso legale», ha dichiarato martedì al New York Post il presidente del sindacato, John Samuelsen. «Francamente, non si può fare affidamento sulla Columbia per proteggere i suoi lavoratori».

Sono tre gli elementi che emergono da questo singolo episodio e che spiegano molto (se non tutto) delle occupazioni delle università americane da parte dei collettivi pro-Palestina. Gli occupanti sono spesso adulti di mezza età che nulla hanno a che vedere con gli studenti, né con il personale dell’università. Secondo: i manifestanti sono di estrema sinistra, ma i veri proletari sono i membri del personale, soprattutto i custodi come Mario Torres. E sono loro la parte lesa, la prima linea travolta dalle contestazioni più violente. Terzo: la contestazione risponde ad una regia ben precisa, è organizzata da professionisti del disordine.

Gli arresti effettuati dalla polizia di New York confermano queste prime impressioni. Sei su dieci, fra i fermati, non sono affatto studenti. Le infiltrazioni sono numerose da parte di palestinesi, veterani delle contestazioni e persino Pantere Nere, il gruppo di estrema sinistra afro-americano protagonista della contestazione degli anni Settanta.

Le azioni sono pianificate. Nei giorni successivi agli arresti è emerso il ruolo determinate di associazioni quali l’Nsjp, National Students for Justice in Palestine, per dare “consigli”, addestrare e coordinare le azioni di protesta. Ma non è l’unica. Fra i protagonisti della mobilitazione anti-Israele, secondo la rivista Politico, ci sono anche associazioni ebraiche pacifiste, come Jewish Voice for Peace e IfNotNow. E parliamo di proteste in cui le università diventano zone off limits per studenti e professori israeliani (e in generale ebrei). Lo sponsor principale di queste associazioni è la Tides Foundation, finanziata, fra gli altri, da George Soros e David Rockefeller Jr.

I paradossi si sprecano: Soros e Rockefeller sono fra i maggiori donatori della campagna di Joe Biden. Ma le proteste che stanno continuando a foraggiare, sono il più grave danno finora registrato alla campagna per la rielezione di Biden. Sono dirette contro il presidente e la sua politica estera di sostegno a Israele, coniando il poco gratificante nomignolo di “Genocide Joe”.

Grande è la confusione sotto il cielo dei radical chic.