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Trump assolto e trionfa sulle macerie dei Democratici

Dopo quattro mesi di inchiesta e processo, che hanno tenuto letteralmente in ostaggio i media in tutto il mondo, l’impeachment di Trump è finito con un’assoluzione. Il presidente degli Usa è stato assolto ieri pomeriggio dalla maggioranza in Senato. Finisce così il terzo procedimento di impeachment in tutta la storia degli Usa

Nancy Pelosi strappa la sua copia del discorso di Trump

Dopo quattro mesi di inchiesta e processo, che hanno tenuto letteralmente in ostaggio i media in tutto il mondo, l’impeachment di Trump è finito con un’assoluzione. Il presidente degli Usa è stato assolto ieri pomeriggio (sera, in Italia) dalla maggioranza in Senato. Finisce così il terzo procedimento di impeachment in tutta la storia degli Usa che arriva alla fine del suo iter, al voto in Senato dopo quello alla Camera.

Il Senato ha assolto il presidente degli Usa da entrambe le accuse: abuso di potere e ostruzione del Congresso. Piccolo, ma necessario ripasso: la prima accusa riguardava il caso ucraino. L’inquilino della Casa Bianca era accusato di aver fatto pressione sul presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, perché investigasse su Hunter Biden, figlio di Joe Biden (ex vicepresidente di Obama e attuale candidato democratico favorito nelle primarie), sospetto di un caso di corruzione nel Paese ex sovietico, dove era membro del consiglio d’amministrazione della compagnia Burisma Holdings. L’accusa si basava sul fatto che, in una telefonata del 25 luglio scorso, Trump aveva spronato esplicitamente Zelensky a investigare sul figlio del candidato rivale. E sul sospetto, corroborato da diverse testimonianze eccellenti, che il presidente Usa avesse ricattato il suo omologo ucraino: se non fosse partita l’investigazione, non sarebbero stati elargiti nuovi aiuti militari (previsti per quell’anno, del valore di 400 milioni di dollari). L’accusa, nonostante le 17 testimonianze e le centinaia di documenti raccolti, era comunque fragile per tre motivi: l’inchiesta su Hunter Biden non è partita, gli aiuti militari sono stati elargiti, Zelensky, che teoricamente è la parte lesa, non ha mai denunciato un ricatto, anzi ha sempre dichiarato di non aver subito pressioni. Quanto all’altra accusa, ostruzione del Congresso, si basava sul fatto che Trump non avesse collaborato all’indagine su se stesso, non autorizzando i dipendenti della Casa Bianca a testimoniare. Ma la difesa ha considerato questa accusa come una violazione del principio della divisione dei poteri: un’invasione di campo del legislativo sull’esecutivo, in questo caso.

Il voto è avvenuto su linee di fazione partitica, sia alla Camera che al Senato. Nella prima (che è a maggioranza democratica) ha prevalso l’impeachment, con 2 diserzioni fra i Democratici. Ieri in Senato, al contrario (visto che è a maggioranza repubblicana), i 47 Democratici e 1 solo Repubblicano hanno votato per la deposizione del presidente sul capo d’accusa dell’abuso di potere, mentre i 47 Democratici hanno votato contro Trump sul capo d’accusa dell’ostruzione al Congresso. La maggioranza richiesta era di 67 voti, dunque il presidente è stato assolto. Chi è quell’unico senatore repubblicano che ha votato contro il presidente del suo partito? Una vecchia conoscenza: Mitt Romney, candidato presidenziale del 2012, battuto da Barack Obama. “Il presidente si è reso colpevole di un terribile abuso della fiducia pubblica”, ha dichiarato il senatore. E’ una scelta storica, nel suo genere: il primo senatore che vota per cacciare il presidente del suo stesso partito. “Dirò ai miei figli e ai figli dei miei figli di aver fatto al meglio il mio dovere per il mio Paese”, ha detto successivamente.

