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IRAN

Trump parla di vittoria, ma la realtà dice i disastri della guerra

L'Iran che, malgrado i toni trionfalistici del presidente americano, non cede;l'incentivo a una corsa generalizzata al riarmo nucleare; la crisi energetica ed economica mondiale; la frattura, ormai definitiva, tra USA ed ex alleati europei: ecco le conseguenze di una campagna militare fallimentare.
- Libano, crescono le vittime, di Elisa Gestri

Esteri 03_04_2026

Difficile dire quanto credito possano avere le speranze di trovare una soluzione negoziata al conflitto scatenato oltre un mese orsono da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Nelle ultime ore Trump ha confermato che «grazie ai progressi conseguiti sul campo di battaglia, gli Stati Uniti sono sulla buona strada per conseguire molto a breve tutti gli obiettivi militari. Li colpiremo molto duramente per le prossime due o tre settimane, e li riporteremo all'età della pietra cui appartengono».
Un linguaggio che appartiene alle «illusioni hollywoodiane» hanno commentato a Teheran, dove ormai si sono abituati all’iperbole e alle contraddizioni di Trump, che nei giorni scorsi aveva riferito di negoziati a buon punto ma anche di non voler prolungare la guerra oltre le 6 settimane pur valutando operazioni terrestri sul suolo iraniano.

L'Iran continuerà la guerra fino alla «resa permanente, definitiva e finale» di Stati Uniti e Israele, ha detto ieri un portavoce del comando operativo congiunto iraniano, che riunisce forze armate e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. «Le vostre informazioni sulla nostra potenza militare e sulle nostre attrezzature sono incomplete. Non sapete nulla delle nostre vaste e strategiche capacità. Inoltre, non sperate di aver distrutto i nostri centri di produzione di missili strategici, i droni offensivi a lungo raggio e di precisione, i moderni sistemi di difesa aerea e di guerra elettronica, e le attrezzature speciali», ha aggiunto il portavoce minacciando «azioni più schiaccianti, più ampie e più distruttive». 

Insomma, non si può certo parlare di segnali di pace in un conflitto che in poco più di 30 giorni ha già determinato quattro conseguenze di grande rilievo.

Innanzitutto l’incapacità di Stati Uniti e Israele di cogliere la vittoria e di proteggere i Paesi arabi del Golfo - dove le basi statunitensi sono state devastate da missili e droni iraniani - sta mettendo a serio rischio la credibilità e la reputazione non solo politica ma anche militare di USA e Stato ebraico.
Un elemento che potrebbe avere pesanti ripercussioni nei rapporti di forza tra Washington, Mosca e Pechino.

Un secondo aspetto concerne la questione nucleare. L’Iran aveva accettato un controllo internazionale sul suo programma nel 2015 ma tale trattato venne cancellato da Trump durante la sua prima presidenza sotto le pressioni di Israele.
Questo spiega la riluttanza di Teheran a negoziare con gli Stati Uniti, che oggi pretendono anche la consegna di 454 chili di uranio arricchito iraniano. Il conflitto in corso dimostra in realtà la valenza della scelta della Corea del Nord di dotarsi di ordigni nucleari e dei missili per imbarcarli. Gli USA hanno infatti attaccato e rimosso i regimi sgraditi di Iraq, Afghanistan e Libia ma non quello di Pyongyang che da diversi anni dispone di una robusta deterrenza nucleare.

Da un lato il regime iraniano, se sopravviverà a questa guerra, potrebbe essere incoraggiato a dotarsi al più presto di un arsenale nucleare credibile per scongiurare ulteriori attacchi; dall’altro molte altre nazioni potrebbero guardare alle armi atomiche come risorse necessarie a difendersi dai nemici reali e potenziali acquisendo autonomia strategica.

