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c'è il nodo di hormuz

Trump preme invano sugli alleati per coinvolgerli nella guerra all’Iran

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Trump preme da tre giorni sugli alleati europei e asiatici affinché contribuiscano con navi da guerra a un’operazione militare tesa a tenere aperto lo Stretto di Hormuz. Ma nessuno vuole sfidare missili, mine, droni e siluri iraniani e aiutare Israele e Stati Uniti ad allargare un conflitto in cui Netanyahu e Trump rischiano di perdere la loro residua credibilità.
- La guerra dei droni di Daniele Ciacci

Esteri 17_03_2026

Con un gesto che molti interpretano come un segnale inequivocabile della debolezza di Washington per il pessimo andamento della guerra contro l’Iran, Donald Trump preme da tre giorni sugli alleati europei e asiatici affinché contribuiscano con navi da guerra a un’operazione militare tesa a tenere aperto lo Stretto di Hormuz. La via d’acqua più importante del mondo per il traffico di petrolio e gas liquido viene tenuta bloccata dall’Iran che lascia transitare solo le navi delle nazioni non ostili a Teheran e che hanno stipulato accordi di transito con i pasdaran.

Almeno sei le navi colpite e incendiate finora dalle forze iraniane, un migliaio quelle bloccate all’interno del Golfo Persico. In due settimane di guerra gli Stati Uniti hanno colpito «più di 7 mila obiettivi in Iran, con l'aiuto di Israele» ha detto ieri Donald Trump aggiungendo che «stiamo facendo ciò che avrebbe dovuto essere fatto molti anni fa. L’Iran è stato letteralmente annientato, il loro esercito è sparito, i radar sono stati distrutti e la leadership è distrutta».

Parole che non trovano in realtà riscontro nei fatti: certo i danni subiti dalla Repubblica Islamica sono gravi ma il governo regge e i Pasdaran continuano a colpire Israele e le basi americane nelle nazioni arabe della regione, ma soprattutto sono in grado di controllare lo Stretto di Hormuz e di minacciare il traffico navale. Lo stesso Trump ha ammesso ieri che «l'Iran usa lo stretto di Hormuz come un'arma». Il 13 marzo Trump ha lanciato un appello agli alleati per un intervento navale nello Stretto di Hormuz valutando che altri Paesi, insieme con gli Stati Uniti, «devono occuparsi» di garantirne la sicurezza. «Molti Paesi, soprattutto quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, in collaborazione con gli Stati Uniti, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro».

Il presidente ha espresso l’auspicio che «Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri inviino navi nella zona in modo che lo Stretto di Hormuz non rappresenti più una minaccia da parte di una nazione che è stata completamente decapitata». «Gli Stati Uniti d’America hanno sconfitto e completamente annientato l’Iran, sul piano sia militare sia economico sia sotto ogni altro aspetto, ma i Paesi del mondo che si riforniscono di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz devono garantire la sicurezza di questo passaggio. E noi li aiuteremo», ha scritto Trump sul social Truth.

Un appello finora caduto nel vuoto a cui hanno risposto però le autorità iraniane. Il 15 marzo il generale iraniano Ali Abdollahi, ha affermato che le forze armate del Paese sono pronte a utilizzare ogni strumento di pressione geopolitica, compreso il controllo del traffico attraverso lo strategico Stretto di Hormuz, per esercitare pressioni sugli Stati Uniti e su Israele. Abdollahi, comandante del quartier generale centrale iraniano Khatam al-Anbiya, ha affermato che le forze armate sono determinate a usare la via navigabile per mettere in ginocchio gli «aggressori», aggiungendo che l'Iran ha già inflitto «duri colpi» ai suoi nemici. 

Abdollahi ha sottolineato che l'Iran non ha dato inizio alla guerra, ma che ne determinerà la fine, insistendo sul fatto che gli Stati Uniti e Israele, in definitiva, «non hanno altra scelta che arrendersi» di fronte a quella che ha definito la forza militare dell'Iran. 

Lo stesso giorno il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che «questa guerra finirà quando saremo certi che non si ripeterà e che verranno pagate le riparazioni. Lo abbiamo vissuto l'anno scorso: Israele ha attaccato, poi gli Stati Uniti si sono riorganizzati e ci hanno attaccato di nuovo».

Del resto è la stessa Marina americana ad aver finora evitato di scortare mercantili e petroliere in transito da Hormuz, i cui comandanti sono stati esortai da Trump a «tirare fuori le palle» e a provare ad attraversare lo stretto nonostante la minaccia di Teheran. Come ha riportato il Wall Street Journal citando fonti militari statunitensi e dei Paesi arabi del Golfo, la Marina degli Stati Uniti ha respinto una serie di richieste per scortare petroliere o altre navi civili attraverso lo Stretto di Hormuz.

