• MEDITERRANEO

Un drone italiano abbattuto in Libia. Imbarazzo a Roma

Guerra civile libica: l'esercito del generale Haftar rivendica l'abbattimento di un drone italiano da ricognizione sui cieli di Tarhouna, nei pressi del fronte. A Roma, le fonti ufficiali parlano di un guasto tecnico di un drone Predator B impiegato per l'operazione Mare Sicuro. Ma molti indizi rendono poco credibile questa tesi. Siamo in guerra contro Haftar?

Il drone italiano abbattuto in Libia

Un drone italiano abbattuto in Libia: l’imbarazzo di Roma. Risposte confuse e poco convincenti. Roma prende tempo per spiegare cosa ci faceva un velivolo teleguidato della nostra Aeronautica in volo sulla prima linea della “battaglia per Tripoli.

L'Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato dal feldmaresciallo Khalifa Haftar ha infatti abbattuto ieri un velivolo teleguidato italiano MQ 9 Reaper (Predator B) in volo non lontano da Tarhouna, città a una sessantina di chilometri a sud di Tripoli e roccaforte dell’LNA nell’offensiva scatenata il 4 aprile scorso per la conquista della capitale libica. Il Libyan Adress, quotidiano di Bengasi, roccaforte del generale che ha ingaggiato una campagna militare per la conquista di Tripoli, ha sottolineato che la difesa aerea ha creduto si trattasse di un velivolo turco, decollato da Misurata. In mattinata il comandante della zona militare occidentale del LNA, generale Mabrouk al-Ghazawi, aveva parlato dell'abbattimento ad opera delle difese aeree della "9a Brigata di fanteria del LNA" di un “drone armato” nell'area di Tarhouna.

I velivoli teleguidati italiani non sono armati ma la dichiarazione di al-Ghazawi conferma che gli uomini dell’LNA erano inizialmente convinti di aver colpito un velivolo turco. “Stiamo ancora aspettando una dichiarazione ferma dall'Italia sulle ragioni di questo volo sul territorio libico e in una zona di divieto di sorvolo" ha detto in conferenza stampa a Bengasi il portavoce dell'Esercito nazionale libico, Ahmed Mesmari, commentando l'abbattimento, "con missile terra-aria", di un drone italiano che sorvolava una delle zone sotto il loro controllo nell' Ovest del Paese. "Il velivolo italiano stava volando nel cielo di Tarhouna, che è un punto importante per le forze armate", ha continuato il portavoce, "abbiamo dichiarato più di una volta che l'area che si estende da Sirte a Zuwara è un'area di operazioni militari di aria, mare e terra". "Il volo di un aereo militare straniero su Tarhouna è una violazione dello spazio aereo libico e della sovranità della Libia", ha aggiunto Mesmari.

La “battaglia per Tripoli” viene da tempo combattuta soprattutto con incursioni aeree affidate spesso ai droni armati. Da un lato della barricata i Wing Loong II di costruzione cinese forniti ad Haftar dagli Emirati Arabi Uniti e gestiti da contractors impiegati nei raid anche contro gli aeroporti di Mitiga (Tripoli) e Misurata (almeno uno dei quali abbattuto dalle difese aeree delle milizie fedeli al Governo di Accordo Nazionale, GNA). Dall’altro i droni armati Bayraktar TB2 turchi dislocati a Mitiga e Misurata e gestiti da personale di Ankara.

Le foto dei rottami bruciati diffuse dall'LNA attraverso i social media (e che illustrano questo articolo) sembrano attribuire l’abbattimento a un missile e l’LNA dispone delle batterie di difesa aerea a corto raggio russe Pantsir S1 che gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito all’LNA e posti a protezione delle installazioni militari di Tarhouna. Nessuna conferma in proposito è giunta però da Roma, dove la Difesa ha reso noto uno scarno comunicato: "Nella giornata odierna è stato perso il contatto con un velivolo a pilotaggio remoto dell'Aeronautica Militare, successivamente precipitato sul territorio libico. Il velivolo, che svolgeva una missione a supporto dell'operazione Mare Sicuro, seguiva un piano di volo preventivamente comunicato alle autorità libiche. Sono in corso approfondimenti per accertare le cause dell'evento".