Il processo di impeachment, benché abbia monopolizzato l’attenzione delle cronache politiche dei media americani, non ha avuto effetti rilevanti sull’elettorato. Secondo un sondaggio Wall Street Journal/NBC, uscito domenica, il pubblico americano è rimasto fino all’ultimo spaccato a metà sull’impeachment, con un leggero vantaggio a favore di Trump: il 49% era contro la destituzione del presidente, il 46% era a favore. Quanto al tasso di approvazione sull’operato di Trump, il dato di gennaio è fermo al 46%, in linea con gli altri risultati nel corso dei tre anni di presidenza. Se l’impeachment non è riuscito neppure a spostare l’opinione pubblica, per i Democratici si è trattato di un clamoroso autogol.

E siccome le disgrazie non capitano mai da sole, il giorno dell’assoluzione del presidente repubblicano capita proprio assieme al disastro organizzativo del primo voto delle elezioni interne democratiche: il caucus dell’Iowa è stato ritardato di un giorno intero, con ri-conteggio di voti e polemiche annesse. In teoria si è trattato solo di un problema tecnico, non ha funzionato la app che avrebbe dovuto accelerare le operazioni. In pratica, il problema tecnologico si sovrappone a quello ideologico: gli elettori estremisti di Bernie Sanders, sconfitto da Pete Buttigieg in questo caucus, non accettano alcun confronto con le componenti “centriste” del partito. I supporter di Sanders accusano i moderati di tradimento e stanno iniziando a bullizzarli, dal vivo e online, stando alle accuse di chi, questi attacchi, li subisce ormai quotidianamente. Al contrario, gli estremisti ritengono di essere vittime, come nel 2016, dello strapotere dell’apparato del partito che privilegia Biden. Alla fine c’è tanta polarizzazione dentro i Democratici massimalisti e moderati, quanta ve ne sia fra Democratici e Repubblicani. In Iowa questo scenario è emerso con forza, all’attenzione dei media di tutto il mondo e il partito dell’asinello ne è uscito con le ossa rotte.

Sapendo di essere assolto e gongolando per la figuraccia dei rivali nell’Iowa, Trump ha pronunciato un discorso dello Stato dell’Unione, il 4 febbraio, che potrebbe benissimo essere il primo della campagna per la rielezione. Il tema era “Il grande ritorno dell’America”. “In tre anni – ha detto – abbiamo distrutto la mentalità del declino americano e abbiamo respinto la riduzione del destino americano. Stiamo muovendo verso il futuro a una velocità che era inimmaginabile soltanto poco fa. Non torneremo mai indietro”. Ha attaccato di nuovo l’Obamacare, la riforma sanitaria del predecessore: “Non permetteremo mai che il socialismo distrugga il sistema sanitario statunitense”. Ha attaccato i Dems anche sulla politica di immigrazione, dichiarando che i “santuari” dei clandestini, soprattutto in California (Los Angeles) non saranno tollerati. Ha vantato il mantenimento delle promesse sull’accordo commerciale con Canada e Messico: “Molti altri avevano promesso di seppellire o rifare il Nafta, ma nella loro legislatura non hanno fatto nulla”. Per quanto riguarda le missioni spaziali, l’inquilino della Casa Bianca ha chiesto al Congresso di finanziare il programma Artemis, così da assicurare che sia la bandiera americana la prima a essere piantata su Marte. Poca la politica estera, ma Juan Guaido, presidente democratico del Venezuela riconosciuto dagli Usa era in aula e a lui Trump ha rivolto la promessa: “Nicolas Maduro è un tiranno che fa del male alla sua gente: gli americani sono a fianco al popolo venezuelano nella sua giusta battaglia per la libertà”.

Si è trattato dello Stato dell’Unione meno unificante di sempre, con i Repubblicani in piedi ad applaudire e i Democratici che restavano seduti, rumoreggiavano o abbandonavano l’aula. Ma il protagonista si è goduto lo spettacolo, potendosi permettere di non citare mai, nemmeno in una frase, il processo di impeachment da cui sarebbe stato assolto di lì a un giorno. Visibile il nervosismo di Nancy Pelosi, presidente democratica della Camera, promotrice dell’impeachment: per vendicarsi della mancata stretta di mano di Trump, ha platealmente strappato in pubblico il testo del suo discorso. Un gesto di rabbia, ai confini dell’eversione, ma che, in questo contesto, appare come il sintomo di una sconfitta.