• IL FILM DI MUCCINO

Un ritratto impietoso degli attuali cinquantenni

Torniamo al cinema in tempo di Covid, meglio nelle arene estive all’aperto, per goderci la visione più rilassati. Tra le sparute proposte di film recenti c’è l’ultima opera di Gabriele Muccino, Gli anni più belli, ritratto impietoso della generazione dei cinquantenni: quella che oggi è al potere, ma anche quella dei sogni infranti e del tradimento degli ideali della giovinezza. È ciò che è accaduto a chi ha voluto vivere l’amore ignorando Dio. 

Il cast del film di Muccino

Uscito nei cinema a metà febbraio, negli ultimi giorni di libertà prima del lockdown, che ha  comportato la chiusura totale delle sale, Gli anni più belli del regista Gabriele Muccino è tornato ad essere disponibile sul grande schermo anche nei luoghi delle vacanze. E dopo aver fatto il botto con il pieno di incassi prima dell’interruzione forzata delle proiezioni, è di nuovo la pellicola più vista, sia pure con numeri più ridotti.

Il film prende l’avvio in un’affascinante ma crudele Roma degli anni Ottanta e racconta le complesse vicende esistenziali, da allora fino ad oggi, di quattro amici per la pelle. Per intenderci quelli che da ragazzi stavano sempre insieme perché il telefonino allora non c’era, non aveva ancora rinchiuso gli adolescenti nelle loro stanze. A Giulio (Pierfrancesco Favino), Paolo (Kim Rossi Stuart) e Riccardo (Claudio Santamaria) - detto Sopravvissù, perché si salva dopo una violenta manifestazione studentesca in cui resta gravemente ferito  - si unisce la bella e vulcanica Gemma (Micaela Ramazzotti), di cui è facile innamorarsi. Sono spavaldi e pronti a conquistare il mondo, partendo dalle loro semplici origini popolari.

Una storia travagliata e a tratti commovente, tra speranze e fallimenti, amori e tradimenti, che si snoda per ben 40 anni, sfiorando di sfuggita eventi epocali come la caduta del muro di Berlino, Tangentopoli o l’attentato alle Torri Gemelle. La prima giovinezza dei quattro protagonisti, gli anni più belli appunto, è un ricordo agrodolce nel bilancio dei vecchi amici che, diventati adulti, riconoscono l’inconsistenza dei loro proclami, delle loro promesse, dei progetti a lungo inseguiti. Il tempo è passato e i fallimenti personali o i compromessi  professionali segnano impietosamente una generazione cresciuta da sola, nell’illusione di saper costruire qualcosa di grande, o semplicemente di “cose che fanno star bene”.

Attraverso il ritratto dei quattro amici, Muccino recita un mea culpa collettivo per i cinquantenni di oggi, suoi coetanei. Lo fa seguendo con passione e trepidazione le loro complicate esistenze e le loro emozioni tormentate e contradditorie, spesso ingannevoli. Il film non annoia mai, ma lascia l’amaro in bocca perché, quando ormai invecchiati i quattro si ritrovano a riflettere sul passato, dopo percorsi tortuosi e segnati dal dolore, il bilancio è sconfortante, pur con qualche tentativo di ritrovare la gioia perduta. La vera, unica speranza di riscatto sono i figli ormai adolescenti, che non fanno sconti ai loro genitori insicuri e malinconici. Chiedono loro quella autenticità e quelle certezze che in realtà questi adulti, mai veramente cresciuti, non sono in grado di offrire.

Sembra proprio che la generazione dei cinquantenni di Muccino e dell’Italia odierna non abbia molto da dare, aldilà della nostalgia e delle illusioni perdute. Questo il regista lo riconosce con rimpianto e tristezza, senza tuttavia mostrarci la causa di tanta fragilità e sofferenza, soprattutto nelle confuse scelte d’amore. Perciò anche la scommessa della scena finale sul futuro dei figli ha un sapore velleitario, che non convince neppure per un consolatorio lieto fine. Che cosa hanno potuto imparare da questi cinquantenni i loro figli adolescenti, che sono anche i ragazzi dell’Italia di oggi? Perché non ripercorrano le orme dei padri ci vuole  ben altro, una prospettiva nuova, tanto più in un mondo così difficile e problematico come quello contemporaneo.

Ciò che appare certo è che l’amore vero inseguito da ciascuno di noi, ieri come oggi, se è vissuto prescindendo dal rapporto con il Creatore - che solo può dare senso alla nostra ricerca di felicità - è miseramente destinato al fallimento, come appare in tante storie interrotte e disperate, ben esemplificate nel film di Muccino. Occorre un fondamento più solido e forte su cui costruire, perché l’amore, per essere veramente umano e profondo, ha proprio bisogno della presenza di quel Dio a cui la nostra società non vuole tornare.

Eppure il desiderio di una felicità autentica, aldilà del tragico cinismo oggi tanto diffuso, si gioca proprio nella ricerca di un amore vero. Come è acutamente raccontato, e in modo anche piuttosto divertente, in un altro film-commedia romantica, 7 ore per farti innamorare di Giampaolo Morelli. Uscito alla fine del lockdown è ben interpretato dallo stesso Giampaolo Morelli (Giulio) e da una frizzante Serena Rossi (Valeria). Il simpatico e fin troppo gentile Giulio, fresco di un improvviso quanto sconvolgente abbandono da parte di Giulia, fidanzata storica cui era totalmente sottomesso, cerca una nuova strada per sé.

Incontra Valeria, donna decisa e apparentemente cinica, che insegna ai maschi delusi o un po’ impacciati in amore strategie di conquista del mondo femminile. È infatti convinta che i rapporti umani si riducano in fondo a una serie di impulsi biologici connessi alla sopravvivenza e alla riproduzione. Ma in realtà questa visione disincantata nasce come difesa da un dolore profondo, che sarà proprio Giulio a far scoprire alla giovane donna apparentemente tanto autonoma, ma bisognosa di amore come tutti.

Insomma il film, tra risate e momenti di commozione, è un inno al rischio dell’amore autentico e profondo, quello che i cinquantenni di Muccino e della nostra disorientata società sembrano ormai del tutto incapaci di vivere. E ci permette di guardare oltre i fallimenti del nostro cinico mondo, orgogliosamente scettico e disperato perché lontano da Dio, aprendoci a una prospettiva di speranza.