Al momento non viene ufficialmente esclusa nessuna ipotesi ma fonti qualificate sentite dalle agenzie di stampa preferiscono privilegiare la possibilità dell’incidente tecnico. "E’ ancora presto per una spiegazione definitiva", ha detto una fonte all’ANSA, ma allo stato "l'ipotesi prevalente e più accreditata" è quella di "un incidente provocato da un problema tecnico". La contraerea del generale Haftar, sostengono queste fonti, non sarebbe in grado di colpire un aereo che vola a circa 6.000 metri di altezza. Tesi accreditata anche da Tripoli che autorizza i sorvoli dei velivoli teleguidati (UAS) italiani. "Le autorità del GNA confermano la comunicazione italiana che il drone caduto nel territorio libico" era impegnato "nell'operazione Mare Sicuro": lo ha riferito Ashraf Shah, un esponente di spicco vicino all' esecutivo del premier Fayez al-Sarraj, sostenendo che non si sarebbe trattato di un abbattimento da parte delle forze del generale Khalifa Haftar. "Il conflitto in Libia non c'entra nulla", ha aggiunto in dichiarazioni all' ANSA un esponente libico, Abdulrahman Swehli. "Però l'altra parte, quella di Haftar, e i suoi sponsor francesi, emiratini e russi, vogliono farlo sembrare come l'abbattimento di un aereo nemico", ha detto ancora Ashraf.

Non stupisce che Tripoli non voglia attribuire un successo al nemico Haftar ma i missili dei sistemi di difesa aerea Pantsir S-1 (concepito anche per individuare e abbattere droni) raggiungono e superano i 6mila metri di quota. Inoltre occorre chiedersi quante possibilità ci sono che un Reaper italiano che dalla base in Puglia sorvola per 48 ore il Mediterraneo spingendosi all’interno del territorio libico abbia un guasto proprio mentre sorvola la zona di guerra di Tarhouna? Tra l’altro si tratta del primo dei 6 MQ-9 Reaper (Predator B) dell'Aeronautica Militare Italiana ad andare perduto in 10 anni di attività. Inoltre pare improbabile che una missione aerea in supporto all’operazione Mare Sicuro (che vede la Marina garantire la sicurezza dello spazio marittimo antistante le coste libiche incluse le piattaforme off-shore dell’ENI) possa spingersi così in profondità nell’entroterra da raggiungere Tarhouna, località dove in effetti missioni di ricognizione aerea avrebbero il significato di voler verificare la disposizione delle forze dell’LNA o eventuali indizi di nuove imminenti offensive.

Pur cercando di mediare tra i contendenti, l’Italia ha sempre sostenuto il legittimo governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj (voluto e riconosciuto dall’ONU) ma a differenza della Turchia non ha mai inviato aiuti bellici (armi, velivoli, munizioni o contractors) mentre la nostra presenza militare ha obiettivi sanitari a Misurata e di coordinamento e supporto navale nel contrasto ai traffici di migranti illegali ad Abu Sitta. L’abbattimento potrebbe venire interpretato come il tentativo di Roma di osservare direttamente lo sviluppo degli eventi bellici nella battaglia per Tripoli. Obiettivo giustificato tenuto conto degli interessi italiani in Libia e di come gli sviluppi militari potrebbero mettere a rischio i circa 400 militari italiani schierati tra Tripoli e Misurata.

La missione del Reaper del 32° Stormo dell’Aeronautica Militare basato ad Amendola (Foggia) potrebbe venire considerata dall’LNA come una dimostrazione della “belligeranza” (pur se limitata) dell’Italia dalla parte dei loro avversari del GNA. In tal caso gli sviluppi potrebbero essere più preoccupanti tenuto conto che finora i raids aerei di Haftar sull’aeroporto di Misurata hanno presto di mira droni, blindati e depositi di munizioni turchi ma non il vicinissimo contingente italiano che peraltro non dispone di difese antiaeree.