Di certo la conseguenza più concreta di questa guerra, riscontrabile in tutto il mondo, è quella energetica ed economica scaturita dalle devastazioni nell’area del Golfo e dal parziale blocco dello Stretto di Hormuz, dove oggi è l’Iran a pretendere accordi con le singole nazioni, oltre al pagamento di pedaggi, per far uscire dal Golfo le petroliere.
Non a caso gli Stati Uniti considerano ora la riapertura di Hormuz il vero obiettivo della guerra dimenticando che prima che l’Iran venisse attaccato la via d’acqua strategica era perfettamente agibile.
Un impatto facilmente prevedibile poiché anche durante la guerra tra Iran e Iraq (1980-88) Teheran bloccò lo Stretto imponendo a molte nazioni occidentali di inviare navi militari per scortare le petroliere. Una ulteriore conferma di come questa guerra sia stata mal preparata da USA e Israele e forse basata su presupposti rivelatisi del tutto errati come la rapida caduta del regime iraniano sotto l’impeto di una sollevazione popolare.

L’ultima conseguenza evidente è la forse definitiva frattura tra USA e ex alleati europei. Trump ha dichiarato di valutare l’uscita di Washington dalla NATO accusando di codardia gli europei che non si rendono disponibili a inviare navi per forzare lo Stretto di Hormuz. 

Pur senza attribuirvi troppa enfasi, negli ultimi giorni Italia, Spagna e Francia hanno negato agli Stati Uniti l’utilizzo di basi americane e aeroporti per gli scali logistici a velivoli statunitensi diretti in Medio Oriente per le operazioni contro l’Iran.
L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base aerea siciliana di Sigonella per il transito di due aerei da combattimento diretti in Medio Oriente per le operazioni contro l’Iran.
Palazzo Chigi in una nota ha sottolineato che in seguito a tale decisione «non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione». Il governo «continuerà ad operare nel solco dei trattati vigenti, nel rispetto della volontà del governo e del Parlamento».

I rapporti non sono invece buoni tra Washington e Parigi. Il 31 marzo Donald Trump ha accusato la Francia di non aver permesso agli aerei diretti in Israele, carichi di rifornimenti militari, di sorvolare il territorio francese. Ieri Trump ha rincarato la dose ironizzando sul presidente francese Emmanuel Macron sostenendo che la consorte «lo tratta molto male, si sta a malapena riprendendo dal pugno ricevuto in faccia».
Macron ha risposto affermando che «non sono parole né eleganti né all'altezza della carica ricoperta da Trump».

Trump ha alzato ulteriormente i toni nei confronti degli alleati che non hanno aderito all'offensiva contro Teheran.  «Dovete imparare a combattere per voi stessi. Gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi», ha aggiunto, lasciando intendere una possibile riduzione dell'impegno militare americano nella regione una volta raggiunti gli obiettivi principali contro l'Iran.

Ma la fallimentare guerra all’Iran sta determinando profonde spaccature anche all’interno dell’Amministrazione Trump, Già ne sono state un segno le dimissioni due settimane fa del capo dell’antiterrorismo statunitense, Joseph Kent, “trumpiano di ferro” che ha lasciato l’incarico accusando la Casa Bianca di aver voluto una guerra immotivata. 
La versione di Kent trova sostegno anche nelle dichiarazioni del ministro degli Esteri dell'Oman, Badr Albusaidi, che all'Economist ha definito la guerra all’Iran una «catastrofe» e il segno che l'Amministrazione Trump «ha perso il controllo della sua politica estera».

E indiscrezioni diffusesi ieri a Washington riferiscono dell’intenzione di Trump di licenziare Tulsi Gabbard, direttrice del National Intelligence che riunisce le 17 agenzie d’intelligence statunitensi. Le sue colpe? Aver scoraggiato Trump dall’avviare la guerra all’Iran a causa delle difficoltà a conseguire la vittoria e dei rischi anche economici connessi con un attacco, aver messo in dubbio le fonti israeliane che definivano debolissimo il regime iraniano e di essersi rifiutata di condannare le dimissioni di Joe Kent.