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ERDOGAN

Turchia spaccata in due dal primo turno delle elezioni

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Nelle elezioni turche, il presidente uscente Recep Tayyip Erdogan ha sfiorato la rielezione al primo turno. Non ce l’ha fatta per almeno mezzo punto: arrivando al 49,5% dei consensi deve proseguire la campagna elettorale sino al ballottaggio. Un paese diviso fra modello islamico e modello laico. 

Esteri 16_05_2023
Spoglio in corso in Turchia

Nelle elezioni turche, il presidente uscente Recep Tayyip Erdogan ha sfiorato la rielezione al primo turno. Non ce l’ha fatta per almeno mezzo punto: arrivando al 49,5% dei consensi non ha la maggioranza assoluta e deve proseguire la campagna elettorale sino al ballottaggio, che si terrà il 28 maggio. Lo sfidante principale, Kemal Kilicdaroglu, incalza da vicino con il 44,9% dei voti, meno di cinque punti di distanza. Determinante il ruolo dei candidati minori: il nazionalista Sinan Ogan, con il 5,17% copre la differenza fra i due sfidanti del ballottaggio e quindi il suo elettorato sarà corteggiato dagli islamisti (che sono però alleati con i nazionalisti in parlamento) e dai laici (che originariamente sono nazionalisti). Il non-candidato Muharrem Ince, ritiratosi alla vigilia del voto, ha comunque preso un mezzo punto percentuale (le schede non sono state cambiate), che forse ha contribuito a non far vincere Erdogan.

Il partito islamico del presidente, l'Akp, ha comunque già vinto le elezioni parlamentari. È ancora il primo partito, anche se ha perso il 7% rispetto alle precedenti elezioni del 2018. Ed in coalizione con altri partiti minori sia nazionalisti che islamici, ha già la maggioranza per poter governare. In caso di vittoria al secondo turno, il presidente uscente ha dunque già la certezza di avere il sostegno del parlamento. E in caso di sconfitta, potrà boicottare Kilicdaroglu attraverso il controllo del legislativo.

I sindaci di Istanbul e Ankara, Ekrem Imamoglu e Mansur Yavas hanno subito denunciato irregolarità, lunedì, mentre il conteggio era in corso. Hanno puntato il dito, in particolare, contro l’agenzia stampa statale Anadolu, che dava Erdogan in vantaggio oltre il 50% e ha continuato a mandare in onda proiezioni non rappresentative della realtà, sbilanciate a favore del presidente uscente. L’agenzia stampa indipendente Anka, citata dai partiti di opposizione, aveva trasmesso delle proiezioni con Erdogan sotto il 50% ore prima che anche Anadolu ammettesse questa realtà. Nelle proiezioni, comunque, si contano prima le sezioni nell’Est dell’Anatolia, fra le principali basi del voto islamico. Ankara e Istanbul restano roccaforti laiche e in entrambe ha vinto Kilicdaroglu, anche se non con margini plateali come ci si attendeva prima del voto.

Centinaia di migliaia di cittadini, quelli colpiti dal terremoto, sfollati interni, non sono potuti andare a votare. Sono probabilmente tutti voti mancati all’opposizione: la mala gestione dei soccorsi dopo il sisma e l’accusa di non aver messo in sicurezza le città colpite, sono fra le primissime cause di rancore contro il presidente in carica.

Il Paese esce dalle urne più spaccato che mai. Con un’affluenza di oltre il 90% degli aventi diritto, segno che in gioco c’è il futuro di tutti i turchi, le regioni europee, quelle della costa dell’Egeo e quelle sudorientali a maggioranza curda, oltre a Istanbul e Ankara, vanno a Kilicdaroglu; l’entroterra anatolico, riconferma Erdogan. Questa quasi-parità, a fronte di un’affluenza così alta, indica che, nonostante tutto (nonostante la censura, l’incarcerazione di oppositori, la repressione dei curdi, il controllo su tutte le istituzioni culturali da parte del partito islamico), la democrazia turca resta viva. E il potere è contendibile.

Si confrontano due modelli opposti. Ormai Erdogan è riuscito a far confluire, in un’unica politica autoritaria, sia la tendenza centralista e nazionalista del vecchio kemalismo laico, sia quella religiosa che punta all’indottrinamento delle masse. Diyanet, la massima autorità religiosa in Turchia, con un budget da quasi un miliardo di euro, supera per importanza i principali ministeri. Gli studenti che frequentano le scuole religiose islamiche Imam Hatip, sono quintuplicati dal 2012 ad oggi, ora sono il 12% del totale degli studenti. Per ogni ragazzo che si iscrive ad una scuola religiosa, lo Stato spende il doppio rispetto a quel che viene speso per uno studente in una scuola pubblica laica. Per l’estero c’è Milli Gorus, che è diventata la principale organizzazione islamica in Germania (e una delle prime in Europa): costruisce e gestisce moschee e centri culturali. La versione dell’islam politico e la visione del mondo proiettate dalla politica religiosa di Erdogan sono analoghe a quelle più radicali dei Fratelli Musulmani. E i legami fra il presidente in carica e la Fratellanza, anche se non dichiarati, sono innegabili, fin dalle sue origini politiche.

Kilicdaroglu promette di porre un freno a questo sistema, contrapponendo la laicità repubblicana turca all’islamismo, la democrazia all’autoritarismo, i diritti delle minoranze contro il centralismo, una politica più europea e occidentale alla volontà di potenza neo-ottomana di Erdogan. Si tratta dunque di una scelta di campo drastica.

Quella che attende l’opposizione di sei partiti, coalizzati attorno al laico Chp (Partito popolare repubblicano) di Kilicdaroglu, è comunque una ripartenza in salita. Se avesse avuto un vantaggio già al primo turno, magari, avrebbe avuto chance. Ma in questo modo, è più facile che le prossime due settimane saranno dominate dalla campagna elettorale di Erdogan. Poi, tutto è possibile.