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USA

Trump incriminato. Si sta creando un clima infame, prima del voto

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Trump incriminato. Per di più per un caso molto debole e vecchio: quello di aver comprato il silenzio di una pornostar, per una presunta relazione avvenuta nel lontano 2006. Su questa accusa si sta imbastendo un processo storico, il primo ad un ex presidente. La sinistra esulta, la ex presidente della Camera Nancy Pelosi rassicura che Trump potrà "provare la sua innocenza", invertendo il senso dell'equo processo. Trump non ci sta e parla di "caccia alle streghe", preparandosi ad una battaglia senza esclusione di colpi. Il clima è avvelenato, a un anno dalle prossime elezioni presidenziali. 

Esteri 01_04_2023

Infine l’incriminazione di Trump è arrivata, dopo più di una settimana di attesa. L’ex presidente dovrà rispondere di 34 capi d’accusa. Si presenterà a New York martedì prossimo per la prima udienza. Non ci saranno arresti e nemmeno sarà messo in manette, come si temeva. Ma la notizia è già storica, perché si tratta del primo ex presidente che viene incriminato. Non era mai successo. Lascia dunque a dir poco sbalorditi che sia incriminato, non per alto tradimento o per un delitto grave, ma per il sospetto che abbia pagato una pornostar.

È infatti proprio questa la storica accusa. Il sospetto che Trump abbia incaricato il suo avvocato Michael Cohen, nell’ottobre 2016 (a un mese dal voto delle presidenziali) di pagare 130mila dollari alla pornostar Stormy Daniels, per non farle raccontare alla stampa della presunta relazione che avrebbe avuto con Trump nel 2006, quando era già sposato con Melania. Dunque si tratta di un caso vecchio di 7 anni, che si fonda su una storia accaduta, forse, 17 anni fa.

I capi di accusa li conosceremo solo quando Trump si presenterà in aula. Ma già il fatto che riguardino il caso Daniels farà sollevare ben più di un sopracciglio.

Cyrus Vance, il predecessore dell’attuale procuratore distrettuale di Manhattan, aveva aperto l’indagine nel 2018. Poi l’aveva interrotta perché era iniziata un’inchiesta federale su Michael Cohen. I procuratori federali ritenevano che il pagamento alla Daniels fosse un contributo illegale alla campagna elettorale, perché lo scopo principale era quello di “influenzare le elezioni” e non di evitare di rovinare il matrimonio con Melania o proteggere la propria reputazione. Cohen si è dichiarato colpevole per aver violato i limiti federali sui contributi alle campagne elettorali. Ma dopo la condanna a Cohen, il procuratore Vance non aveva dato seguito alla sua indagine, chiusa nel 2019. Nessuna incriminazione, dunque. La Commissione Elettorale Federale, direttamente interessata (visto che si sarebbe trattato della violazione della legge elettorale) nel maggio 2021 ha ufficialmente chiuso il caso.

A riesumare il vecchio filone di indagine (che la stampa conservatrice americana chiama ormai “caso zombie”) ci ha pensato Alvin Bragg, conosciuto a New York come un procuratore molto politicizzato, Democratico (la carica di pubblica accusa è elettiva), amico del movimento Black Lives Matter e già distintosi per le sue inchieste anti-polizia. Una testa calda, insomma. Però aveva subito pressioni dai suoi stessi consulenti, perché non abbastanza duro con la Trump Organization, che non aveva messo sotto indagine (come avevamo spiegato su queste colonne).

Il punto è che l’indagine di Vance, ereditata da Bragg si incentra sul sospetto di falsificazione dei documenti aziendali della Trump Organization, per rimborsare Cohen dei 130mila dollari dati alla Daniels. Sui libri contabili quell’uscita figurava come “spese legali”, erogate con assegni da 35mila dollari al mese. Secondo la legge dello Stato di New York, questa è un’infrazione e non un reato. L’infrazione diverrebbe un reato, punibile fino a quattro anni di carcere, quando l’intento dell’imputato di frodare “include l’intento di commettere un altro reato o di aiutare o nascondere la commissione dello stesso”. In pratica si deve dimostrare che Trump abbia commesso un illecito ai fini di compiere una frode elettorale.

Trump e il suo team di avvocati non hanno alcuna intenzione di arrendersi. L’avvocato Joe Tacopina è apparso sulle principali reti televisive per difendere l’ex presidente da accuse, a suo dire, senza precedenti e ingiuste. Ha detto che non vi è alcuna possibilità che Trump accetti di patteggiare.

Trump contesta anche la scelta del giudice Juan Merchan che l’anno scorso aveva presieduto il processo contro la Trump Organization, per frode fiscale. Nell’ultimo post sul suo social network Truth, l’ex presidente si è lanciato in un’invettiva contro il giudice: “Il giudice assegnato al mio caso di caccia alle streghe, un caso che non mi è mai stato imputato prima, mi odia”. Trump ha scritto anche che il giudice Merchan abbia trattato la Trump Organization “con viltà” nel processo dell’anno scorso.

I Repubblicani fanno quadrato attorno all'ex inquilino della Casa Bianca che probabilmente sarà anche ricandidato nel 2024. Già la settimana scorsa avevano promosso di indagare sul procuratore Bragg e sul suo modus operandi. Ieri Bragg ha inviato una lettera ai presidenti repubblicani di tre commissioni della Camera degli Stati Uniti che hanno criticato la sua indagine. “In base a quanto riferito, la vostra stretta collaborazione con il signor Trump nell’attaccare questo Ufficio e il processo del Gran Giurì, vi rende più simili ad un avvocato penalista che sta lavorando per il suo cliente, che non un organo legislativo che cerca di raggiungere un obiettivo legislativo legittimo”.

Un clima avvelenato, insomma, che sta iniziando con un anno di anticipo rispetto alla partenza della campagna elettorale per le presidenziali del 2024. Chiunque le vincerà, sarà considerato illegittimo, a questo punto: se Trumpe perderà (le primarie o le presidenziali) i suoi potranno dire che è vittima di una persecuzione. Se dovesse vincere, la sinistra non riconoscerà mai un presidente incriminato. Ed è un clima da guerra civile che sta aumentando passo dopo passo, dalle conclusioni della Commissione del 6 gennaio (che ha chiesto di incriminare Trump per il suo ruolo nell’assalto al Campidoglio), prima ancora dai due tentativi di impeachment (entrambi andati a vuoto) e prima ancora dal Russiagate (il tentativo di dimostrare una collusione fra Trump e i servizi segreti russi, anche quello finito in un nulla di fatto). Una voglia forcaiola della sinistra americana che si riassume bene nel tweet di Nancy Pelosi (ex presidente della Camera) lanciato ieri: “Nessuno è al di sopra della legge, e tutti hanno il diritto a un processo per dimostrare la loro innocenza”. Veramente dovrebbe essere l’accusa a dimostrare la colpevolezza dell’imputato, innocente fino a prova contraria.