• PASCAL SALIN

Ue e crisi economica, il centralismo non è la soluzione

L'economista francese Pascal Salin spiega a La Nuova Bussola Quotidiana, quali siano le cause della crisi economica e la sua possibile soluzione. Per Salin è sbagliato unificare le politiche economiche europee, idea dominante fra i politici: si sommerebbero gli errori nazionali invece che risolverli.

Pascal Salin

Se ne sentono tante sull’origine della crisi economica, che non accenna a finire. Pascal Salin non ha dubbi: la crisi continua, perché viviamo sotto una vera tirannia, una tirannia fiscale. Questo vale per l’Italia, sicuramente, ma anche e soprattutto in Francia, dove insegna economia, all’Università Paris Dauphine. Economista, seguace della Scuola Austriaca, già consulente del Fondo Monetario Internazionale e già presidente della Mont Pelerin Society (come Luigi Einaudi, Bruno Leoni e Antonio Martino prima di lui), Pascal Salin in questi giorni è in Italia per presentare il suo libro-manifesto “Liberiamoci!”, una via d’uscita dallo statalismo. E dunque anche dalla crisi. In questi giorni, due eventi hanno caratterizzato la vita politica europea: lo scandalo del Lussemburgo (una maxi elusione fiscale di cui è protagonista l’attuale presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker) e il referendum per l’indipendenza della Catalogna, giudicato illegale dal governo e dalla magistratura spagnole, ultima di una serie di manifestazioni di forti indipendentismi regionali.

Professor Salin, dall’inizio della crisi, il mantra di molti politici è che si deve “unificare la politica fiscale, dopo aver unificato la moneta”. Lei cosa ne pensa?
Non sono affatto d’accordo con questa idea dominante. Per alcune ragioni: io penso, prima di tutto che la competizione sia sempre un bene. E può essere un bene anche per le politiche fiscali ed economiche. Perché la competizione permette di sperimentare e di selezionare il meglio fra differenti concorrenti. Secondo: penso che la centralizzazione comporti anche un altro grande rischio: le decisioni politiche si allontanano dai cittadini. E più si allontanano dai cittadini, meno questi saranno liberi di esprimere ciò che desiderano. Io penso che, da questo punto di vista, l’Europa abbia preso una china molto pericolosa e si dovrebbe imboccare una via opposta: rafforzare il potere decisionale dei cittadini, a livello locale, come avviene in Svizzera per esempio. In Svizzera, in ogni cantone, ogni comunità può esprimere la sua volontà con referendum. 

A suo avviso, quali sono le radici della crisi?
Oggi assistiamo a una sovrapposizione di due serie di problemi, sia in Italia che in Francia e in gran parte dell’Europa. Prima di tutto abbiamo problemi di lungo termine che stanno generando una disoccupazione elevata, una crescita molto debole e un progressivo impoverimento. Questi fenomeni sono causati, a mio avviso, da un eccesso di pressione fiscale e di regole, che sono un ostacolo per l’attività economica. E si potrebbero risolvere solo liberando l’economia da tutti questi vincoli. È una “sclerosi europea” e non è certo centralizzando le decisioni che si arriverà alla soluzione. Anzi, un super-Stato europeo finirebbe per creare un super-problema. L’altro problema, più di breve termine, che si sovrappone, è quello della crisi finanziaria. Che, sempre a mio avviso, è causata da cattive politiche monetarie. E, per reagire ad essa, i governi europei hanno fatto esattamente l’opposto di quel che avrebbero dovuto fare: hanno aumentato la spesa pubblica e le tasse. Anche qui, non è certo centralizzando queste cattive politiche nazionali in un super-Stato sovranazionale che usciremmo dalla crisi: avremmo, semmai, una super-cattiva politica sovranazionale. Io, per altro, continuo a pensare che la miglior politica economica sia nessuna politica economica. Quindi i governi nazionali, meno agiscono e meglio è: lascino lavorare i loro cittadini.

In questi giorni non si parla d’altro dello scandalo del Lussemburgo. Ne è coinvolto lo stesso Juncker…
Ci sono due reazioni possibili a questo scandalo. La prima è quella di impedire al Lussemburgo (così come ad altri paesi) di continuare ad essere attraenti per capitali e imprese, soprattutto imponendo una piena armonizzazione fiscale, una tassazione uniforme per tutta l’Europa. L’altra reazione possibile è fare come il Lussemburgo. Cioè prendere atto che, nel grosso d’Europa, la tassazione sui capitali è troppo alta. E si deve prendere atto che, senza accumulazione di capitali, non ci possono essere progressi economici. Così diventa troppo forte la tentazione, per i possessori di capitale, di portarli altrove. Insomma, se ci sono dei “paradisi fiscali”, è perché tutt’attorno persistono degli inferni fiscali. L’Europa vuole sopprimere i paradisi fiscali e preferisce il suo inferno fiscale. Dal mio punto di vista, il caso del Lussemburgo, non è affatto uno “scandalo”, ma un evento rivelatore di una situazione malata e scandalosa: l’Ue intende punire chi cerca di accumulare capitale. Lo fa, nominalmente, contro le grandi multinazionali, che sono antipatiche a molti. Ma non dobbiamo dimenticare che, dentro una grande multinazionale, ci sono migliaia di piccoli risparmiatori, che sperano di dividersi un utile. La fiscalità di alcuni paesi è diventata un vero e proprio esproprio. Un esproprio legale, ma non necessariamente legittimo.

Un’altra reazione alla centralizzazione europea è quella degli indipendentismi, come il referendum in Catalogna e quello di due mesi fa in Scozia. Pensa che sia un grido di libertà o una resurrezione di nazionalismi?
Non molto tempo fa ho partecipato a una conferenza di indipendentisti veneti, qui in Italia. E colpisce il fatto che l’indipendentismo sia divenuto diffuso, proprio come reazione alla progressiva centralizzazione dell’Ue. Personalmente sono contrario alla centralizzazione, ma per la stessa ragione mi oppongo al nazionalismo. La soluzione non passa per il desiderio di separarsi dal resto del mondo, oltre che dall’Europa. Al contrario, la reazione giusta è comprendere che, attualmente, l’Ue non è più uno spazio di libertà. Ciò era chiaro nelle origini del progetto europeo, quando venne istituito il Mercato Comune, il che voleva dire: sopprimere gli ostacoli protezionisti, nazionali, al libero scambio. La sola cosa che si deve fare è accrescere la libertà di scambio e di movimento, non solo dei capitali, ma anche delle persone e delle professioni, delle idee e di tutto il resto. Fra gli indipendentismi regionali, come quello catalano, c’è una differenza sempre ambigua fra due tendenze che si mischiano: la reazione giusta alla centralizzazione europea e l’aspirazione nazionalista. Col rischio che la regione, una volta divenuta indipendente, si chiuda al resto dell’Europa e al resto del mondo. Nel caso della Scozia, dove gli indipendentisti non hanno vinto, coloro che erano favorevoli all’indipendenza erano anche tendenzialmente favorevoli a una libertà di scambio. Quindi, in quel caso, abbiamo corso pochi rischi di assistere al sorgere di un altro nazionalismo. Il criterio di distinzione fondamentale, dunque, resta quello della libertà dell’individuo.