Le scorte navali sono rese pericolose dalla capacità iraniana di attaccare le navi nello stretto passaggio marittimo, hanno affermato funzionari della difesa statunitense, grazie all’impiego di droni aerei e navali, missili antinave, mine, barchini armati e sottomarini tascabili.

Curioso quindi che Trump chieda agli alleati di impegnarsi in rischiose missioni navali in pericolose acque ristrette che neppure la Marina americana intende compiere per il rischio di vedersi affondare le navi da guerra. Ancor più grave che lo chieda minacciando: Trump ha infatti avvertito che l'alleanza si troverebbe ad affrontare «un futuro molto brutto» se non aiutassero gli Stati Uniti a garantire la sicurezza dello Stretto.

Ieri Trump ha promesso una lista dei paesi che aiuteranno gli USA nello Stretto di Hormuz «perché proteggiamo paesi che non proteggono noi? Ho sempre pensato quella fosse una debolezza della NATO: noi proteggiamo loro ma ho sempre detto che in caso di necessità, loro non proteggeranno noi. Questo è un caso di necessità. Quando abbiamo bisogno di loro, dovrebbero scattare e mettere a disposizione tutto quello che hanno», ha detto Trump. La risposta non si è fatta attendere e molte cancellerie in Europa hanno rilevato che nel Golfo Persico non vi sono nazioni aderenti alla NATO. 

Dalla UE non è giunto nessun sostegno alla chiamata alle armi di Trump: «Attualmente non c’è appetito per cambiare il mandato della Missione Aspides», ha detto l’Alto commissario per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas, negando che l’operazione navale della UE nel Mar Rosso per proteggere le navi dagli eventuali attacchi delle milizie Houthi, possa allargarsi allo Stretto di Hormuz.

«L'Italia non è in guerra contro nessuno, non voglio pensare l'Italia in guerra contro qualcuno e l'invio di navi militari in uno scenario di conflitto significherebbe entrarci», ha detto il ministro delle Infrastrutture e trasporti e vicepremier Matteo Salvini. Il governo britannico ha delineato la propria strategia politico-militare per affrontare la crisi relativa alla guerra in Iran con l'obiettivo dichiarato di difendere gli interessi nazionali senza trascinare il Paese in un conflitto su larga scala. La Francia ha respinto la richiesta di Trump di inviare aiuti militari per contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Secondo una fonte a conoscenza della situazione, citata dal Financial Times, Parigi schiererà navi solo dopo la cessazione delle ostilità tra Stati Uniti, Iran e i paesi confinanti. Dall’Europa all'Indo-Pacifico quasi tutte le nazioni hanno escluso l'invio di forze militari a Hormuz.

Berlino ha ribadito che la guerra contro l'Iran «non ha nulla a che vedere con la Nato». Il portavoce del governo Stefan Kornelius ha ricordato che l'Alleanza è un'organizzazione di difesa territoriale e che manca il mandato per intervenire fuori dall'area dei suoi membri. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha escluso una partecipazione militare tedesca, proponendo piuttosto iniziative diplomatiche per garantire la sicurezza del passaggio nello stretto. Anche la Grecia ha escluso qualsiasi coinvolgimento in operazioni nello stretto di Hormuz. Il ministro degli Esteri spagnolo, Josè Manuel Albares, ha avvertito che «non bisogna fare nulla che aggiunga ancora più tensione o escalation» nella regione. 

Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha ricordato che il presidente Karol Nawrocki ha escluso la partecipazione delle forze armate polacche. Il Giappone e l’Australia hanno escluso l'invio di mezzi militari nello stretto, nonostante la storica alleanza con Washington e la forte dipendenza energetica dal petrolio del Golfo. La Svezia non vede alcun suo ruolo nel garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, ha dichiarato il primo ministro svedese Ulf Kristersson. «Bisogna mantenere la calma. Se ne parla molto ora, ma non è rilevante per la Svezia partecipare».

I Paesi Bassi stanno invece valutando la loro possibile partecipazione alla difesa della navigazione nello stretto di Hormuz, ma non hanno ancora preso una decisione in merito, ha affermato il ministro degli Esteri Tom Berendsen. 

Infine Israele, già in guerra contro l’Iran, non esclude l'invio di navi militari per contribuire a pattugliare lo Stretto di Hormuz, ma la responsabilità non dovrebbe ricadere solo su Israele o sugli Stati Uniti, come ha detto ieri l'ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon.

L’impressione è quindi che nessuno voglia sfidare missili, mine, droni e siluri iraniani a Hormuz ma soprattutto che nessuno voglia aiutare Israele e Stati Uniti ad allargare un conflitto in cui Netanyahu e Trump rischiano di perdere la loro residua credibilità.